Dargen D'Amico (foto  Lorenzo Barassi)

L'apocalisse analogica di Dargen D'Amico a Sanremo

Raffaele Rossi

Terza volta in gara al Festival con “AI AI”, un brano che racconta “cosa ci succederà quando la tecnologia prenderà il controllo”. A marzo il nuovo album. Nella serata delle cover canterà “Su di noi” con Pupo e il trombettista jazz Fabrizio Bosso

“L'Intelligenza artificiale è una complicazione di cui farei volentieri a meno. In Italia stiamo già producendo musica come se fosse figlia di un software, invece dovremmo stimolare di più la creatività. E dare in pasto agli algoritmi generi distanti tra loro, per evitare che tra qualche anno ci restituiscano canzoni capaci solo di annoiarci all'infinito”. Dargen D'Amico torna a Sanremo per la terza volta, dopo “Dove si balla” e “Onda alta”, ma guai a descrivere il Festival come la sua “zona di comfort”. Cresciuto tra i club milanesi, il due volte giudice di X Factor racconta al Foglio che salire sul palco dell'Ariston è come “essere nudo in pubblica piazza”. Un atto di sincerità spudorata necessario per chi, come lui, sente di rappresentare “una minoranza di italiani che ancora cerca una coerenza tra il rumore di fondo dei social e la realtà”. Il suo brano, “AI AI”, non è nato a tavolino per la gara ma è stato scritto “a puntate”, in due anni di riflessioni. È un “dubbio esistenziale su cosa ci succederà quando la tecnologia prenderà il controllo e un allarme acceso dalla pubblicazione di giochi per l'infanzia che integrano ChatGPT”. C'è un rischio, dice, “per le menti dei bambini e un pericolo hackeraggio”. Ha provato a usarla nei suoi brani, dice, ma “mancano tutte quelle imperfezioni che amo”. Musicalmente, D'Amico scava nelle sonorità di fine anni Settanta, l'epoca in cui “la macchina iniziava a fare capolino nelle produzioni”.

“AI AI” anticipa il suo nuovo album, “Doppia mozzarella”, in uscita il 27 marzo. Il titolo richiama l'estetica del cantautore, da sempre abile nel mescolare barre intellettuali con atmosfere dance, ed è la diagnosi di una bulimia sociale. “Crediamo che acquistare di più e riempirci di mille cose sia la soluzione, ma poi ci troviamo più insoddisfatti di prima”. In un mercato dove i dischi “hanno una durata di vita di una settimana”, l'artista rivendica il diritto al tempo e al significato. Questo potrebbe essere “il mio ultimo lavoro prima dell'avvento dell'AI”, dice, anche perché il vuoto normativo lo spaventa. “In Italia manca ancora un dibattito serio sui suoi rischi, per esempio non sappiamo di chi sia il copyright di un'opera generata da un sistema automatizzato”.

Punto centrale del suo pensiero è la difesa dello spirito critico perché, “a forza di scrollare, perdi la ragione e non capisci più la differenza tra vero e falso”. Una confusione che, per D'Amico, riguarda ormai ogni aspetto della vita quotidiana, persino quello delle manifestazioni. “Non possiamo più fidarci ciecamente di quello che vediamo in giro, specialmente quando la tecnologia viene usata per alterare la realtà dei fatti, come accaduto recentemente con certe foto circolate online”.

Anche la serata delle cover avrà un messaggio di sintesi e resistenza. Cantare “Su di noi” con Pupo e il trombettista jazz Fabrizio Bosso sembra un'allucinazione digitale ma, invece, “è nato tutto dalla mente di Carlo Conti”, per unire “mondi e sonorità distanti”. D'Amico ha accettato sulla fiducia il consiglio, spiega, perché “la musica nasce dalla necessità di stare assieme e rendersi conto di quante cose tutti noi abbiamo in comune”. Neanche le polemiche sulle simpatie russe di Pupo lo spostano di un millimetro e ribadisce il bisogno di “volare sopra le strumentalizzazioni”.

C'è poi la consapevolezza del ruolo della Rai, intesa come “istituzione necessaria per un paese da cui molti sembrano voler fuggire, ma che va difesa come presidio culturale”. In questo scenario torna sempre il tema della pace, quel “Cessate il fuoco” che nel 2024 fece scalpore e che oggi la voce di “Bocciofili” e “Ubriaco di te” definisce semplicemente “un sentire comune”, un'ovvietà che non dovrebbe più scandalizzare nessuno. Dargen D'Amico resta così un giullare serio nella storia recente di Sanremo. Scende in pista con gli occhiali da sole per non farsi accecare da un domani troppo “programmabile” e rivendica la sincerità come “atto di resistenza”. Perché finché continueremo a seminare errori e difetti nelle nostre canzoni, dice, “ci sarà ancora la speranza di restare umani”.