Kid Yugi (foto Alessio Mariano) 

manifesto anti-ego

Kid Yugi, il paradosso del rapper che voleva essere nessuno

Raffaele Rossi

Mentre l'hip-hop insegue il consenso dell'algoritmo, il rapper tarantino rivendica il diritto all'anonimato, il funerale del personaggio. Nel suo terzo album “Anche gli eroi muoiono”, cita Gheddafi, Gilgamesh e Chuck Norris. “Mi ascoltano anche monaci esorcisti. Sanremo? Non l'ho capito”

“In questa società, rivendicare il diritto a essere un uomo comune è l'unico modo per esorcizzare le aspettative che gli altri proiettano su di me. Con questo disco volevo far morire l'immagine del personaggio per far emergere l'uomo”. C'è qualcosa di profondamente anti-moderno nelle parole del rapper Kid Yugi al Foglio per raccontare il suo nuovo album, “Anche gli eroi muoiono”. Mentre il resto della scena hip-hop si affanna nella ricerca del dissing più scioccante per incantare l'algoritmo, il rapper classe 2001 di Massafra, Francesco Stasi, non ha problemi a citare Cesare Pavese e Fëdor Dostoevskij. Come il fumettista britannico Grant Morrison ha “ucciso” Batman per celebrare la fragilità trasformativa di Bruce Wayne in Batman R.I.P., così Stasi mette in scena il funerale del proprio ego pubblico, Kid Yugi. Per Morrison l'eroe deve attraversare una morte concettuale per liberarsi dalle catene della propria iconografia, per il giovane pugliese la morte dell'eroe è l'unico atto di onestà possibile in un mondo di simulacri.

La voce di Berserker e Push It combatte “contro ciò che sono davvero, come in Uno, nessuno e centomila di Pirandello, quando il protagonista scopre che il proprio naso è asimmetrico e tutta l'immagine di sé crolla”. È il paradosso di chi, arrivato in cima, scopre che l'unico modo per restare vivo è tornare a essere nessuno. Non a caso sulla copertina del disco c'è il rapper steso in una bara con un coltello. “Una scelta estetica", racconta. “Spesso carichiamo di significati le armi ma è la mano che dà la coltellata, non il pugnale. Uso queste immagini a livello metaforico perché lottare contro qualcosa è indispensabile, non tanto per la vittoria, quanto per la catarsi che ne deriva”.

 

Lei parla spesso di una “deumanizzazione” dell'uomo contemporaneo. Come definirebbe il rapporto tra l'individuo e la rete oggi?
L'essere umano è ridotto a un semplice nodo in una rete di informazioni. Scherzando, lo definisco “post-futurismo” perché cerco di raccogliere il rumore dell'uomo attraverso la macchina. L'iperconnessione ci ha portati così vicini da poterci gridare nelle orecchie, ma siamo diventati sterili. Viviamo di reference, siamo bombardati da input che ci vengono sparati addosso e che noi vomitiamo verso il resto del mondo senza elaborarli.

 

In “Sangue Versato” affronta il tema del conflitto. È una questione sociale o interiore?
È un conflitto ineluttabile che unisce ogni uomo. C'è una micro-violenza che infliggiamo a noi stessi e una macro-violenza che vediamo nelle strade o nelle guerre, molto più catastrofica. In quel brano mi rivolgo ai ragazzi che si perdono dietro ideali che non gli appartengono, rovinandosi la vita per concetti come la vendetta. La strada è il luogo più ipocrita che io abbia mai visto. Se parli con un "ragazzo di strada", sembra che esista solo quella realtà, ma è una narrazione falsa e limitante.

 

La sua musica però sembra rompere queste barriere, arrivando a persone lontanissime dal suo immaginario. È vero che riceve messaggi insoliti?
Sì, ho notato che mi ascoltano adulti insospettabili, ma il picco l'ho toccato quando mi hanno scritto dei monaci esorcisti per dirmi che seguono la mia musica. Mi ha scioccato. Penso che siamo agli antipodi, eppure persone così lontane anagraficamente e spiritualmente sono riuscite a capirmi. Mi rende felice quando vedo che qualcuno mi apprezza e non appartiene al mio target.

  

Nel disco cita Andreotti, Craxi e Gheddafi. Proprio sulla Libia, il tempo sembra aver dato ragione ai realisti: oggi la caduta del Raìs viene letta più come un errore geopolitico che come una liberazione. È questo il ruolo del tempo di cui parla?
Il tempo ci fa un grande favore: nel bene e nel male cristallizza le cose. Nel presente abbiamo la vana gloria di sentirci autentici e precisi, ma è sbagliato. La narrazione cambia. Quando uccisero Gheddafi pensavano tutti fosse un dittatore, ora la classe politica sembra fare un passo indietro. Questo ci insegna che il tempo è l'unico vero giudice delle cose.

  

Nella traccia d'apertura, Giovanni Lindo Ferretti recita il monito di Arnaud Amaury durante il massacro di Béziers: “Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”. Perché proprio lui?
Sono cresciuto ascoltando i CCCP e inserire un riferimento alla crociata contro i Catari è stato un gancio incredibile. Dimostra quanto il bigottismo sia una costante nella storia umana. È un omaggio a una figura che stimo profondamente e un modo per ricollegarmi a quella violenza che attraversa i secoli.

  

Tra le sue rime convivono Dostoevskij, l'epopea di Gilgamesh e Chuck Norris. Come tiene insieme mondi così distanti?
Dostoevskij mi ha cambiato la vita a 13 anni con “Delitto e Castigo”. Se un autore dell'Ottocento può parlare a un ragazzino di Massafra, significa che le parole hanno una forza che attraversa geografia e tempo. Gilgamesh, che cerca l'immortalità, rappresenta il legame parossistico che abbiamo con la vita. Chuck Norris, invece, è il mito pop con cui la mia generazione è cresciuta. Il disco è pieno di questi paradossi perché la vita stessa lo è: sappiamo dove potremmo tendere, ma sappiamo che non riusciremo a farlo.

  

A proposito, di recente ha lavorato con Geolier nel suo brano Olè. Com'è stato?
Lavorare con lui mi ha scioccato. È un fenomeno, un supercomputer per come riesce ad andare a tempo. È un orecchio così affilato che mi ha fatto capire quanto io debba ancora lavorare per raggiungere quella precisione.

  

Vede un futuro nella scrittura pura, magari lontano dai beat?
Il giorno in cui non potrò più dare nulla al rap, mi piacerebbe cimentarmi con la prosa o la sceneggiatura teatrale. Al momento leggo a fasi alterne, a volte mi lascio marcire il cervello su TikTok, ma poi ritorno sui libri. Mi è stato regalato “La luna e i falò” di Cesare Pavese un anno fa e mi ha riacceso la passione.

  

Quando la vederemo in gara a Sanremo?
Per ora non mi ci vedo. Non ho capito in base a cosa vengano giudicate davvero le canzoni in gara: se per la capacità canora o per il personaggio. Io sono molto geloso della mia musica, è una cosa profondamente mia e ci rimarrei male se una mia canzone diventasse solo un numero o una posizione in classifica. Una persona che stimo molto mi disse che “l'intelligenza è sapere chi sei”. Io so che continuerò a fare il rapper e resto molto protettivo verso la mia identità.

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