Foto Epa, via Ansa
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Le infinite metamorfosi di David Bowie nascondono un lavoratore instancabile
Dal Maggiore Tom a Ziggy Stardust al Duca Bianco. Dieci anni dopo la morte, il cantante appare insieme lontanissimo e ovunque: genio contraddittorio, operaio della creatività, profeta ironico dello show-business contemporaneo. Un artista che ha fatto del cambiamento una forma morale
Sono dieci anni ma sembrano cento, mille. David Bowie è morto da secoli, altro che il 10 gennaio 2016. Finché era vivo, coi suoi occhi uno blu l’altro nero come quelli dei cani da slitta, si poteva davvero pensare che fosse ancora un nostro contemporaneo. Ma poi, una volta scomparso – ucciso da un tumore a sessantanove anni – la sua storia, che poi è una leggenda, è schizzata indietro nel passato. Quella di Bowie è un’epoca lontana che con l’oggi non ha quasi nulla a che fare, lo guardiamo come si guarda a un Leonardo Da Vinci, ma un Da Vinci mixato con Mozart, Galileo Galilei e, perché no, il venerato Nietzsche – del quale forse non aveva capito nulla. Un geniaccio un po’ ciarlatano un po’ visionario, mezzo artista mezzo filosofo, indagatore dello spazio e della mente, un Tommaso Campanella ma immortalato da Andy Warhol, “un collezionista di personalità” come diceva lui di sé medesimo. Insomma, un essere lontano, molto lontano da noi.
Paradossalmente però, allo stesso tempo, si possono vedere questi dieci anni come un minuto, un istante. Vale a dire che Bowie non è morto, visto che è presente in quasi tutto il trovarobato, le tinture tricologiche, le velleità, gli scandali (veri o presunti) e le calcolatissime ambiguità delle popstar che abbiamo consumato, da Madonna fino a Prince, dai Placebo a Lady Gaga, da Achille Lauro ai Måneskin. Probabilmente c’è un po’ di polvere di Bowie pure nella ricetta degli asessuati sudcoreani Exo e nelle bolle di sapone delle Blackpink.
Quando nel 1975, cinquant’anni fa, Bowie definì come “plastic-soul” la musica dei suoi Young Americans e del successivo Station to Station – che ora, per l’anniversario, torna in una splendente edizione in vinile – stava solo prefigurando lo show-business del futuro, un gran riciclare tutto quanto. Bowie è lontano ed è qui: se si riguarda in questi giorni il videoclip di I’m Afraid of Americans, scritta con Brian Eno nel 1997, sembra girato in Minnesota l’altro ieri: è il breve film di un caos dove l’ossessione delle armi, e la paranoia, dominano lo spazio pubblico. Ma non è mai tragico Bowie, non si sogna davvero un’apocalisse, semmai è sarcastico.
Nel 1975, su Playboy, dichiarò che Hitler era stato “uno dei primi divi del rock”. Quando l’intervistatore gli chiese di chiarire quella bislacca sparata, Bowie rispose: “Ma ci pensi un attimo. Guardi i suoi film, il modo in cui si muoveva! Penso che fosse bravo quanto Jagger. Era davvero sorprendente: non appena saliva sul palcoscenico, il pubblico impazziva. Buon Dio, non era un politico, era anche lui un artista dei mass-media. Usando insieme politica e teatro, ha creato un apparato in grado di dominare e controllare lo show per ben dodici anni. Non ce ne sarà un altro pari a lui: è riuscito a mettere in scena un intero paese”.
Ora: a parte prefigurare un ritratto sputato dell’attuale presidente degli Stati Uniti (“un artista dei mass media”), Bowie spiazza e inquietava la sua platea di drop-out e di libertari di sinistra. Disse: “Bisogna passare attraverso la dittatura e la destra per liberarsi della destra”. Era un burlone, ma con le antenne.
Dieci anni dopo, in un’intervista sul New Musical Express ritrattò la sua infatuazione per nazismi e arianesimi vari, ricordando i sudati tour nel sud degli Stati Uniti negli anni Settanta dove i suoi musicisti neri e le loro performance erano oggetto di insulti e attacchi fascistoidi. E già nel 1980, nella canzone It’s No Game PT1, definiva i fascisti “avvilenti e deprimenti”. Era programmaticamente contradditorio. La storia di Bowie è anche quella dei litri di inchiostro regalati ai giornalisti che, poracci, cercavano di afferrare l’inafferrabile, definire l’indefinibile, di scovare una verità dove una verità preconfezionata non c’era. Come quando, nel 1972, sul Melody Maker, pur sposato e con un figlio, dichiarò di essere “sempre stato gay” o come minimo bisessuale, salvo poi negli anni Ottanta rinnegarsi facendo intuire che sì, era capitato di scopare anche con degli uomini, ma la cosa non era divertente, almeno non quanto andare con le donne. D’altra parte, quella di Bowie è anche la storia della gestione molto consapevole di quella stessa ambiguità sessuale, scenica, gossippara. Mentre scriveva una quantità mostruosa di belle canzoni, David Bowie aveva mandato in soffitta lo stile Mod e aveva inventato il Glam Rock, cioè ridisegnato l’immaginario di chi era nato persino dopo di lui: quando aveva ventitré anni e sulla copertina di The man who sold the world compariva nelle vesti di una ragazza compita e dal sex appeal vagamente demodé, i suoi fan ne avevano anche dieci di meno ed ebbero così l’assenso a fare un po’ quello che volessero della loro vita erotica, psichica e ormonale. Bowie era il grande sindacalista della psichedelia.
Ma dietro quella sapiente leadership c’era un lavoratore ai limiti dello stacanovismo, un legittimo erede della working class post-bellica, un austero e androgino operaio della creatività che dall’età di diciassette anni non ha mai saltato un turno alla catena di montaggio. In 49 anni di carriera, dal 1967 al 2016, ha pubblicato 26 dischi in studio, vale a dire quasi due all’anno, disseminati tra una serie di colossali tour planetari, che hanno fruttato 18 album live, dei quali almeno 10 postumi. Nel frattempo, Bowie ha prodotto dischi per Iggy Pop e Lou Reed, ha scritto un successo con John Lennon, è stato il protagonista di L’uomo che cadde sulla terra di Nicolas Roeg, Furyo di Nagisa Oshima, Miriam si sveglia a mezzanotte, il debutto di Tony Scott con Catherine Deneuve e Susan Sarandon, del fantasy Labyrinth di Jim Henson, ha recitato The Elephant Man a Broadway, diretto una quantità di videoclip, ha quasi scritto un musical su 1984 di Orwell (ma la vedova Sonia non gli diede i diritti), composto innumerevoli canzoni per il cinema assurte a proprie immagini riflesse, Absolute Beginners e This is not America (con Pat Metheny). Cos’altro ha fatto? Visse a lungo in Svizzera, dove per lo più dipingeva e sciava. Poi è tornato a New York, dopo aver sposato la supermodella Iman (“come Berlino”, spiegava, “a New York non importa a nessuno chi sei, ti puoi nascondere”) e alla fine ha persino preparato mediaticamente la propria morte, messa in scena con l’ultimo album Blackstar, uscito puntualmente due giorni dopo la scomparsa.
Ma David Jones ci ha messo parecchio sudore, parecchia fatica a diventare Bowie. E’ stato un lavoro lungo. La madre era cassiera in un cinema, il padre un reduce di guerra che, dopo alcuni fallimenti lavorò per un ente benefico. Vivevano in una di quelle case grigio fumo nel suburbio londinese di Brixton e poi a Bromley. Aveva un fratellastro più grande, Terry, che fu il suo primo mentore, guidandolo alla scoperta di John Coltrane e Sulla strada di Jack Kerouac, ma era schizofrenico e finì presto in manicomio, per poi buttarsi sotto un treno nel 1985. Uno dei primi amorini di Bowie, la futura attrice e cantante Dana Gillespie, ha descritto bene l’ambiente in cui il quindicenne David cominciò a costruire il suo personaggio e le sue canzoni e da cui voleva scappare: era una casa dove non si parlava e non si rideva, “come se ognuno portasse un blocco di cemento sulle spalle”.
Il ragazzo studia in un istituto per le arti, suonicchia il sax, va matto per Little Richard e l’R&B, poi sulla scena appaiono gli Who, con il loro modo rock di stare sul palco; Pete Townshend sarà sempre un punto di riferimento per Bowie, il quale si chiama ancora Jones e dopo il naufragio di vari gruppuscoli si cambia il nome e intraprende la strada solista.
Nel’69 il primo successo discografico è Space Oddity, ottimo esempio di cannibalismo culturale, poiché mentre si appropria dello zeitgeist – la vibrazione libertaria della Swinging London, la conquista della luna, la rottura generazionale – Bowie definisce la sua idea teatrale della performance. Via di casa, ha una serie di storie sessuali coabitative con la ballerina e attrice Hermione Farthingale (qui pare si fosse proprio innamorato), la giornalista Mary Finnigan, con la quale mette in piedi una comune mezza hippy e infine quella che sarà la sua prima moglie, l’americana Angie Barnett. A chi gli rimproverava una certa anaffettività, rispondeva accigliato: “L’amore non mi può intralciare e metto un’altissima barriera tra me e lui”. Nel frattempo, Bowie ha avuto una intuizione geniale (la prima di tante): è andato a studiare dal grande mimo e coreografo Lindsay Kemp, che si innamora follemente e gli insegna a far suo lo spazio scenico e quella stralunata gestualità che lo renderà unico sul palco. Comincia a dipingersi la faccia, prima come un attore giapponese del kabuki, quindi mettendo insieme le belle drag queen che frequenta e il triste pierrot alieno con quell’indecifrabile sdegno stampato sulle labbra. Insomma, David costruisce Bowie sulla base di una fame culturale vorace.
“Fats Domino non lo capivo, così come non capivo Tiziano e Tintoretto. Capivo senza capire. Volevo usare l’arte, e tramite essa dare un senso alla mia vita quotidiana” rievocherà, già il là con gli anni (vedasi Moonage Daydream su RaiPlay).
Nel suo Desiderare Bowie, un bel saggio pieno di spunti di riflessione uscito da poco da Nottetempo, Massimo Palma la mette così: “Bowie ha inteso la sua arte come esperimento. E’ stato un test per il pubblico. Questo però non è valso solo per i temi sensibili – il gender trouble, l’eccesso tossico, la patologia psichica –, ma per questioni apparentemente ordinarie che Bowie fa diventare silenziosamente estreme. Fin dove può spingersi la ricerca di sé come merce?”. Bella domanda, e pare evidente che sono stati i tempi a deciderlo: all’epoca di Bowie i limiti si giocavano all’interno del convenzionale schema dello showbusiness, oggi gli artisti sono innanzitutto “creator” che si fanno in proprio da subito, su Tik Tok e You Tube. Certo, in ogni caso, l’idea di farsi merce con Bowie pare una conseguenza più che un presupposto: di base c’era un talentuosissimo scrittore di canzoni pop, che poi erano anche folk, rock, blues eccetera: ce ne sono almeno trenta memorabili, ne cito cinque o sei: Space Oddity (entra in scena il primo dei suoi “personaggi”, come diceva lui), il Maggiore Tom; quindi Ziggy Stardust (altro personaggio, definitivo successo); quindi Life on Mars? E poi Changes, e poi Heroes, e poi Station to Station (ecco il terzo personaggio, il Duca Bianco), poi Let’s dance (praticamente traduce gli anni Ottanta in due parole), e si potrebbe continuare fino a stanotte. Ogni volta Bowie fotografa un momento della sua vita, e lo trasforma in ciò che i suoi ascoltatori vogliono essere. “L’artista è un parto dell’immaginazione dello spettatore” argomentava.
Dieci anni, dunque: ma quanto è ascoltato ancora oggi Bowie? Beninteso, quei pittoreschi negozi di vinili e cd sopravvissuti qua e là nel globo sono ancora i custodi dei suoi lavori iconici. I diciottenni però oggi ascoltano con lo streaming. Recentemente il Guardian ha analizzato il consumo di Bowie rispetto a quello di altre icone rock e pop di pari dimensione: ebbene Bowie gode della ragguardevole cifra di 22 milioni di ascoltatori mensili su Spotify, contro i 26 di Bob Marley, i 34 di Whitney Houston, i 43 di John Lennon e, udite udite, i 45 milioncini del vecchio buon Elvis, che tiene botta nonostante, al confronto della modernità di un Bowie, lui ci appaia come una sorta di Antonio Vivaldi col ciuffo. Quanto alle singole canzoni, la più ascoltata è Under pressure, che sfiora i 2 miliardi di download, ma forse c’è lo zampino dei Queen (co-autori insieme al nostro), i quali per contro vantano almeno sei pezzi che sforano il miliardo di ascolti. L’iniziativa più concreta per tenerlo vivo è senza dubbio il museo permanente del David Bowie Center presso il V&A East Storehouse di Londra, dove sono esposti circa ottantamila cimeli, tra abiti, manoscritti, costumi di scena, strumenti musicali e quant’altro. I colleghi del Guardian fanno tuttavia notare che, per esempio, quando la serie Netflix Stranger Things ha rispolverato Running up that hill di Kate Bush, la canzone si è subito imposta tra le prime dieci in classifica ed è diventata virale su TikTok, mentre il recente uso di Heroes nell’ultima attesissima stagione della serie non ha fruttato che la 34esima posizione. Da tale sommario bilancio si potrebbe dedurre che l’appeal di Bowie sugli attuali fruitori del pop non regge benissimo il passare del tempo, ma è anche vero che la freddezza delle cifre, su un fenomeno di tale complessità, non sia il termometro più fedele.
Più che i numeri, guardiamo cosa contengono, cosa raccontano. Diceva: “Una volta fatta una cosa che abbia un senso compiuto passo ad altro. Io spero che la gente non sia statica, i cambiamenti ci dicono chi siamo”.
David Bowie era uno che lasciava andare e non restava legato al passato, accadde con la cocaina, con Londra, con le maschere, con i capelli lunghi. Oggi è il contrario: tutti si vuol restare disperatamente legati al proprio ruolo. La sua gioiosa, e insieme anodina professione di fede nel cambiamento mi pare sia rimasta inascoltata.