Ansa
verso i Giochi
L'opera di Vivaldi a Milano: un'altra "Olimpiade"
Se Federico Sardelli, dirigendo la Filarmonica di Milano, riesce a garantire una vivaldianità ineccepibile, il problema della serata è la compagnia di canto. IN ogni caso teatro esaurito e molti applausi
Non tutti i giochi vengono per nuocere. Milano sta per infilarsi nelle Olimpiadi invernali o forse infernali, quando sarà chimerico prenotare un ristorante e l’impresa di trovare un taxi da difficile com’è oggi diventerà utopistica. Ma almeno abbiamo ascoltato in forma di concerto, al Teatro Studio del Piccolo, L’Olimpiade di Antonio Vivaldi (1734), una delle innumerevoli intonazioni del libretto di Metastasio, forse il più musicato della storia e di certo uno dei più belli. L’Olimpiade per le Olimpiadi è un’idea divertente, benché poi nell’opera i “giuochi”, come dice l’abate e diceva Berlusconi, facciano da mero sfondo a uno dei soliti intricatissimi incastri metastasiani dove a un certo punto tutti risultano promessi sposi al partner sbagliato. Ma che meraviglia di versi, però; che eleganza di metri e ritmi; che parole che sono già musica; e che finezza drammaturgica, anche. Vivaldi, si arrabbierà il suo sommo sacerdote Federico Maria Sardelli che dirigeva, non ha la finezza psicologica e teatrale di Händel, e l’unica altra Olimpiade che ogni tanto viene riesumata, quella di Pergolesi, mi pare musicalmente più bella. Però nella lunga serie di arie con il daccapo si apprezza l’infallibile brillantezza di don Antonio, e anche la sua sottile ironia. Ovviamente, l’opera è stata sforbiciata assai, specie nei recitativi secchi, e magari anche troppo, perché una trama già complicata di suo diventa incomprensibile, e perché i versi sono talmente belli che meriterebbero maggior fortuna. Certo, bisogna dirli come Mauro Borgioni, Alcandro, che entra, canta e diventa subito la pietra di paragone di come andrebbero eseguiti: non compitati, ma interpretati.
Sardelli non dirige la sua orchestra e nemmeno un complesso specializzato, ma LaFil - Filarmonica di Milano, che lui rinuncia giudiziosamente a barocchizzare e che suona bene come suole. Ovviamente Sardelli sa il fatto suo e garantisce una vivaldianità ineccepibile, ma forse più generica che in altre occasioni. Rassicuriamo gli innumerevoli ammiratori di quest’uomo dal multiforme ingegno, scrittore, pittore, musicologo, compositore, flautista e ficcante editorialista del Vernacoliere sì bello e perduto: sì, indossava i suoi celebri calzini rosso-Vivaldi, siamo tutti più sereni. Il problema della serata è semmai la compagnia di canto, tutt’altro che ineccepibile. Se i migliori sono i bassi, oltre a Borgioni, Alessandro Ravasio che è Clistene, qualcosa a Olimpia non quadra. Funzionano Shakèd Bar, Megacle, e Valeria La Grotta, Aminta, cui tocca “Siam navi all’onde algenti”, micidiale aria di tempesta già cavallo di battaglia della Santissima; le altre signore, meno; per nulla quella che fa Licida e che strazia l’aria più bella dell’opera, “Mentre dormi Amor fomenti”, che mi farei cantare tutte le sere tipo Filippo V di Spagna con Farinelli (ma non da lei). Però teatro esaurito e molti applausi. Sarà il film di Michieletto, saranno i libri dello stesso Sardelli, adesso Vivaldi è molto di moda. Meglio L’Olimpiade delle Olimpiadi, temo.