
Dietro il cappello
Coca Puma e il coraggio di restare fragile sotto i riflettori
Così la timidezza può diventare connessione con il pubblico, affidandosi all'istinto, all'autenticità e alla sorpresa di chi ascolta. La fine di un anno e mezzo di tour e un secondo album in gestazione. Il cinema, Roma nord, il Brasile e qualche sorpresa
C’è qualcosa di tenero in Coca Puma, una delicatezza che nasce da una timidezza mai mascherata, al massimo celata sotto il cappellino con il quale sale sul palco, la sua “coperta di Linus”. È forse questa sincerità fragile, unita a una determinazione ostinata, a renderla così autentica. Dopo l’esordio con Panorama Olivia e il riconoscimento da parte di Spotify Radar come “next big thing”, ha firmato la soundtrack di Quasi a casa di Carolina Pavone prodotto dalla Sacher di Nanni Moretti e suonato in tour per oltre un anno. Oggi Coca Puma, nome d’arte di Costanza Puma, classe 1998, ha parecchie novità in canna. Venerdì 12 settembre sarà a Roma sul palco di Spring Attitude, alla Nuvola di Fuksas. Poi Catania, il Firenze Jazz Festival, il Saz in Town sulle Dolomiti, Torino e Milano. Ma quella all’EUR sarà l’ultima tappa nella sua città prima della chiusura del tour, si dice emozionata e ammette che “è sempre sorprendente ricordarmi che c’è chi paga per venirmi a sentire. Lo sto ancora metabolizzando”. Per lei esibirsi significa “lasciarmi andare, creare una connessione con i musicisti, e ogni tanto dare qualche occhiata al pubblico da sotto il cappello. Nato come scudo nei primi live, lo è tuttora: credo si capisca che non è marketing, e per questo me lo si perdona”.
Nessuna ansia per il secondo album, anche se qualcuno cantava che è sempre il più difficile / nella carriera di un artista. “Non ho avuto il tempo per scrivere. E forse non ne ho avuto nemmeno il bisogno. Sto raccogliendo le idee. Joseph Conrad si chiedeva: ‘Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?’. Sono contenta di essere in una fase così”. E fuori dalla finestra che cosa si vede? “Sarà una sorpresa. Ma posso dire che sarà un album più festoso, più energico. E vorrei inglobare un'influenza che per me è sempre stata presente: la musica brasiliana”. Intanto annuncia un progetto speciale: “Un disco con Cinevox, l’etichetta di Piccioni e Umiliani, nel quale diversi artisti contemporanei rivisitano il loro catalogo. Stupendo: sono grande appassionata di library music italiana anni Sessanta-Settanta”.
Nei suoi brani affiorano luoghi simbolici di Roma nord, da Porta Pia a Corso Francia. Non il Brasile, magari, ma il Vietnam di Castellitto... “Sono cresciuta tra il Fleming e Ponte Milvio: è vero che può essere un ambiente un po’ sterile, superficiale... Gli ultimi anni del liceo sono stati duri, passavo tanto tempo in solitudine. Finché in quarta liceo ho conosciuto due dei componenti della mia prima band: i Quiver”. Un altro luogo decisivo è la Valle del Treja, dove ha registrato molti brani di Panorama Olivia nella casa della nonna. “Un luogo che conserva tanti ricordi. E sapori: le tagliatelle con i porcini e l’arrosto di nonna! Quando è morta ho iniziato ad andarci per scrivere la tesi e ho ritrovato lo spazio e il silenzio di cui avevo bisogno. Piuttosto catartico”.
Accanto alla musica c’è il cinema: il fratello sceneggiatore con cui sogna un film, le clip per l’Istituto Luce — “pillole da due minuti che verranno lanciate una per volta, prima di una grande proiezione ai festival” — e naturalmente la colonna sonora di Quasi a casa. Una battuta chiave del film cita i Kills: Future starts slow, il futuro inizia lentamente. E lentamente anche Costanza ha trovato la sua porta. “Un’estate andai a Umbria Jazz, al concerto di Kamasi Washington. Mi fece emozionare a tal punto da convincermi a intraprendere questa strada, con il sogno che un giorno anche io avrei potuto donare emozioni simili”. La gavetta non è stata facile. “Ma sono dell’Ariete: la testardaggine mi ha portato a resistere a tutti i no. O a rifiutare offerte non in linea con la mia visione. Mi sono sentita dire ‘hai perso il treno della tua vita’ e roba del genere”. Nella vita, di solito, passa più di un treno, per fortuna. Oppure un aereo: “Con parte dell’eredità di mia nonna mi sono concessa un viaggio a Los Angeles. In un negozio di dischi che si chiamava In Sheep's Clothing conobbi un ragazzo londinese con cui ho legato. Stavo scrivendo, il gruppo si era sciolto e avevo ricevuto un po’ di porte in faccia… Lui capì che ero bloccata e mi fece un pdf con una lista di etichette italiane da contattare. C’era anche Dischi Sotterranei. Mi rispose Michele, che oggi è il mio manager e un grande amico: così è iniziato tutto”.
Ma quello che la fa felice, dice, “è ricevere quello sguardo, quell’abbraccio, quel bigliettino a fine concerto”. Bigliettino? “Sì, capita. A Padova una ragazza me ne ha scritto uno per dirmi ‘La canzone La macchina volante mi emoziona tantissimo. Grazie per la musica’. Mi ha ricordato come mi ero sentita io dopo quel concerto di Kamasi Washington. Questo è quello che mi ripaga: fare quello che amo, con autenticità e libertà e basta. Se va bene, bene”.