via Ansa

Il nuovo business

Il gran momento della musica in streaming, anche per i miti del passato

Stefano Pistolini

Consumo e abbonati in crescita, corsa all’acquisto dei cataloghi: ora che la rivoluzione si è consumata, ci si chiede se i notevoli rendimenti della nuova industria musicale siano destinati a durare oppure no

Ora che la rivoluzione dello streaming si è consumata, per capire il funzionamento nuovo e diverso dell’industria musicale bisogna riallineare molti parametri a una visione inedita. Lo streaming musicale infatti – a oggi una cifra planetaria di circa 550 milioni di abbonati paganti, per un flusso annuo nei pressi dei 100 miliardi di dollari – ha radicalmente modificato l’offerta di musica registrata: in sostituzione dello scenario concorrenziale di nuovi prodotti in cerca di acquirenti (la vecchia logica degli album, dei singoli e delle classifiche), è subentrato l’accesso del pubblico all’intero, colossale repertorio della musica di ieri e di oggi, fatto da milioni di prodotti realizzati nell’ultimo mezzo secolo, incluse le ultimissime novità del giorno. Ecco la grande differenza: oggi il vecchio e il nuovo sono accessibili e disponibili esattamente allo stesso modo, Frank Sinatra e i Beatles, Madonna e l’ultimo singolo di Sfera Ebbasta. Un dato che genera uno scenario inedito, nel quale la celebrità, il mito e la qualità dei classici e degli evergreen tornano a rivaleggiare con l’attrattività delle nuovissime uscite e degli artisti emergenti. 

 

La conseguenza diretta di questo consumo musicale via streaming, che incide sulle relative economie, è che torna a salire in modo esponenziale il valore mercantile della grande musica di ieri e dell’altro ieri, che richiama e seduce sia il pubblico dei giovani, vogliosi di conoscerla e condividerla, quanto i fans originali, felici di tornare a disporne. È il quadro di motivazioni all’origine dell’esplosione di un business finora poco valorizzato come quello dei cataloghi editoriali degli artisti, la cui proprietà permette d’accedere ai diritti di sfruttamento generati principalmente proprio dallo streaming. È di queste ore la notizia dell’accordo da 200 milioni di dollari coi quali Hipgnosis Songs, colosso del settore, ha acquisito la proprietà di 290 canzoni di Justin Bieber. Un annuncio che segue di poco quello secondo cui Bruce Springsteen ha guadagnato 550 milioni di dollari vendendo i diritti della sua musica a Sony Music Group, che li ha acquisiti aggiungendoli ad altri cataloghi, firmati ad esempio da Bob Dylan e Paul Simon, mentre Sting si è separato dalla sua intera produzione in favore della Universal Music Publishing in cambio di 300 milioni di dollari e Warner Music Group ha pagato 250 milioni di dollari per le canzoni di David Bowie. 

 

Proprio Hipgnosis Songs è l’attore protagonista di questo mercato emergente in cui ha debuttato solo cinque anni addietro come investitore puro in canzoni, accumulando un portafoglio di acquisizioni che si avvicina ai 3 miliardi di dollari, con un catalogo di 65 mila brani che includono ogni genere di artisti, da Neil Young a 50 Cent, da Shakira ai Red Hot Chili Peppers. Una strategia d’attacco su larga scala che ha portato il fondo britannico fondato e diretto da Merck Mecuriadis (forte di una partnership da un miliardo di dollari con Blackstone) a risultati ragguardevoli, con un aumento dei ricavi del 7,7 per cento su base annua e 91,7 milioni di dollari di utili per i soli primi sei mesi del 2022. Lo stesso Mecuriadis nelle interviste sprizza entusiasmo: lo streaming a pagamento continua a crescere, gli abbonati premium aumentano in modo stabile, nel 2022 gli streaming musicali nei soli Stati Uniti per la prima volta hanno superato il trilione. Goldman Sachs ha stimato che le vendite dell’industria musicale globale da ora al 2030 cresceranno a un tasso composto del 12 per cento e che mentre la corsa continuerà, l’avvento di mercati secondari consentirà agli investitori lo scambio e la compravendita dei diritti musicali. “Sia in crescita che in recessione, le persone andranno sempre in streaming”, ha chiosato Mecuriadis.

 

È dunque un fiume di denaro fresco quello che investe l’industria musicale, dopo decenni di recessione provocati dalla fine della discografia tradizionale, dalla crisi coincisa col dilagare della pirateria e la depressione della pandemia (periodo nel quale, peraltro, il consumo di musica via streaming è aumentato esponenzialmente). Ora la musica torna a essere pagata appieno e in modo sicuro, ma ciò che è inaspettato è che anche la musica “vecchia”, accessibile e qualitativamente imbattibile, torna a fruttare in grande stile. Non a caso il valore dei cataloghi arretrati è raddoppiato dal 2015 e aziende come Hipgnosis scommettono sul recupero degli investimenti anche grazie ad altri promettenti diritti di utilizzo, come i videogiochi, i film, gli eventi sportivi. Ma è soprattutto lo streaming ad aver portato stabilità ai flussi di cassa delle royalties musicali e fiducia negli investitori. Secondo Hignosis, per ogni dollaro generato da servizi come Spotify o Apple Music, 30 centesimi vanno al servizio di streaming, il resto ai detentori dei diritti editoriali e agli artisti, fin quando questi non cedano la proprietà delle canzoni ai nuovi attori del mercato. 

 

L’interrogativo è: sono rendimenti destinati a durate? Se si acquista con cura e con visione a lungo termine, probabilmente sì. Per la musica si stanno infatti irrobustendo nuovi canali di entrate, da TikTok all’advertising, e le vecchie canzoni vengono continuamente riscoperte dalle nuove generazioni, producendo fenomeni sbalorditivi: lo scorso anno il ritorno alla ribalta di Kate Bush col suo brano del 1985 “Running Up That Hill”, tormentone del serial “Stranger Things”, ne è un esempio, con l’aumento dell’8.700 per cento degli stream su Spotify e il primo posto nelle classifiche di vendita del Regno Unito. Allo stesso modo “Never Let Me Down Again”, vecchio successo dei Depeche Mode, inserito nel nuovissimo serial “The Last of Us”, sta generando milioni di dollari in royalties per i detentori dei diritti di pubblicazione. L’appeal dei vecchi cataloghi di qualità si sta rivelando solidissimo e in grado di generare entrate stabili per gli anni a venire, perché le persone non smettono di ascoltare musica, nella buona e cattiva sorte. Non a caso gli investitori appaiono oggi in particolare attratti dalla categoria “successi sicuri”, col boom delle vendite dei cataloghi di artisti di successo negli anni 60, 70 e 80.

 

Così, mentre Bloomberg autorizza la startup Clouty a esporre sui terminali finanziari l’indice Musiq 500 che tiene traccia dei ricavi generati dallo streaming delle 500 migliori canzoni, è prevedibile lo spaesamento dei vecchi appassionati di fronte a questo ridisegno business oriented di un mercato della musica che sembrava traversato da vibrazioni di tipo ben più passionale, modaiolo e in certi casi perfino sperimentale. Il fatto è che nell’epoca della finanza impalpabile non ci si deve sorprendere che la musica giochi un ruolo di primo piano. Anche perché ciò che resta della carnalità del rapporto produttore-consumatore in campo musicale, ovvero il momento del “live”, dei concerti e dei tour, sta vivendo un riassetto finanziario altrettanto radicale, con una ridefinizione dello spettacolo musicale come intrattenimento d’élite e non più di base, e attraverso una commisurata esplosione dei prezzi. Arrivare a vivere il contatto diretto, quasi fisico con l’artista, sta diventando un momento di eccezionalità da pagare a peso d’oro. Ma di questo parleremo in un’imminente analisi dedicata.

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