Malika è altrove

Simonetta Sciandivasci

Il Marocco, Milano, il talento, Paolo Conte, La Scala, la vita metodica, le zingarate, Emma Bonino, gli ormoni, l'equilibrio. Conversazione con Malika Ayane

La prima cosa bella di Malika Ayane è la compostezza selvatica, l’eleganza di zebra. Paolo Conte le sta a pennello, lui che della sua voce una volta ha detto: “È un arancione scuro che sa di spezia amara e rara e come il Calicantus, fiorisce d’inverno e il suo profumo porta lontano”.

  

Era il 2008, lei aveva 24 anni e il suo primo disco era appena uscito, prodotto dalla Sugar di Caterina Caselli. Dentro c’erano canzoni firmate da Pacifico, arrangiate da Mendoza, suonate da Conte. C’era “Come Foglie”, quella che fa “d’estate muoio un po’, aspetto che ritorni l’illusione di un’estate che non so quando arriva e quando parte, se riparte”, la prima che Giuliano Sangiorgi ha scritto per un’interprete. Niente male per un debutto. Nei dodici anni successivi, Malika Ayane ha svettato in classifica con ogni suo disco, quasi vinto Saremo, fatto radio, cinema, tv, musical, talent show, cartoni animati, pubblicità, duettato con De Gregori, Fedez, Gino Paoli, Bocelli, premiato Ennio Morricone, tinto i capelli, svuotato armadi, fatto e disfatto grandi amori, messo l’apparecchio before it was cool (perché sì, c’è stata una stagione, qualche anno fa, in cui l’apparecchio ai denti era diventato un monile: erano i prodromi del body positive).

    

Nei 24 anni precedenti ha studiato violoncello al Conservatorio di Milano, cantato nel coro della Scala, lavorato da receptionist, viaggiato più che ha potuto, avuto una bambina, Mia. La incontro in un bar a Porta Ticinese che sembra cascato lì per caso da una DeLorean. È un po’ marittimo e un po’ montanaro, un po’ chiringuito e, un po’ baita, passa solo canzoni anni Ottanta, e qualche pezzo dei Novanta. Lei dice che è il suo baraccio, ma ci sta seduta come fosse alla Scala. Le dico subito che è molto bella, perché è la prima cosa che penso e non riesco a farne a meno. Per fortuna non s’offende.

 

“Sono abbronzata. Ho la pelle olivastra, con il sole divento subito del colore della birra belga”.

  

È falsa modestia?

  

“È il sole della Barbagia”.

  

Vuoi dirmi qualcosa di cui ti prendi il merito?

  

“L’orientamento. Sono un’anarchica dispersiva però sono capace, tutte le volte che mi perdo, di ritrovarmi. Divago sempre, ma so tornare al punto in qualsiasi momento”.

 

Di che segno sei?

 

Acquario. Leggo l’oroscopo di Brezsny, questa settimana c’è scritto che devo fare come i bambini che giocano vicino ai coccodrilli: non temere di stabilire un rapporto con “le forze indomite e le personalità forti”.

 

Ci credi?

 

Agli oroscopi? Perché no. Sono una scettica possibilista, credo che tutto abbia senso di esistere, e spazio per farlo. Tutto è al mondo per un motivo.

 

Vale tutto?

 

No, ma tutto si può incontrare. Un astrologo, un cartomante, un amore, un samaritano, uno stronzo, una fortuna, una sciagura. Io non mi tiro indietro mai.

  

Non cerchi mai niente?

 

Non cerco quasi niente: le cose arrivano, basta rendersi ricettivi.

 

E come si fa?

 

Io sono terrorizzata dalla finitezza e questo mi rende avida. Voglio vedere più cose che posso, è questo il mio motore e il motivo per cui non mi privo di niente. È anche la ragione per cui ho una moto. Anzi, ne ho due.

Due! 

Una me la sono regalata per i miei 35 anni, l’ho chiamata Shirley MacLaine. L’altra è il mio anello di fidanzamento, si chiama Gilda. È una Honda CB four 400 super sport. È bellissima.

  

Che cosa intendi per finitezza, il limite?

No, la morte. Ho paura di morire presto. Perché sarà sempre troppo presto, perché non avrò mai visto tutto quello che c’era da vedere, letto tutto quello che c’era da leggere, amato tutto quello che c’era da amare, fatto tutto quello che dovevo e potevo. Il tempo è un concetto che interessa solo gli esseri finiti, esiste soltanto per noi, che ne abbiamo una porzione ridotta, ridicola. Certo, ci sono molte vite mal spese, come diceva Battisti, ma forse lo sono proprio per questo, perché la nostra condizione è così precaria, effimera, terribile.

  

Però anche le vite mal spese hanno le loro ragioni, il loro sapore.

Certo. Nessuna vita è mai ben spesa davvero, fino in fondo. C’è sempre uno spreco, un peccato. Però quando ti accorgi di non poterci fare niente e che quello che è perduto è perduto e basta, è tremendo. Capisci di essere in un punto preciso della tua vita.

Quale?

Quello in cui sei troppo vecchia per essere giovane e troppo giovane per essere vecchia: non hai attenuanti da nessuna delle due parti, i rimpianti e gli errori restano rimpianti ed errori. Per questo mi spaventa l’idea di non aver fatto abbastanza, o almeno di non aver fatto tutto quello che avrei potuto fare: perché so che non potrò recuperarlo.

 

“Si dice che domani sia solo il posto adatto per un bel ricordo”. Che pezzo.

 

L’ho scritto con Pacifico, metà a Parigi, dove lui vive ormai da molti anni, e metà in giro. In quel periodo ero ossessionata dal presente, e volevo che la canzone parlasse di questo, di una relazione che nasce e finisce, si consuma nel momento in cui c’è, e volevo farlo attraverso il paragone con le caratteristiche dei legami di lunga durata. Invece, in molti l’hanno interpretata come un elogio dell’amore maturo che vive di pazienza. Eppure con il verso “Non è quello che ci spetta” ci sembrava di essere stati chiari.

 

Quel verso sembra la sentenza di una generazione.

Se ci pensi, Pacifico ha più di cinquant’anni. Ha una moglie e un figlio. E poi c’ero io, che avevo trent’anni tondi, una figlia e un divorzio. E scrivevamo la stessa canzone, dicevamo la stessa cosa.

 

Capita spesso che quello che scrivi venga del tutto frainteso?

No. Ma quando capita è sempre affascinante. Mi è successo di ricevere lettere di ascoltatori che mi raccontavano di aver salvato grandi amori grazie ad alcuni miei brani, e spesso si trattava di brani che io avevo scritto per raccontare un abbandono, una conclusione, un dolore.

Dici ascoltatori invece di fan. 

Perché sono fortunata, non ho fan: ho un pubblico che ascolta e con il quale sono in contatto sempre. 

 

Nel tuo ultimo disco, Domino, canti: “Vorrei tanto non odiare quel calzino, vorrei tanto che il divano fosse ancora un’ambizione”.

Quel momento arriva sempre, in tutti gli amori, anche i più fortunati. Un conto è arrivarci, un altro è pensare che poiché prima o poi la passione si spegne, sia giusto rinunciarci a priori. Se di tutto ci si può disamorare, significa che ci si può innamorare continuamente.

 

La noia è importante?

 

Certo, è un punto di osservazione.

 

Quando ti annoi?

A cena con persone poco interessanti. Le persone poco interessanti mi terrorizzano prima ancora di annoiarmi.

 

Chi sono le persone interessanti?

Quelle che hanno un mondo.

 

Cosa ti rimproveri?

Stasera, il fatto che andrò a casa e penserò a tutte le cose che non ti ho detto o che avrei potuto dirti meglio.

Ogni giorno, tutte le cose che avrei potuto fare meglio.

 

Sono tante?

Sono tante.

 

 

Non ti sembra di essere troppo severa?

 

Forse sento questo peso perché non posso ritirarmi e, soprattutto, non ho intenzione di morire come Marilyn Monroe. A volte mi sembra di essere del tutto desueta rispetto a una parte di mondo. Completamente, irreversibilmente fuori moda.

Quando l’orchestra ha lanciato gli spartiti perché non mi ero qualificata in finale a Sanremo con “Ricomincio da qui”, ero di gran moda, ed era un tempo in cui un brano su un tempo dispari con un’orchestrazione di Mendoza e che girava tutto sullo stesso arpeggio di pianoforte era considerato, se non pop, comunque meritevole di stare in mezzo a tutto quello che il mainstream puro offriva. Adesso non c’entro proprio niente, mi sembra di non potermi collocare da nessuna parte.

 

Ma non è meglio così? Hai il tuo nome che fa collocazione a sé, no?

È meglio quando sono di buon umore, diciamo così.

  

E quando lo sei?

Non so, forse dipende dagli ormoni.

  

Mi rifiuto di scriverlo!

Scrivilo, invece. Tanto l’ho detto io. Mi piacciono gli ormoni. Pensa a un amore che non li risvegli, sobilli, entusiasmi: che tristezza. Meglio vivere con l’amica del cuore. Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che nella mia vita il corpo ha una grossa influenza. Da qualche anno faccio sport perché se non lo facessi sarei uno straccio: è un segno del tempo. Lo accetto, agisco di conseguenza.

  

Essere (sentirti) desueta non ti dà più libertà?

 

Sì. Ma la libertà è come l’amore: se lo riconosci solo tu a te stesso, non esiste. Conta il riconoscimento degli altri, che non è approvazione, ma attestazione.

 

Ma ti arrabbi ogni tanto?

Di rado. Protesto, in compenso. Protesto tantissimo. Sei scortese con me? Protesto. Non sistemi i piatti? Protesto. Strillare non mi va.  

 

Essere famosa è importante?

Diciamo che è comodo. Mi rendo conto che il pop consente di arrivare a più gente, anche perché non è un momento in cui le cose arrivano comunque a tutti. C’è un mondo così grande, vario, e i meccanismi di fruizione sono altrettanto vari e incontrollabili. Leggevo qualche giorno fa di certi profili di Spotify che fanno 630 ascolti, e parliamo di ristampe importanti di cataloghi anni settanta, dischi iconici.

 

Quanto è difficile scrivere un pezzo pop?

 

Non è diverso dal fare gli atleti. Se qualcuno pensa che “I Just called to say I love you” di Stevie Wonder sia una canzone mediocre è solo perché l’abbiamo sentita molte volte. Ed era perfetta, così perfetta da sembrare facile, una cosa da niente. Stevie Wonder ha detto che per scrivere una canzone da poco è necessario scrivere una canzone al giorno.

Nel pop ci sono alcune regole per me insopportabili. Quando sento che mi fanno salire di un semitono un tono per fare l’apertura di un ritornello, impazzisco. So che ci sono formule che funzionano sempre, nella scrittura di una canzone, ma a me danno l’orticaria! Così come i titoli. Quando scrivo insieme a Pacifico i titoli li fa quasi sempre lui. Solo “Adesso e qui” lo scelsi io. Lui suggerì di aggiungere “(Nostalgico presente)”, mi disse che “la parentesi a Sanremo spacca perché la gente se la scrive”. Risi, mi fidai: Pacifico ha salvato metà dei dischi della musica italiana.

 

È necessario isolarsi per scrivere un buon disco? Fiona Apple è stata in casa per otto anni e ha pubblicato un capolavoro.

 

Io non ce l’ho mai il momento di clausura. Sembra banale e poco progressista ma io faccio il genitore da prima di fare la cantante. Quindi ho un senso della praticità molto diverso, tutto va programmato in agenda, come si vede nelle caricature delle donne isteriche. Non posso prendermi un mese tutto per me. Già partire un po’ di giorni è tanto se voglio fare tutto nella vita. Il mio è sempre un lavoro di ricavo. Di ottimizzazione. Devo organizzare la scrittura come se fosse un lavoro qualunque. Quindi non vado in India un anno a studiare il sitar, è fuori discussione.

Però scrivo lontana da casa. Sempre. Va bene anche Cologno Monzese purché non sia casa mia. All’isolamento, all’astrazione, al rapimento non è che non credo: è che io non me li posso permettere. I figli richiedono attenzione e cura. Metterli al mondo significa assumersi una responsabilità che dura tutta la vita, per assolvere alla quale ci si deve limitare e sacrificare.

 

Se non fossi madre lavoreresti come Fiona Apple?

 

Se non fossi madre vivrei in un camper, girerei il mondo, e cenerei tutte le sere in ottimi ristoranti. Dormirei, quando si può, su un’amaca.

 

È il Marocco che ti porti dentro che ti fa parlare così?

Non solo. È soprattutto la paura di morire.

 

Sei di sinistra?

Credo di sì. Ho votato Emma Bonino alle ultime elezioni.

 

Allora sei una radical chic.

 

Rido. Mi interessa la società civile prima di tutto. Credo che i cambiamenti partano sempre dal basso.

 

Perché sei cresciuta in periferia?

 

Abitavo a via Mecenate, c’era solo la tangenziale dopo casa mia. Aprivo la finestra e la vedevo. Pensavo a tutti i posti in cui non volevo vivere. Se vivi in un bilocale in tre, con mamma e sorella, pensi che devi darti un’altra possibilità. Che non è la riscossa: non ho mai provato alcun astio, ma solo desiderio di poter scegliere alcune delle infinite possibilità che ci sono nella vita. Mi svegliavo ogni mattina alle sei e mamma era già uscita. Tornavo la sera dal conservatorio. Con le luca bassa, era tutto buio, la cena me la preparavo da sola, ed era deprimente. Non ho la sindrome di Calimero, sono cresciuta con una mamma che mi ha sostenuta ma che non ha potuto esserci: per questo sono un genitore molto presente. Sono cresciuta in un posto per tirarmi fuori dal quale ho faticato il doppio e per questo sono una cittadina convinta del potere delle persone.

 

Milano è meritocratica?

Milano premia chi ha molta fame e molto talento. Io non avevo tutto il talento che mi è stato attribuito ma avevo urgenza. Quando Billie Holiday diceva che cantava fame o amore come nessuno, intendeva quello. Io sono certa che nella mia voce c’è tutta quella fame: non avevo che il cantare per esprimerla, questo mi ha permesso di fare determinati passi.

 

Perché hai comprato casa a Berlino?

Perché avevo bisogno di un posto in cui tornare ed essere una persona qualunque. E perché Berlino è una città piena di persone libere. La prima volta che ci sono stata, avevo diciotto anni e avevo comprato un biglietto perché avevo visto la pubblicità di Air Berlin su un cartellone mentre andavo a lavorare. Non avevo carta di credito quindi ero andata fino a Orio al Serio a comprare quel biglietto. L’avevo subito amata. Poi ci ero tornata una seconda volta per mettere dei dischi a una festa. Ero incinta di Mia di due mesi. E non potevo permettermi di avere paura, perché con la paura non ti ci compri niente. Berlino era il posto giusto per convincermene, perché Berlino premia chi ha degli obiettivi.

 

 

Cosa sogni per il futuro?

Un mondo dove anche chi non ha tigna ma solo fame possa andare in Cina, avere accesso a tutto.

 

L’identità esiste?

Certo, la scolpiamo ogni giorno, la definiamo quando moriamo.

 

Mi sembra un’ottima soluzione a questa specie di tirannia dell’identitario in cui viviamo e che può farci ritorcere contro una qualsiasi parola. Dieci anni fa eravamo più liberi o solamente più atroci?

 

Non eravamo affatto più liberi. Ora come allora chi aveva la fortuna di nascere con un po’ di coscienza, la esercitava ogni volta che apriva bocca.

Quando ho cominciato questo lavoro mi dicevano di parlare il meno possibile, dovevo essere la ragazza della porta accanto. Adesso penso il più possibile per parlare il meglio possibile.

Se tutti possiamo comunicare con tutti, mi dico: la differenza non sta nella cura di quello che dobbiamo comunicare?

 

Nella vita è tutto possibile?

No. Nella vita si può sempre fare in modo che qualcosa succeda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di più su questi argomenti: