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La voce come rifugio, cura e consolazione. Vera Lynn e quel giorno di sole

È morta a 103 anni la cantante britannica

19 Giugno 2020 alle 09:59

Milano. La voce che accudisce, che calma, che custodisce, che cura: questa era la voce di Vera Lynn per gli inglesi in guerra negli anni Quaranta e poi anche dopo, quando è tornata la pace ma non è passato – non passa mai – il bisogno di farsi rassicurare, e di farsi amare. Vera Lynn, “cantante patriottica” come è stata sbrigativamente definita ieri, è morta a 103 anni e il tributo è stato spontaneo e immediato: le sue canzoni più famose sono state trasmesse ovunque nel Regno Unito, la rete si è riempita di video di cortili con persone a distanza di sicurezza che ascoltano insieme Vera Lynn. Nel cordoglio ufficiale, a partire da quello del premier Boris Johnson, ricorreva l’espressione “darkest hour”: quando più siamo stati male e abbiamo pensato di non farcela, nell’ora in cui il buio sembra imbattibile, c’era la voce di Vera cui aggrapparsi, cristallina e solida e così riconoscibile. Poi aneddoti, tantissimi, cento e più anni di vita da icona, simbolo di una consolazione collettiva che è andata avanti ben oltre la guerra: la sua immagine positiva non si è mai appannata, la sua voce non è andata perduta, anzi è rimasta come un rifugio, che poi è quello che le voci, spesso più delle immagini, possono essere.

 

La Regina Elisabetta, un’altra donna dal timbro cristallino e solido, ha citato Vera Lynn nella nostra ora più buia di questo 2020 spettrale: il 5 aprile, durante la pandemia, quando il governo inglese si contorceva su politiche terrificanti di greggi e immunità improbabili e il premier veniva ricoverato in terapia intensiva. Ecco, in quella sera di agitazione e incertezza, la Regina che non parla quasi mai fuori dalle occasioni ufficiali ha citato la Lynn: ha detto “we’ll meet again”, il titolo della canzone più famosa nonché la frase d’amore più potente che c’è. Ci ritroveremo, ci rincontreremo, non so dove, non so quando, ma lo faremo, e lo faremo in “un giorno di sole”, cantava la Lynn ai soldati in guerra, e nella stagione della distanza la Regina lo ha detto agli inglesi e a tutti noi, raro esempio di leadership rassicurante.

 

“Sincerley Yours”, la trasmissione alla radio che la Lynn teneva durante la guerra, era “una lettera di voce e musica per i soldati lontani”: leggeva i messaggi, ogni tanto inviava lettere lei stessa – si racconta che una moglie la avvicinò a guerra finita e le sventolò davanti una di queste missive gridando: hai cercato di rubarmi il marito! – e cantava le sue canzoni più famose, “Yours” che era un elogio della fedeltà, “We’ll meet again” che era ottimismo e giorni di sole, “The White Cliffs of Dover”, che era patriottica (ed è tra le preferite della Regina) ma creò qualche polemica perché era stata scritta da autori americani. Un amico della Lynn fece una battuta che è rimasta famosa: “Non è stato Churchill a battere i nazisti, è stata la Lynn a ucciderli cantando”. La voce che resta, che cura, che protegge, nel giorno di sole ma anche in tutti gli altri.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi

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