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Il viaggio di Danilo Rea alla ricerca delle note necessarie

Il pianista jazz chiuderà stasera a Milano Piano City: “Ogni improvvisazione deve restare aggrappata a una melodia. È lei il contatto. Il ponte con chi ti ascolta”

19 Maggio 2019 alle 06:00

Il viaggio di Danilo Rea alla ricerca delle note necessarie

Danilo Rea nel 2018, a Sanremo, dove accompagnò Gino Paoli (foto LaPresse)

“Ogni improvvisazione deve restare aggrappata a una melodia. È lei il contatto. Il ponte con chi ti ascolta”. Sarà l'italianissimo Danilo Rea, pianista jazz di fama internazionale, a chiudere stasera il grande coro di pianoforti che riempiranno il cielo di Milano nei tre giorni di Piano City. Quasi una scelta naturale, affidare il concerto finale al musicista che più di chiunque altro si è immerso e contagiato con tutte le forme musicali possibili, con la curiosità inesauribile di un bambino e l'umiltà dei giganti. Un curriculum che sfugge a qualsiasi elenco, una lunga storia di incontri musicali che ha raccontato nel libro “Il jazzista imperfetto”, edito da Rai Eri e scritto con l'amico di sempre Marco Videtta. Un titolo aperto, una costante ricerca, un repertorio senza limiti, a parte quelli fisici di una tastiera. In questa sua esibizione milanese al GAM Main Stage, stasera alle 22.30, suonerà brani dal suo disco tributo a De André.

 

Sono composizioni che traboccano di parole, e tu usi solo una tastiera. “Togliendo il testo resta la musica, e in De André ci sono melodie stupende. Aggiungo del mio, cercando di non spezzare quella magia”. Nella scaletta ci sono soprattutto brani dai primi dischi di Fabrizio, molti poco conosciuti. “Sono quelli con i quali sono cresciuto. La prima scelta è sempre quella di cuore. Mi emoziona suonarli. Lo faccio anche per me. La selezione dei più adatti al pianoforte arriva subito dopo”. Aggiunge, quasi tra sé, che Valzer per un amore ha una melodia pazzesca. Per il resto suonerà le immancabili, come La canzone di Marinella e la sublime Canzone dell'amore perduto. “Fu proprio l'ascolto da parte di Dori Ghezzi di questi due brani, che io mi divertivo a suonare insieme, abbracciati, passando dal Do maggiore al minore, a far scattare l'idea del disco tributo. Andai a suonarle per la prima volta nella loro Villa in Sardegna, il pianoforte sul prato, circa duemila persone sedute sull'erba. Una dimensione ideale”. Sarebbero piaciute a Fabrizio De André? “Credo proprio di sì, anche se io non ci ho mai parlato, e non l'ho mai incontrato di persona. Eppure ho suonato per lui, in un brano che fecero in duo, lui e Mina. Io suonai con lei, la sua parte. Lui ci cantò sopra, dopo, per i fatti suoi”. Quasi un destino, quello di Danilo: un rapporto intimo solo con la musica di Fabrizio; e con il suo spirito.

 

Confesso invece il mio rapporto, difficile, con le improvvisazioni jazz. Parecchie volte, al concerto di un trio, ho smesso di ascoltare per pensare altrove, estraniarmi. Mi sembrava si divertisse solo chi suonava. Danilo ride, ci crede. “Lo capisco. Il rischio di suonarsi addosso è sempre presente. L'armonia è solo una griglia di accordi su cui scaldare le dita. Bisogna riuscire a suonare solo le note necessarie, come consigliò João Gilberto all'amico Enrico Rava”. Quelle che sorreggono il ponte con chi ti ascolta, appunto. Azzardo, da scriba, che anche ogni parola di troppo è dannosa: toglie senso, incisività. E Danilo ha accompagnato parecchi scrittori, nei loro reading. “Mi metto il testo davanti, e lo seguo come uno spartito di sole immagini, evocazioni. La cadenza della recitazione poi mi dà il tempo. Penso all'ultimo con Pamela Villoresi, aveva il fuoco, era come un direttore d'orchestra... Poi sei anche tu che suggerisci, avvolgi, inviti a spingere o rallentare. Ma sempre un passo indietro alla voce. Senza disturbare. Lo scopo è restare uniti, al servizio del testo, e molto dipende dalla bravura dell'attore. Al Festival delle letteratura accompagnai David Grossman, mentre per esempio Moni Ovadia preferiva leggere da solo. Così come Paul Auster. Temevano si coprisse il testo. Avevano stabilito delle rotte che non volevano mettere in discussione. Ma tutto dipende dalla fiducia: chi legge deve essere pronto al fatto che la strada può cambiare. A rischiare”.

 

Danilo Rea ha collaborato e condiviso il palco con i più grandi nomi del jazz come Chet Baker, Lee Konitz, Luis Bacalov, così come con pianisti classici dello spessore di Bruno Canino e Bahrami; senza farsi mancare i big nostrani come Mina, Paoli, Pino Daniele, Baglioni. Ma tutto è cominciato mentre stava davanti a una tv in bianco e nero incantato da Domenico Modugno. Danilo aveva quattro anni. “Quella è stata la mia salvezza. Partire dalla canzone italiana. Quando ho capito che il jazz era la musica giusta per scatenare la mia curiosità, ho iniziato a studiare improvvisazione, anche se molto jazz che ascoltavo non mi piaceva. Troppe note. Finché ho incontrato John Coltrane. Che mi è servito a tornare al punto di partenza. Alle origini. Ciò che suono è perché mi porta sempre all'emozione di partenza”. Facciamo una pausa. A cosa pensi? “A Chet Baker. All'importanza che dava ai silenzi. Non lasciarsi prendere dall'ansia di far vedere quanto si è bravi. Il silenzio è un punto di passaggio verso un altro”. Io penso a quelle situazioni d'imbarazzo, che capitano, tra due persone che non riescono a stare zitti e vicini. Alla tensione, che hanno le pause. E a Chet Baker e Danilo Rea, due personaggi agli antipodi, legati stretti dai silenzi e dalla musica.

 

L'ultima avventura è stato risuonare Bach insieme al pianista Bahrami. “Bach l'hanno già riproposto, messo a tempo di jazz, ma noi abbiamo fatto una cosa nuova: lui, Ramin Bahrami, suonava lo partitura, nel massimo rispetto, e io ci improvvisavo sopra. Il pubblico giapponese ha una grande cultura classica, abbiamo suonato all'Osaka Symphony Hall, davanti a un migliaio di persone, e avevo le mie paure. Invece è piaciuto molto”. E a te, sei piaciuto? “L'improvvisazione è una filosofia, giudicarsi è un gran casino, è una seduta di autoanalisi permanente”.

 

Salirai sul palco per ultimo, stasera, a chiudere Piano city. Cosa provi ogni volta? “Non sono tranquillo. Anche se ostento allegria. Me la cavo grazie all'improvvisazione. Avessi suonato la musica classica, con l'obbligo della partitura, sarei già nevrotico, e avrei smesso di suonare. Mi terrorizza affidarmi alla memoria. Molti pianisti classici hanno smesso di suonare per l'estrema tensione. Ne ho visto uno fermarsi durante un concerto, ballata di Chopin: non mi sento bene, ha detto al pubblico, e se n'è andato. Aveva dimenticato la partitura. C'è un'ondata di musicisti orientali che hanno una capacità di memoria spaventosa, alimentata da subito, se pensi che nello stesso tempo in qui noi impariamo la lettera A e la B loro registrano migliaia di ideogrammi. Però classica e improvvisazione usano parti del cervello diverse. Nella prima è una memorizzazione visiva, della posizione delle dita, delle note. Nell'improvvisazione una memoria emotiva. Riesuma le emozioni e le segue”. Ami più i tasti bianchi o i neri? “Con i soli tasti bianchi sono stati costruiti miliardi di melodie. Nei bianchi c'è già tutto. Un principiante che usa solo i tasti bianchi potrebbe già scrivere Let it be. Poi matematicamente, a mischiare le note le possibilità sono infinite. E i neri fanno la differenza”. Come scegli un pianoforte? “Ogni piano ha un suono diverso e può creare suggestioni, o vincoli. Ci sono quelli che suonano da soli, ti riempiono di stimoli e di idee. Altri no. Come fare l'amore. Con alcuni c'è intesa, con altri meno, molto meno. Il suono dello strumento è un po' la molla che mi fa scattare la creatività. Ma non sempre puoi sceglierlo. A Torino suonai un piano della fine dell'800. Era duro, ostico. Il suono è l'estensione del tuo pensiero e non riconoscerlo è tremendo. Come quando parli o canti, e dici: ma questa non è la mia voce? Il primo quarto d'ora l'ho dedicato per domarlo. Alla fine ho trovato il modo per farlo suonare. Ed era come se avesse cominciato a suonare in un altro modo. Perché in fondo è vivo”.

 

Ce ne saranno quasi 500 di questi strumenti vivi a dividersi la città. “È bellissimo. In un periodo in cui il pianoforte è sostituito dagli strumenti elettronici, che sono comodi, onnipotenti, e soprattutto non perdono l'accordatura, questa iniziativa, ripresa da altre città italiane, è fondamentale. Così come quella di lasciare un pianoforte negli aeroporti, o nei luoghi pubblici, a disposizione. Sono iniziative che mantengono vivo il rapporto con gli strumenti con i quali siamo partiti. Quelli con i quali è iniziata la musica”.

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