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È l’ora dell’itpop. Coez è il suo campione

Cugino del rap, è il nuovo suono leggero italiano. Un festival degli slogan tranquilli che ha già conquistato i teenager

22 Aprile 2019 alle 10:26

C’era una volta il rap romano e gli anni Duemila non erano cominciati da molto. La questione espressiva si situava in quei punti strani, per cui la sonnolenta industria ufficiale della musica non dava ancora segno di accorgersi dei cambiamenti, i media ancora iscrivevano queste cose tra le bizzarrie sottoculturali e la rivelazione ti arrivava se una sera d’estate finivi a uno di questi concerti che in cartellone avevano una mezza dozzina di crew locali, in una bolgia polverosa di quattro o cinquemila anime che traspiravano birra e il menefreghismo di chi ha imparato ad arrangiarsi, quanto all’organizzazione dei propri consumi culturali. Sembra passata un’eternità, ma in situazioni del genere là suonavano il Colle der Fomento e la Gente de Borgata, Metal Carter, il Cor Veleno, il Truceklan e i Brokenspears – questi ultimi una banda di ragazzi dall’aria dura, sincera e pura, con una rassicurante atmosfera di quartiere, qualcosa che sentivi vicino, familiare, senza menate. Uno di loro, Silvano Albanese, è salito da piccolo da Nocera Inferiore a Roma, si fa chiamare Coez e sembra il più irrequieto quanto a fare un salto in avanti, concludere quell’esperienza così acerba di “collettivo musicale” e proiettarsi nel territorio misterioso, pericoloso e affascinante chiamato “mercato”, che forse per i Brokenspears aveva i tratti proibiti della perdizione.

 

 

Prima l’evoluzione da cameretta battezzata trap, poi è arrivato il boom, la deflagrazione del trap rap nel mercato ufficiale delle vendite

Nel 2009, mentre la crew è ancora in piedi, Coez comincia a esplorare le possibilità di una carriera solista con il primo titolo in proprio, “Figlio di Nessuno”. Non succede granché, eppure poco alla volta le cose prendono il loro corso. La crew poco alla volta si sgretola, ciascuno prende la sua strada. Coez per un po’ galleggia su quell’ultimo lembo di un rap italiano, in particolare romano, che ormai aveva già scritto la propria orgogliosa grammatica, la sua umile storia e l’aveva anche affannosamente consumata. Dal punto di vista della necessità di espressione, le cose si stavano complicando, acquisivano spessore e significati insospettabili, ben oltre l’originale impeto identitario che era stato l’asse fondante del rap d’inizio millennio, quel romantico spirito da fortino assediato, l’idea “contro” – prima di tutto contro la politica per come aveva saputo orrendamente ridursi, ma poi anche contro tutto il resto.

 

 

Strutture musicali quasi sempre elementari, cantilenanti e rotonde, una grazia ruvida e una timidezza diffusa, molta autoironia

Il rap italiano stava, nonostante tutto, crescendo, e adesso in fretta. Dava vita a declinazioni locali nelle grandi città, si impadroniva dell’unica vera novità che questa Italia sapeva proporre, ovvero la multirazzialità, con tutti i “nonostante”, i distinguo e i futuri, imminenti parossismi. Dalle sue costole spuntava, prima timidamente, poi dilagando come un’epidemia, quell’evoluzione da cameretta battezzata trap, che si faceva con un Mac e un paio di software gratuiti, appropriazione digitale delle impressionanti possibilità narrative a cui queste soluzioni artificiali permettevano di accedere, una specie di primordiale comunismo musicale. Ed è arrivato il boom, il travolgente scavalco dell’asticella, la deflagrazione del trap rap nel mercato ufficiale delle vendite, dei soldi e dei tour, perché secondo le misteriose leggi della condivisione, questa musica, attorno a una certa età, la capivano e la amavano in tantissimi, se non tutti.

Ma già veniva su un’altra derivazione del rap solenne, serio e melodrammatico di qualche anno prima: l’hanno etichettato “itpop” ed è qui che rispunta Coez. E’ come se lo spirito cantautorale integrato nei cromosomi italiani, si sia insinuato in questo mondo musicale apparentemente lontano, strappando il certificato di morte rilasciatogli in coincidenza col passaggio d’età dei grandi maestri, o comunque col procedimento di classicizzazione di quelli che tengono orgogliosamente botta, De Gregori e Vasco in testa. Qua però alla fine si trattava di ricominciare a fare canzonette con un messaggio e con la capacità di farsi ricordare, sostituendo il repertorio di una volta, ormai inespugnabile, troppo alto, forse perfino incomprensibile per i nuovi ragazzi, sostituendolo con un campionario di temi, linguaggi e idee di prima mano, per chi era destinato a consumarli. Citazioni? Tante, ovviamente, ma sommesse: il Battisti degli ultimi dischi sintetici, Carboni, Pezzali, Bersani, i Novanta di Silvestri e Gazzé, i melodici bravi come Tiziano Ferro e Marco Mengoni, un po’ di Fibra e Neffa, robustissime dosi di Jovanotti, anche se a dirlo si rischia di vedere più d’una smorfia.

 

Strutture musicali quasi sempre elementari, cantilenanti e rotonde, una grazia ruvida e una timidezza diffusa, molta autoironia, perfino nelle progressioni armoniche. I primi a guadagnarsi i gradi provengono più dal mondo delle chitarre acustiche che da quello di Pro Tools, Calcutta e Colapesce, soprattutto Niccolò Contessa (I Cani). Ma il rap è lì, dietro l’angolo, cugino primo. E’ un riflesso, una scintilla, una memoria, già una nostalgia. Il matrimonio è imminente, si capisce subito che Coez e Calcutta confluiranno nello stesso stagno, perché comune è la loro matrice culturale. E presto si fa sul serio, sempre con l’aria sorniona e traballante, si attaccano le nuove classifiche, quelle dei download, delle visualizzazioni, dei likes: arrivano Gazzelle e Frah Quintale, Carl Brave e il pard Franco 126, Willie Peyote, ultimamente su questa nave canzonettistica monta in corsa perfino Achille Lauro, col suo nuovissimo “1969”, che meriterà presto un discorso a parte. E soprattutto c’è Coez, che di questi rapper un po’ convertiti, di questi cantanti volutamente approssimativi, diventa il capofila, il campione e forse anche il più bravo. Perché nel frattempo l’itpop è diventato un genere, in cui lo stile trasandato e strascinato, gli ondeggiamenti e le incertezze sono materia prima, non solo tollerata dagli ammiratori, ma compresa, considerata “uno stile” – il loro, appunto, e peggio per chi non lo capisce. Perché le cose cambiano. E questo suono sgangherato, di non affidabile originalità, di una semplicità talvolta disarmante e a tratti appiccicosa, è diventato – molto più del primo rap, e in modo più diretto e passionale – il suono di un sacco di gente giovane. La loro musica.

 

 

Insomma, non ce ne siamo accorti, ma è stato riscritto il suono leggero italiano e tutto il resto è il passato, glorioso, ma pur sempre il passato.

E allora, prendendo a braccetto Coez e il suo quinto album appena uscito, “E’ sempre bello”, si arriva a osservare la cosa che conta davvero: di che parlano queste canzoni, capaci come sono di diventare il luogo condiviso prediletto di un’impressionante quantità di teenager? Semplice, no? Parlano di loro. Di come sono, adesso che hanno finalmente acquistato il coraggio di dirlo chiaro, scrollandosi i complessi da cui si sono stati schiacciati a opera dei più grandi, con quella loro invadente ossessione di rappresentarsi a oltranza. C’è chi obietta che bisogna imparare a difendersi, bisogna saper aprirsi la propria strada? Beh adesso l’hanno fatto, con buona pace di chi dice che un tempo sì, mica come adesso. Stupidaggini. Ecco le loro canzoni per dirsi come va, come si è, come ci si sente e quali sono le ultime cose capitate, quelle che contano, personali, quelle che si ha voglia di raccontare, per esempio incartate dietro questa copertina surreale, con la ragazza che sta per dare un morso a un enorme cheeseburger superfarcito, con l’aria contenta, ma chissà a cosa sta pensando. Il disco attacca con la title track: “E’ bello se le nuvole sono solo un contorno / A volte è bello avere diciott’anni, / E’ bello se mi chiami, è bello se rimani, / E’ bello se rimandi un po’ quando stai per venire, / Ha un fascino più forte tutto ciò che può finire, /Li hai visti i nuovi euro da venti?, / Boh che dire / I soldi sono sempre belli, / Erano belle anche le lire, / E’ bella questa stanza pure se ci sto da solo, / E’ bello questo hangover visto che oggi non lavoro, / E’ bello se scopiamo al buio e invece fuori è giorno, / E’ sempre bello averti intorno”.

 

Coez mette in musica la decenza di una condizione non eccezionale, di un momento storico poco entusiasmante

E’ un flusso minimo e denso, parole rotonde, indice di comprensione altissimo per chi è nelle medesime condizioni, uno scandire jovanottiano, tante gocciole di spleen, un cantare pigro e orsacchiotto, languore stropicciati, tempi lenti, relax, molti timori, poche aspettative, sotterranei piani di resistenza. Scorrono le tracce e via che comincia questo festival degli slogan tranquilli, la specialità di casa-Coez, lasciati cadere con nonchalance su tintinnanti mid-tempo sintetici che paiono ripescati nella soffitta degli Human League. Raffiche di frasette pronte per essere trasformate negli sticker che i teenager attaccano sui cruscotti delle macchinette o sui caschi del motorino: “Amare te è facile come odiare la polizia” (“La tua canzone”), “Non basta un elastico per tenerci insieme” (l’epica da cameretta di “Catene”, che già sembra un saggio del Centro Sperimentale) “No, scherzo, ieri ero un po’ depresso, Come se adesso fossi messo molto meglio” (“Gratis”, la perla più pop dell’album), “Tutto è bene quello che finisce, anche se non bene, basta che finisce” (“Mal di gola”, ennesima cronaca di amore finito, perché nel mondo-Coez mollarsi è il destino prescritto, almeno quanto il tornare bastonati dallo Juventus Stadium), “L’amore come va?” (“Ninna Nanna”, pezzo per sola chitarra e voce artisticamente trasandata, come un tempo già fecero Silvestri e Calcutta, rinnovando un indolente stile romano al composto piagnisteo amoroso, sempre piuttosto spiritoso e cool).

 

  

Infine “Aeroplani”, brano che chiude l’album, subito consacrato dalla critica blogghettara come il capolavoro di “E’ sempre bello”, probabilmente perché canzone più strutturata delle altre, con un respiro che lascia vedere in trasparenza l’enorme contributo musicale, soprattutto “ambientale”, che Niccolò Contessa ha offerto a questo lavoro. Lui è davvero uno bravo, quanto coloro che oggi vengono riveriti come maestri, e che pure continuano a sembrare titanici al confronto, ma che in realtà hanno solo fatto bene il loro mestiere, con talento, gusto e genio, proprio come Niccolò, che merita dunque una più alta consacrazione artistica. Per esempio, per ciò che fa in questo album, mettendoci tanto del suo, trasmettendo una temperatura e una sensibilità che Coez evidentemente ha còlto e ha voluto. D’altronde è lo stesso titolare del disco a raccontare che l’incontro con l’uomo dei Cani per lui è stato un’epifania, una comunione e forse anche un matrimonio.

 

Questo suono sgangherato, di una semplicità talvolta disarmante e a tratti appiccicosa, è diventato il suono di un sacco di gente giovane

E la cosa va presa con rispetto, perché i due caratteri davvero danno la sensazione di sommarsi, di dar vita a un sodalizio che aveva fatto le prove generali in “Niente che non va”, il disco precedente, ma che ora si è lubrificato, carbura a meraviglia e genera un pop naturale e intelligente, impossibile da ignorare e destinato a essere adorato in tanti circoli giovanili e su tante metropolitane delle nostre città, come capita con la musica da cui ti senti rappresentato e non serve nient’altro. Ecco, qui Coez, con la sua mezza età e la sua simpatica faccia da fuorisede che non s’imbelletta, raggiunge la migliore descrizione del suo ruolo in Italia: mette in musica la decenza di una condizione non eccezionale, di un momento storico poco entusiasmante, difendendo la bellezza che ciascuno di noi coltiva in sé, in quei momenti unici e del suo venir su, del crescere, del farsi largo, dell’aspettare i sabato sera e le estati che si profilano – peccato solo che i festival rap che si mettevano in piedi una volta nei giardinetti di periferia, al Quadraro o a Cinecittà, adesso non li facciano più. Perché la vita è bella lo stesso, a dispetto della sfighe e della scarsità di grandi illusioni. E dopo un amore ce ne sarà sempre un altro, se non vero, almeno vagheggiato. Che verrà analizzato, discusso, ipotizzato fino alle quattro del mattino. Disegnando eroici scenari sentimentali su un muretto, con le bottiglie semivuote di birra calda. Delle segrete aspirazioni. E molto tempo davanti.

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