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Altro che complottisti. L’incredibile ottimismo di Bjork su tecnologia e natura

Per vendere dischi e riempire le arene basterebbe un’idea

Giulia Pompili

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pompili@ilfoglio.it

1 Agosto 2018 alle 10:34

Altro che complottisti. L’incredibile ottimismo di Bjork su tecnologia e natura

Bjork (foto LaPresse)

Roma. Qualcuno invecchia male. Per esempio Billy Corgan, che dopo aver fondato gli Smashing Pumpkins, cioè dopo aver riempito di drammi e cupezza i nostri anni Novanta (“Mellon Collie and the Infinite Sadness” è uscito nel 1995), si è trasformato nel campione dei complottisti: crede nei rettiliani che hanno preso il potere e governano il mondo, ovviamente non crede nei vaccini – un complotto delle case farmaceutiche e probabilmente dei rettiliani – e ha dei dubbi pure sullo sbarco sulla luna. Passati i cinquant’anni, uno deve pure inventarsi qualcosa oltre a reunion di scarso successo e basate sulla nostalgia millennial. Ci sono le eccezioni. Bjork, che è della stessa generazione di Corgan, ha chiuso ieri il suo “Utopia Tour” mondiale a Roma, alle Terme di Caracalla, davanti a un tutto esaurito nonostante l’annullamento della data di un mese fa per il maltempo (“la natura e il destino sono arrivati per un motivo”, aveva detto mentre smontavano il palco). E c’è da sperare ancora nell’umanità se c’è qualcuno che, nella capitale più bistrattata d’Europa, riesce a portare la star della musica islandese per ben due volte e nella più suggestiva delle arene romane. Ma c’è da sperare ancora nell’umanità se così tante persone abbiano poi voglia di andare a guardare, e non solo a sentire, uno spettacolo così.

 

Perché “Utopia” non è un album facile, e perché più che un concerto, l’Utopia Tour è stato costruito come una narrazione, fatta di messaggi, dettagli, sinestesie. Tanto che vecchi brani, particolarmente noti come “Isobel” e “Human Behaviour” sembrano una carezza nostalgica in mezzo a un racconto che rapisce lo spettatore, pure quello che non ha mai ascoltato. Un palco pieno di fiori che si schiudono, un’orchidea dorata, vari riferimenti al sesso femminile, e un gruppo di sette fiati – tutte donne, tutte islandesi – che risponde alla “ossessione” per i flauti dichiarata da Bjork qualche tempo fa e che ha a che fare con l’universalità dello strumento. Un enorme schermo che accompagna la musica con immagini di animali e animazioni.

 

La prima notizia è che la cantante islandese, che ha iniziato negli anni Ottanta con gli Sugarcubes, è tra le poche a non aver mai ceduto al mainstream politico. Nemmeno del marketing, a dire la verità: in trent’anni di attività ha soltanto dieci album da solista all’attivo, perché “scrivo una canzone al mese, a volte ci lavoro anche un paio di mesi”, ha detto lo scorso anno al Guardian. Ma il passaggio fondamentale è quello del 2011, cioè dalla pubblicazione di un album che ha rivoluzionato il modo di intendere la musica: “Biophilia”, un romanzo fatto di applicazioni per iPad e iPhone e un percorso didattico costruito dalla musicista. Così attraverso “Vulnicura” – un album dolorosissimo – e poi fino a “Utopia”, che torna sullo studio della materia, della natura, come farebbe uno scienziato. Pure se oggi, per vendere un disco, bisogna parlare di emergenze, di pericoli, di attacchi alla libertà di stampa, di muri, come fa Roger Waters. Bjork può permettersi di sfilarsi da tutto questo, e quando il concerto inizia il messaggio è incredibilmente ottimista. L’utopia raccontata dalla cantate islandese ha infatti la forma di un’isola, un ecosistema perfetto, dove la tecnologia e la natura sono in perfetta armonia. Tutti gli elementi sul palco sono trasformati in parti dell’utopia, e per questo Bjork ha lavorato con il designer Heimir Sverrisson e l’artista James Marry per costruire costumi – trasfiguranti – e maschere: “Dovevano essere potenti e fertili, c’è tutta un’energia erotica qui, il potenziale per riprodursi ma anche un po’ inquietante, e naturalmente qualcosa di comico”, ha detto Bjork a Dezeen, commentando la sua maschera, che è un’orchidea aperta. “Questo mondo è un tentativo di rivelare una collaborazione funzionale tra il naturale e l’antropico, anche se vorrei che vincesse un po’ la natura – tipo 65 per cento natura e 35 per cento l’uomo”.

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