Foto Ap, via LaPresse

Trump-à-porter

Il Maga si riconosce dalle scarpe

Fabiana Giacomotti

Berlusconi regalava cravatte, Trump invece calzature (Florsheim, modello oxford, nere). Con la differenza che il presidente americano impone ai suoi di indossarle, tirando anche a indovinare i numeri come Luigi XIV con il suo bottier di fiducia, Nicolas Lestage (quello degli scarpini col tacco rosso).  

Silvio Berlusconi regalava cravatte di Marinella e di Damiano Presta, ordini anche di mille accessori per volta e con packaging dedicato, gli eredi trovarono scaffali interi di dodici pieghe già confezionate, pronte per l’omaggio, insieme con un numero equivalente di foulard per le signore che nessuno era tenuto a indossare, sebbene il donatore apprezzasse il gesto almeno quanto detestava gli scravattati con la barba e i baffi. Donald Trump, invece, “is obsessed with a pair of Florsheim black shoes”, come scriveva l’altro giorno il “Wall Street Journal”, un modello oxford che regala a centinaia in copie conformi a tutti i suoi collaboratori, pretendendo che lo indossino con il completo blu. Dicono anche che si diverta moltissimo a indovinare il numero di calzata tanto dei suoi sodali quanto degli sconosciuti, tipo Luigi XIV con il suo calzolaio di fiducia, Nicolas Lestage, l’unico volto non di famiglia che compaia nella galleria di ritratti di Versailles per via di certi stivali senza cuciture di cui ancora non si è scoperto il segreto e dei famosi scarpini col tacco rosso del ritratto di Rigaud (immaginiamo che i disgraziati a cui sono state consegnate del numero sbagliato le indosseranno stoici soffrendo fra le pene dell’inferno come le sorellastre di Cenerentola nella versione dei fratelli Grimm).

   

Essere “ossessionati”, in genere da solenni sciocchezze, è il nuovo avverbio d’elezione dei modaioli d’Oltreoceano dopo un decennio soo amazing. In questo caso, però, con una buona dose di ragione, perché un capo di stato che compra scarpe a centinaia, sostanzialmente identiche, per vederne calzati i suoi sodali, attuali, ipotetici in divenire (“all the boys have one”, sospirano alla Casa Bianca) mostra in effetti una costanza che sfocia nell’ossessione o, per meglio dire, nella ricerca del marchio di appartenenza, del segno del comando, del simbolo “frat” o “bro”.

   

Circola una foto del team Usa al Board of Peace di Davos, scattata in low angle shot, in prospettiva dal basso, che se Florsheim non dovesse tenersi come cliente anche l’elettorato democratico potrebbe sfruttare a scopi pubblicitari. Tranne uno, un temerario di cui non si scorge il volto e che indossa un modello monk strap, allacciato a destra, gli altri, su su fino a Marco Rubio, sono tutti in scarpa allacciata nera, del modello che indossava anche Winston Churchill, con la differenza che, un po’ a causa del peso e degli acciacchi, un po’ perché di era negli anni del Blitz e non poteva perdere tempo con le stringhe, lo statista che Starmer non è si faceva realizzare le scarpe da Cleverley in trompe l’oeil, cioè con l’allacciatura finta, pressata a rilievo nel cuoio. Quelle che dovevano sembrare scarpe da cerimonia, erano in realtà pantofole su misura. E avevano, ovviamente, un altro prezzo rispetto alle Florsheim. Chi storce il naso di fronte a una calzatura che costa 145 dollari, prezzo che esclude cuciture a mano e suole in cuoio di prima qualità, non ha capito niente dell’abilità di Trump con la simbologia spiccia. Le scarpe Florsheim includono infatti la narrativa perfetta del marchio identitario Maga: l’azienda venne fondata nel 1892 (toh, lo stesso anno di “Vogue”) a Chicago da una famiglia di immigrati tedeschi, Sigmund e Milton, i classici ciabattini e sarti ebrei sfuggiti alla miseria e approdati negli Stati Uniti per fondarne il mercato dell’abbigliamento, ha vestito i soldati americani in entrambe le guerre mondiali, ma anche Harry Truman, altro populista che mai si sarebbe concesso calzature fatte a mano, umiliando milioni di altri bravi cittadini americani come lui, perché nulla salta agli occhi più della scarpa di grande fattura. Le Florsheim fanno scena, sono accessibili, sono americane nel senso originario e ambizioso del termine. Che le indossasse anche Michael Jackson, in versione mocassino e con i calzini, per il suo moonwalk, è un dettaglio confortante.

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