Alternanza di toni di colore, di registro lessicale, per il "Miracolo a Milano" nella versione teatrale di Paolo Di Paolo e la regia di Claudio Longhi (Photo courtesy.®MasiarPasquali)
Visite in sartoria
Un miracolo di estetica milanese. Chiacchierata con il costumista Gianluca Sbicca e con Silvia Zavattini
Manie, vezzi per le cravatte di lana, e costumi in bianco e nero per la prima della versione teatrale del film più poetico della storia, “Miracolo a Milano”, in programma al Piccolo Teatro
I miracoli non avvengono spontaneamente, neanche al cinema, tanto meno a teatro dove l’intervento del bravo montatore non è previsto. In ogni caso, perché i miracoli accadano, è necessario che si diano certe condizioni, per esempio la predisposizione dell’autore a credere nelle favole o, al contrario, il suo cinismo assoluto, tipo Saul che resta fulminato dalla Rivelazione sulla via di Damasco. Per questo, non si può non credere a Christian De Sica quando, nella prefazione dell’incantevole libro di ricordi “Di padre in padre”, scritto qualche anno fa da Steve Della Casa con Silvia Zavattini sul formidabile nonno di lei, Cesare, racconta del suo viaggio in Palestina col padre Vittorio e il detto “Za” “nella grotta vera di Nazareth”: “Grattò l’intonaco con un dito e scoprendolo falso gridò: “Imbroglioni, ora venitemi a dire che Gesù è nato in un teatro di posa”. Ed è anche immensamente poetico che nel 1948 abbia scritto la sceneggiatura di “Ladri di biciclette” con il pennino e il calamaio (pennini bellissimi che terminavano con frecce, torri, castelli), perché, sebbene gli avessero regalato una stilografica, Zavattini e la tecnologia “non andarono mai nella stessa direzione e non aveva alcuna manualità. Così, quando scaricava la stilografica, se non c’era qualcuno a portata di mano che potesse aiutarlo, proseguiva nel suo lavoro intingendola nel calamaio”.
Per tutte queste ragioni, quando si è chiesto di poter ricevere i bozzetti dei costumi della prima versione teatrale di “Miracolo a Milano”, che inaugura questa sera al Piccolo con la regia del suo direttore, Claudio Longhi, e ci è stato risposto che bozzetti non ce n’erano e in caso fossi stata interessata avrei dovuto andare a vederli di persona, questo ho fatto. Sono salita al secondo piano del teatro, dove si trova la grande sartoria che è peraltro una delle pochissime rimaste nella prosa, e mi sono fatta raccontare i costumi da Gianluca Sbicca che li firma e che, come ai tempi di Luca Ronconi che detestava vedere gli abiti su carta ed esigeva dei mock up, quando venivano realizzati con il materiale disponibile in sartoria o con acquisti del momento, (le tute della “Lehman trilogy”, per esempio) lavora perlopiù senza disegno. Primo spoiler, in vista della prima assoluta: ci sono settantadue persone sul palco, che per un teatro di prosa e non d’opera è uno sproposito, ma “Miracolo a Milano”, che parla di una città spietata ma anche solidale, un tratto sempre meno vivo nella metropoli di oggi che si percepisce tanto internazionale e cosmopolita ma che agli occhi di noi locali appare come una showroom permanente, è per l’appunto un’opera corale.
Le vestizioni, dice Sbicca, sono 235 e coinvolgono cinque sarte, il che si immagina manderà in ansia i giovani dell’Accademia che vi partecipano: dietro le quinte di una sfilata, ogni modella ha la sua vestiarista, mentre qui tutto attiene alla bravura degli attori e all’abilità del costumista, che infatti si è rassegnato e in luogo di ganci e bottoni ha usato il velcro, calcolando i tempi dei cambi al secondo e tenendo in considerazione che molti degli attori, nella scena finale, dovranno spiccare il volo, e dunque indosseranno anche un’imbragatura. In questa impresa già di per sé complicata, si è aggiunta la decisione di Longhi e del gruppo di lavoro ai testi guidato da Paolo Di Paolo con Lino Guanciale, dramaturg e interprete del personaggio di Totò (Lolotta, nella versione cinematografica Emma Gramatica, qui è Giulia Lazzarini, che il 24 marzo festeggerà i suoi novantadue anni in scena e a giugno i quaranta di “Elvira, o la passione teatrale” lo spettacolo che Giorgio Strehler pensò per lei al Teatro Studio, inaugurandone l’apertura), di offrire agli spettatori una sorta di ipertesto iconografico, visivo, per le parti più aderenti alla sceneggiatura originale. In sintesi, scene e costumi sono in bianco e nero come il film. “Ho patteggiato sulle carnagioni”, sorride Sbicca, “ma il tentativo di truccare tutti i volti di grigio c’è stato”. Al momento della chiacchierata, in sartoria è in lavorazione l’abito che imita, con la fantasiosa precisione del ricordo, la mise con cui Nilla Pizzi vinse il Festival di Sanremo nel 1951, “Grazie dei fior”, altra memoria collettiva in bianco e nero, qui ovviamente stemperata da un tono caldo e molti punti di luce perché l’effetto, sotto le luci, non risulti livido. La maggior parte degli abiti, prime parti incluse, è repertorio rivisitato: l’archivio del Piccolo, meticolosamente conservato e registrato essendo entrato a far parte del patrimonio nazionale alla stregua delle opere d’arte conservate nei caveau dei musei, è molto ricco, e certamente nessuno lo conosce meglio di Sbicca, senza contare che qui si veste una baraccopoli carica di sogni e di speranze per un regno dove “buongiorno voglia dire veramente buongiorno”, cioè quella favola bella che ieri ci illuse, che oggi ci illude, purtroppo senza pinete e con molte piogge. Dicono al Piccolo che questo spettacolo, a settantacinque anni dal suo debutto sugli schermi, quando venne tacciato di reazione o di eversione, a seconda della parte politica, sia un omaggio alla Milano del passato e del presente: al suo mito, al suo serbatoio d’immaginario – sfruttato, inespresso, deflagrato? – e alla complessità dell’umano che ogni città porta iscritta nei suoi abitanti. Ultimamente, verrebbe da osservare, questa complessità sembra piuttosto aver assunto l’aura opprimente dell’uniformità, e non solo perché chiudono botteghe storiche e negozi di prossimità per far posto a infiniti punti vendita delle stesse catene di supermercati o junk food. Milano in attesa di miracolo è uniforme nei modi privi di educazione, nelle ambizioni senza freni, nell’arrembaggio di una generazione di gestori di fondi senza storia, tutti con le cravatte rosse modello Trump. Forse c’era, c’è, davvero, necessità di una metabolizzazione generale di quanto accaduto negli ultimi decenni a Milano, ed è certamente il momento giusto perché Longhi, Di Paolo e Guanciale - che per esercitarsi alla cadenza milanese si è tenuto in cuffia per mesi Enzo Jannacci e Nanni Svampa, porti a compimento questa riflessione attorno al Duomo, ai grattacieli e alla periferia iniziato quasi dieci nni fa attorno al lavoro di Ronconi e di Giorgio Strehler, in particolare su “El nost Milan”. Racconta Guanciale che il testo teatrale ha tratto spunto sia dalla sceneggiatura sia dal romanzo breve di Zavattini da cui origina, “Totò il buono” (il progetto era stato pensato in origine per e con Antonio de Curtis, verso il quale Zavattini nutriva un’ammirazione prossima all’infatuazione) nell’obiettivo di “innescare una sorta di cortocircuito con la Milano di oggi e con la possibilità di guardare la città di oggi attraverso lo specchio della città di ieri, la Milano degli anni Cinquanta, scegliendo una prospettiva straniante che è un omaggio a Brecht, un altro grande maestro di questo teatro”. Milano con i suoi grattacieli allora in via di costruzione (la Torre Velasca, sorta sulle macerie del Bottonuto raso al suolo dalle bombe, viene costruita quattro anni dopo l’uscita del film), Milano con la sua moda che i Missoni e Krizia stanno in quegli anni per avvicinare alla gente col prêt-à-porter (“il vetrinista de La Rinascente mise delle bende sugli occhi ai manichini”, ricordava spesso Rosita Missoni. “La sera andammo a guardarle e un meccanico di passaggio esclamò in dialetto, “meno male, vedessero come sono vestite..”), e ancora Milano con la sua estetica che Zavattini fa piombare in mezzo alle baracche, incongrua e spiazzante, nelle sembianze della statua che prende vita. Dice Silvia Zavattini, oggi autrice Rai, che il nonno fosse molto vanitoso e nutrisse un debole per le cravatte di lana e le camicie a scacchi, che una volta raggiunto il benessere si faceva confezionare in quantità: impazziva se il maglione o il pantalone da indossare erano realizzati con un tessuto che pizzicava”. Per anni, da bambino, aveva indossato, come tanti, cappotti rivoltati e scarpe private della punta o del tallone perché i piedi crescevano e non c’erano soldi per le scarpe. La favola bella di “Miracolo a Milano” è anche il sogno di un affrancamento dalla miseria che in questa città iniziò quasi un decennio prima rispetto ai Sessanta del boom economico. Ma iniziò su basi diverse rispetto al clima che si respira oggi.