il foglio della moda

 Joana Vasconcelos: “Essere eccezionali oggi significa essere fedeli a sé stessi, senza semplificare mai”

Giuseppe Fantasia

L'artista portoghese a Roma con il suo nuovo progetto "Venus", che riesce a tenere insieme mondi apparentemente distanti: dall'uncinetto che dialoga con l'alta moda al rapporto tra il quotidiano con il monumentale. Una chiacchierata fra piazza e progetti artistici

Quando Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti lo scelsero, ormai molti anni fa, per ospitare la loro Fondazione che all’epoca era ancora un pensiero su carta e infatti ha richiesto anni di lavori di restauro, nel palazzo secentesco che oggi ospita la Galleria PM23 - l’acronimo sta per piazza Mignanelli, notoriamente sede anche dello storico palazzo di Valentino al numero 22 e che oggi molti vorrebbero intitolare al couturier scomparso poche settimane fa – erano ospitate la tipografia e la biblioteca della Propaganda Fide. Una scelta lungimirante, se si pensa alle manifestazioni di culto al quale stiamo assistendo dal momento in cui Giammetti ha diffuso la notizia della scomparsa di Valentino, e che ben si rappresenta nei sopra-porte del palazzo, di cui sono state conservate le indicazioni iniziali incise nel legno (“logic.”, “metaphys.”, i tempi in cui fu sede di una nota multinazionale del beauty sono stati invece cancellati). In questo museo non tradizionale, che è invece spazio aperto al dialogo tra linguaggi, dove moda, arte e ricerca contemporanea possono convivere senza gerarchie, in continuità con una visione che ha sempre concepito l’eleganza come forma di pensiero, l’artista Joana Vasconcelos ha concepito un nuovo progetto, “VENUS”, visitabile su prenotazione online fino al 31 maggio prossimo (www.piazzamignanelli23.com): non un omaggio al couturier scomparso né una traduzione dei suoi stilemi, ma una rifrazione del suo pensiero. Quando arriva al nostro appuntamento, con un paio di occhiali Loewe rossi e colori pieni, stratificati e luminosi addosso - i suoi abiti non sono un accessorio, ma un’estensione del suo lavoro – diventa evidente in quale misura questa artista rappresenti ciò che indossa, così come le sue opere siano corpi abitati dal fare. A lei, parigina naturalizzata portoghese, classe 1971, Roma è familiare e insieme nuova. “Qui tutto viene da lontano”, dice osservando la piazza, “ma continua a parlare al presente”. In questo dialogo, mai nostalgico, l’universo di Valentino attraversa lo sguardo della Vasconcelos e ne esce amplificato, come materia viva ed eccezionale. Cosa significa oggi essere eccezionali – le chiediamo - in un tempo che consuma rapidamente parole, immagini e posizioni? Si prende una pausa, come fa spesso anche nel lavoro, con quella lentezza vigile che appartiene al suo metodo. “Essere eccezionali oggi”, dice infine, “non vuol dire essere rumorosi, ma essere fedeli a un processo, prendersi il tempo necessario e non semplificare. Per me”, aggiunge, “l’eccezione non coincide con l’evento, ma con la durata. Non con l’effetto, ma con la coerenza. È una pratica quotidiana, l’opposto dell’improvvisazione. In un presente che premia la velocità e la riduzione, rivendico la complessità come forma di precisione. Fare bene una cosa, richiede più tempo di quanto oggi siamo disposti a concedere”. A noi viene in mente Simone Weil, quando diceva che l’attenzione, “presa nella sua massima tensione, è la forma più rara e più pura della generosità”. È così, allora, che nell’opera della Vasconcelos, l’eccezione sembra nascere: da un’attenzione come disciplina, scelta controcorrente e, ancora, metodo. Che il suo lavoro nasca da una disciplina rigorosa, lo abbiamo notato (e ce lo ha confermato) ogni volta che l’abbiamo incontrata, a Londra come a Firenze o nel suo studio di Lisbona dove tutto è pensato, misurato e costruito. Disegni, prototipi, materiali e collaborazioni: ogni opera è il risultato di un sistema complesso che unisce artigianato, architettura, memoria e visione. “La libertà”, racconta, “arriva solo quando il lavoro è fatto con precisione. Nulla è spontaneo nel senso superficiale del termine e anche la leggerezza è frutto di controllo”.

 

 

 

Ci avviciniamo a “I’ll Be Your Mirror”, la prima opera della mostra svelata al pubblico: una grande maschera specchiante composta da 255 modanature barocche in bronzo e 510 specchi sovrapposti, “che invita a riflettere sull’identità individuale e collettiva”. L’opera segna l’inizio di un percorso artistico diffuso, reso possibile con il patrocinio di Roma Capitale e la collaborazione del I Municipio, che arriva fino alla terrazza del Pincio con “Solitário”: un anello monumentale formato da 110 cerchi dorati, sormontato da una piramide rovesciata di 1.450 bicchieri di cristallo, “un invito a non smettere di sognare anche nei momenti più complessi”. Di recente, Vasconcelos è stata protagonista anche al Museo comunale d’arte moderna di Ascona, con la sua prima mostra pubblica in Svizzera, realizzata in occasione del centenario della Conferenza di pace di Locarno del 1925. Al centro dell’esposizione, le radici comuni dei popoli europei e lo scambio del sapere come fondamento di convivenza. In VENUS, il suo sapere si manifesta anche nella capacità di tenere insieme mondi apparentemente distanti: l’uncinetto dialoga con l’alta moda, il quotidiano con il monumentale e il dettaglio con la scala architettonica. Il femminile che attraversa la mostra non è mai illustrativo né retorico. “Non mi interessa rappresentare una donna, ma le donne: le loro contraddizioni, la loro forza, la loro sensualità e la loro ironia”, chiarisce. Roma, qui, non è uno sfondo ma un interlocutore. “L’arte contemporanea”, osserva, “non può essere timida in una città come questa dove quel tipo di arte manca, deve avere il coraggio di entrare in relazione con una storia così potente”. Un confronto che affronta senza complessi, con rispetto e curiosità. Sono dodici le sue opere in dialogo con trentatré creazioni di Valentino. “La nostra è stata una collaborazione tra sensibilità più che tra estetiche”, racconta. “Valentino, che ci manca già molto, ha sempre lavorato sul femminile come linguaggio. Io faccio lo stesso, con strumenti diversi. In mostra gli abiti non sono reliquie, ma presenze che abitano lo spazio accanto alle installazioni come se appartenessero allo stesso tempo narrativo. Non c’è gerarchia, ma risonanza”. Il percorso si sviluppa su oltre mille metri quadrati, attraverso sale tematiche dominate dall’astrazione e dall’elemento naturale. Si apre con “Valchiria”, una monumentale installazione tessile lunga più di tredici metri (ne avevamo vista una simile anche alla mostra che le dedicò Palazzo Pitti), dove forme sospese e organiche alludono alla natura stratificata che ci abita. Seguono “Marilyn”, con pentole e coperchi trasformati in scarpe metalliche monumentali, e “Garden of Eden”, una distesa soffusa in cui otto abiti total black di Valentino emergono da una vegetazione luminosa come archetipi femminili, creature ibride in continua metamorfosi. Un corridoio di corpetti e giacche haute couture conduce infine a “Full steam ahead (red)”, dove un fiore di loto meccanico composto da ferri da stiro si apre e si chiude, evocando la ciclicità del vivere e la ripetizione del quotidiano. La mostra è il risultato di un lavoro corale che ha coinvolto studenti di arte e moda, accademie romane, donne, detenute, pazienti pediatrici: una costellazione di mani e competenze che restituisce all’opera una dimensione concreta, condivisa. “L’arte”, dice Vasconcelos nel documentario realizzato da Daniele Luchetti, “deve dare felicità. Deve permettere di essere trasportati in un’altra dimensione, dove ognuno possa trovare la propria”.

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