il foglio della moda

Perché Sace voleva salvare Saks (e non riuscì)

Giorgia Motta

Il gruppo assicurativo-finanziario italiano partecipato dal Mimit, fino allo scorso agosto guidato da Alessandra Ricci, era pronto a coprire debiti per una cifra che fonti vicine al lavoro di quei mesi frenetici calcolano non troppo lontana dal miliardo di euro.Il retroscena

Il retroscena che dimostra quanto sia rilevante l’istanza di fallimento presentata nelle settimane scorse da Saks Global per il sistema del Made in Italy già martellato dai dazi, dalla crisi e dai tentativi, anche nazionali e ammantati di buone intenzioni, di buttargli addosso la croce del caporalato e che il “Foglio della Moda” può raccontarvi, è che Sace lavorò per un anno a un piano di factoring a sostegno dei marchi più esposti con colosso della distribuzione statunitense. Affiancato da Camera Nazionale della Moda, il gruppo assicurativo-finanziario italiano partecipato dal Mimit, fino allo scorso agosto guidato da Alessandra Ricci, era infatti pronto a coprire debiti per una cifra che fonti vicine al lavoro di quei mesi frenetici calcolano non troppo lontana dal miliardo di euro. L’elenco diffuso in questi giorni da fonti internazionali sui brand del lusso che vantano il maggior credito, in ordine decrescente, è abbastanza spaventoso. Il maggior creditore, Chanel, che nei giorni scorsi ha presentato a Parigi la prima collezione couture di Matthieu Blazy nel plauso generale, è esposto per 250 milioni. Fra i marchi italiani che vantano crediti pluriennali con la catena di grandi magazzini fondata ancora in epoca vittoriana in Fifth Avenue compaiono Ermenegildo Zegna, Brunello Cucinelli, Giorgio Armani, Dolce & Gabbana e il gioielliere Roberto Coin, con crediti che vanno dai 9 ai 26 milioni di dollari.

 

Da mesi, molti brand che lavoravano con Saks hanno i magazzini bloccati, gli ordini in sospeso o la merce non consegnata; a metà gennaio, alla presentazione milanese della nuova collezione uomo inverno 2027, la famiglia Della Valle lasciava intendere di aver praticamente sospeso le consegne dallo scorso autunno. Per gruppi pur solidissimi ma che, come Armani, stanno vivendo una delicata fase di transizione (abbiamo fatto quattro chiacchiere con il nuovo ceo Giuseppe Marsocci, sul fronte dei nuovi, possibili soci non ci sono novità, anzi pare che dopo il successo delle prime due presentazioni senza lo stilista scomparso la famiglia pensi a un piano alternativo, e in ogni caso ci risulta che a Palazzo Chigi farebbe molto piacere che la società restasse italiana), il fallimento di Saks sarebbe inconcepibile. Sebbene necessiti di tagli nell’ormai affaticatissimo e-commerce e risanamenti soprattutto nelle modalità dell’offerta, Saks, come altri grandi magazzini di portata mondiale, cioè il cosiddetto wholesale, continuano a rappresentare un interessante affaccio per i brand su nuovi mercati, o un test su nuove, possibili clientele. La mossa di Sace era dunque finalizzata a tutelare le nostre imprese di maggior rilievo della moda. I primi incontri erano stati condotti ancora verso la fine del 2024, quando si era capito che l’acquisizione di Neiman Marcus, molto voluta dal ceo Richard Baker, un immobiliarista dalla carriera costellata di fallimenti (nel suo palmarès di chiusure figura fra gli altri Lord&Taylor, il più antico department store americano) avrebbe portato anche Saks nel baratro. Il piano fallì proprio per una ragione finanziaria: mentre Baker procrastinava un mese dopo l’altro la consegna dei documenti necessari per avviare il piano di factoring, alla controparte italiana risultava sempre più chiaro che il problema fosse nei covenant imposti dai finanziatori di Saks, che non poteva permettersi di contrarre altri debiti. Ci fu un ultimo tentativo pochi mesi fa, poi arrivò il warning da parte delle società di controllo americane e Sace, che peraltro aveva cambiato vertici, non potè più, giustamente, esporsi.

 

Dunque, è da capire la ragione per la quale tutti i creditori, italiani compresi, abbiano deciso di finanziare il risanamento dell’azienda con circa 1,75 miliardi di dollari. Il debito del gruppo ammonta a circa 5 miliardi di dollari, a fronte di un fatturato annuo inferiore a 6 miliardi. In mezzo a questo capolavoro di imperizia e di ingordigia, c’è il dato positivo che la legge Usa, al contrario di quella italiana, non mette tutti i creditori sullo stesso piano, e che dunque le trattative per alcuni dei marchi del Made in Italy potrebbero risolversi con un danno limitato, ancorché protratto nel tempo. E forse, proprio grazie al ricorso al Chapter 11, Saks Global potrà permettersi di chiudere una ventina di negozi ormai improduttivi sparsi nel nord America.