(foto Ansa)

il racconto

Valentino in the sky

Michele Masneri

Sole romano, star, teste coronate e Umberto Bindi. L’ultima regia di Giammetti, nel funerale del grande stilista

Parafrasando Moravia a un altro celebre funerale, ma ben più tragico, quello di Pasolini, quante famiglie queer nascono ogni secolo? Le esequie di Valentino in Santa Maria degli Angeli sono state un momento del miglior made in Italy che ci lasciano con molte certezze: il privato è meglio del pubblico, Roma è meglio di Milano, e quelli della moda gli eventi li sanno fare meglio di tutti. Intanto il luogo: non la più scontata chiesa degli Artisti come ci si sarebbe aspettati. Sì, certo, Santa Maria degli Angeli è più capiente, ma, sospettiamo, anche perché è la chiesa dei re: dei matrimoni e dei funerali dei re d’Italia. E poi: cerimonia sontuosa ma non pomposa, lunga il giusto (un’ora e dieci). Musica e luci e fiori tutto perfetto, Schubert sull’offertorio, Mozart sulla comunione, Fauré sugli incensi. E poi, finale di genio, “Il nostro concerto”, di Umberto Bindi. Un’altra scenografia perfetta, che, si sa, è importante quanto il vestito.

E in una città che, nei funerali, dà il suo meglio. Il programma arriva ai giornalisti la sera prima, insomma tutto è organizzato al millisecondo, e quando tutto è così ben organizzato, si sa che l’universo si adegua, e così nel momento esatto in cui esce la bara sul sagrato spunta pure un sole magnifico, per il quarto d’ora che serve, poi si riannuvola. Neanche Xi Jinping con i festeggiamenti per i 100 anni del Partito comunista cinese, che voleva sparare alle nuvole.

 

E qui, sotto il sole romano, tutto si ferma, il consueto bordello, la girandola dei taxi, tutto scintilla come l’acqua della fontana delle Naiadi. L’ex sindaco di Roma Rutelli rimira il manufatto progettato dal bisnonno, Barbara Palombelli ricorda una sfilata a villa Medici, tutti guardiamo la bellezza di questa città e di questo paese, dimentichiamo le brutture, a cento metri la stazione Termini dei pestaggi e del male di vivere.

L’unico fuoriprogramma è quando Bruce Hoeksema, quasi-settantenne con aria da ragazzino sperduto, ricorda Valentino con la voce rotta. E un gracchiare nel microfono, per cui abbiamo immaginato Giammetti che in testa avrà licenziato dieci persone. Ma prima è stato il turno suo, di Giammetti, eminenza argentea dietro tutto questo. Intervento al minimo, tono risoluto. “Grazie a tutti di essere qui, farò di tutto perché tu sia ricordato Valentino”, prima in inglese, poi italiano. “Scusate la lunghezza, ma è l’Italia, è la nostra religione, a lui sarebbe piaciuto molto”. E poi sul piazzale della chiesa, Giammetti al freddo, atermico (il cappotto non sta mai bene in foto), sta lì e saluta tutti uno a uno, ma non in gramaglie, anzi, ringrazia e chiede lui, agli altri, come stai? In varie lingue. Anche con qualche battuta. “Che mi ha lasciato qualcosa?”, gli chiede il premio Oscar Dante Ferretti che fece le scenografie per le celebrazioni di Valentino nel 2007. E “te per quanto ce n’hai ancora?”. Dai, in quale altra città può succedere? Fedeli al Novecento, al “never complain, never explain” di quando non andava di moda lamentarsi.

 

Tra le corone dei reali d’Olanda e dello “staff delle case Valentino”, anche, un contributo keynesiano all’economia notevole. Servizio d’ordine da G8, 70 persone di staff schierate dentro la basilica divisa per settori, e una vera sala regia allestita dentro la sacrestia, con decine di monitor e operatori in cuffia. La cantante che intona i canti sacri è nell’abside sinistra. Tutto “televised”. Chiedo: siamo in diretta, è la Rai, vero? “No, no, è tutto servizio interno”. Non è Davos, è Valentino e Giammetti. Un altro show, perfetto, gentilmente offerto dalla ditta, insomma poi daranno loro il segnale ai telegiornali, il resto andrà in archivio, in questo grande archivio del Novecento italiano che sono stati Valentino e Giammetti. Passiamo la linea al mondo reale. Nel mondo reale fuori piange Michael, il maggiordomo che tutti ricordano nel film “L’ultimo imperatore”, lui all’alba a comprare i fiori freschi a New York, lui a ricevere altezze reali sotto la pioggia, lui a tagliare senza farsi accorgere un tendone inestimabile di gazebo perché fa troppo caldo e ha smesso di piovere. Lui coi carlini (che andranno a Bruce, Giammetti ha i suoi pomerania).

 

“Er compagno? Ma nun è quell’altro? Boh”. Anche sui social, è tutto un interrogarsi sul chi è chi. “Basta con tutti ’sti compagni!” dice qualcun altro. Serve un manuale della famiglia queer. Facciamo servizio pubblico: Giammetti è stato il primo, poi rimasto come roccia, socio e fraterno qualunque cosa, come spesso succede, senza tante etichette. Era una famiglia inclusiva. E’ anche forse la prima volta che una grande basilica romana celebra un funerale gay o queer o quel che si vuole. O forse no, chi può mai dirlo. Come ha ricordato il regista del film che tanti hanno scoperto in questi giorni, e giornalista, Matt Tyrnauer, dissero che col suo film Valentino e Giammetti fecero coming out, ma la loro era la più grande startup romana gay sotto gli occhi di tutti, in un palazzo oltretutto di proprietà di Propaganda Fide. E’ Roma, baby. Ma chissà che choc gli americani. A proposito, tutto il gruppone newyorchese, con Anna Wintour e l’ultima musa Anne Hathaway, quella del “Diavolo veste Prada”, è arrivato dallo scalo privato di New York con l’aereo privato di Tamara Mellon, signora delle scarpe sposata con uno dei Mellon quelli lì (e torna insomma alla mente tutto un mondo Truman Capote, in barca con l’altro vogherese Arbasino e gli Agnelli, “ottimi questi meloni”, dice qualcuno. E un’ospite zelante: “I Mellons sono di Pittsburgh!).

 

Ma era il Novecento, appunto. Di cui qui ancora ci son dei brandelli o ci piace sognare così. In prima fila Ernst di Hannover magrissimo e quasi trasparente come un personaggio di “Preghiere esaudite”. Monsignori. Donatella Versace, Tom Ford, molte Brandolini, la sindaca di Voghera. E poi sparsi tutti vip e famiglia con vari gradi di battaglia e di parentela e contatto con questa corte che ha allietato la capitale e il secolo; e sul finale mentre esce la bara parte la magnifica “Il nostro concerto”, di Umberto Bindi, la canzone con l’intro strumentale più lunga del pop italiano, 70 interminabili secondi, ma poi arrivano le parole. Bindi, dimenticato, cacciato dalla Rai in quanto omosessuale, eppure anche lui era sempre stato lì, sotto gli occhi di tutti.

Michele Masneri

 

 

Di più su questi argomenti:
  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).