The last emperor

Vita da Valentino. Che cosa ci dice la storia di un mito sulla parabola dei brand destinati a non durare

Fabiana Giacomotti

Morto a 93 anni a Roma, aveva scelto da tempo il silenzio. Dall’esordio romano al trionfo parigino, fino all’addio del 2007 e alla fondazione che oggi lo saluta. Amico dei grandi del Novecento, simbolo del made in Italy, seppe sparire restando un’icona globale. Una vita dedicata alla bellezza e a un’idea irripetibile di stile

Diventare un mito in vita, scomparire restando al centro della scena è un onore che è toccato a pochissimi: Greta Garbo, J.D. Salinger e Valentino Garavani, morto poche ore fa a novantatré anni nella sua casa di Roma, “circondato dall’affetto dei suoi cari”, come ha scritto in una nota la Fondazione PM23 che aveva fondato e inaugurato meno di un anno fa, soprattutto in suo nome, il suo storico compagno e socio, Giancarlo Giammetti. L’ultima apparizione pubblica del signor Valentino, al contrario del signor Armani nel suo caso il cognome non si usava, risale al 2019, in occasione dei Green Carpet Fashion Awards che adesso hanno un altro nome ma continuano a premiare l’impegno delle aziende nell’eccellenza e, la questione è diventata spinosa, nella sostenibilità. Gli venne assegnato il “Legacy Award”, già un’eredità diciamo, “per il sostegno al talento, al design e alla moda italiana": gli consegnò il premio Sophia Loren, sul palco del Teatro alla Scala si abbracciarono in silenzio, non avendo nulla da dimostrare a nessuno, tanto meno all’ennesima platea che li applaudiva. La camera ardente, spiega la stessa nota, sarà allestita presso la fondazione, “in Piazza Mignanelli 23 a Roma, mercoledì 21 e giovedì 22 gennaio 2026, dalle 11 alle 18”, e si tratta di un’indicazione ben precisa, visto che accanto alla fondazione, facile a confondersi per molti, si trova la sede dell’azienda che porta il suo nome, con la grande V in ottone sopra il portone, e che per molti è, anche giustamente, il simbolo del made in Italy più storico, per molti versi più autentico, fondato sull’alta sartoria, cioè nato a Roma, passato da Firenze ma diventato celebre a Parigi.

 

In quel palazzo, che dalla fine degli anni Novanta ha cambiato proprietario più volte e oggi, con il marchio, è al centro di una nuova cessione, dal fondo qatarino Mayhoola a Kering, che ha procrastinato di un anno l’acquisto per via di una situazione debitoria importante, il signor Valentino non metteva più piede da anni. Molti anni, quasi venti: dal luglio del 2007, per la tre giorni di festeggiamenti al tempio di Venere che passò alla storia come le Valentineidi, le sfilate, la mostra all’Ara Pacis, che ne celebrarono i quarantacinque anni di attività e al tempo stesso l’abbandono. Fra fuochi d’artificio, giocolieri volteggianti sui Fori e la capitale in festa, fu la chiusura, molto consapevole, voluta, di quello che considerava un capitolo irripetibile: prima di tutti, o forse perché vi aveva ceduto fra i primi, sapeva che l’arrivo delle multinazionali e dei fondi avrebbe distorto per sempre un mondo di bellezza al quale non sapeva, e soprattutto non voleva, rinunciare.

 

“Amo la bellezza, non è colpa mia”, è scritto in esergo all’ingresso della fondazione, memento di questo uomo seducente, nato nella provincia arbasiniana, che aveva saputo lasciare, pur senza rinnegarla, per inseguire il proprio sogno di fama e di sontuosità, primo couturier ad aver un proprio pantone, il “rosso Valentino”. La sua più cara amica e mentore, Jacqueline de Ribes, era scomparsa due settimane fa, ultima esponente dei “cigni” dell’epoca Truman Capote, dei balli con Jackie Kennedy, dei ricevimenti nel castello di Wideville, di un mondo che nessuna Meghan Markle, vestita “Valentino brand”, potrà mai sperare di imitare, per quante sfilate possa chiedere di vedere e a quanti ricevimenti si faccia invitare. Che la camera ardente di Valentino venga allestita nella fondazione è un segnale significativo dell’evoluzione che l’azienda Valentino aveva preso negli anni, senza però e appunto toccare minimamente l’aura che circondava il suo fondatore, “The last emperor”, come da titolo del film di Matt Tyrnauer presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2008 che tanti ricordano per molti motivi, non ultimo quello di aver provocato in decine di creativi la smania di imitarlo, perlopiù malamente, cioè senza poter vantare, come lui, la stessa notorietà mondiale e la stessa aura di Garbo e Salinger.

 

Due anni prima, era stato abbastanza spiritoso da interpretare sé stesso ne “Il diavolo veste Prada”, unico nome leggendario della moda internazionale ad aver detto di sì a una produzione di cui ancora non si sapeva se avrebbe avuto successo o sarebbe finita nel novero delle commediole per ragazzine: erano in tanti a Parigi quando girarono le scene, fu molto divertente, qualcuno rivede il film solo per gloriarsi della propria apparizione e strappare uno scintillio da quella irripetibile fama.

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