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Il Foglio della moda

Tuxedo Society, il club virtuale dei trentenni

Giuseppe Fantasia

I club si sono trasformati rispetto alla Società del Giardino. Ora si sono smaterializzati, dai divani in pelle si è passati al touchscreen e oggi parlano ai più giovani. In questo spazio si inserisce il club under 35 fondato un anno fa da tre ragazzi

C’è sempre stato un momento, nella vita delle persone, in cui non è bastato essere qualcuno, ma bisognava essere da qualche parte, dentro un perimetro riconoscibile, dunque esclusivo. Un club, appunto, risposta antica a un bisogno umano primario - essere visti, riconosciuti e selezionati – che non è solo questione di status, ma di rassicurazione. È sapere chi si è, perché si sa chi non si è, che è poi stato sempre un modo elegante per evitare spiegazioni superflue, eccezion fatta, magari, per Henri Beyle in arte Stendhal, milanese per passione, che nei primi decenni dell’Ottocento esprimeva per iscritto il proprio stupore per aver partecipato a una gloriosa serata all’(attuale) Società del Giardino, salvo scoprire la mattina dopo che i suoi commensali erano tutti mercanti e bottegai. Ma, appunto, nel tempo il club si è trasformato, si è smaterializzato, ha cambiato pelle senza perdere funzione e dai divani in pelle è passato al touchscreen, dai sigari alle newsletter, dai portieri in giacca rossa agli algoritmi che oggi fanno lo stesso lavoro con meno charme e più efficienza.

 

Asmallworld, ad esempio, nato nel 2004 come social network su invito, è stato uno dei primi tentativi di tradurre l’élite in formato digitale con pochi soci selezionati, internazionali, ricchi, amanti del viaggio: un’élite che si auto-certificava con quella serenità che deriva dal frequentarsi a vicenda e aver frequentato gli stessi collegi. Poi è arrivata la Soho House, che ha fatto un’operazione più sofisticata: prendere l’idea del club inglese e renderla globale, fotogenica e replicabile. Non più solo appartenenza, ma lifestyle e una curatissima inclusione a numero chiuso (sono ammessi solo creativi, no politici, no medici), la dimostrazione che il club non è morto, ma ha solo imparato a non farsi fotografare (dentro ogni Soho House è vietato fare foto e stare al cellulare, se non in apposite aree dedicate). Negli ultimi anni, mentre il mondo si dichiarava sempre più aperto, inclusivo e orizzontale, i club sono tornati - forse non se ne sono mai andati - con la differenza che oggi parlano ai più giovani, a generazioni cresciute nell’illusione dell’accesso universale ma che avvertono, con una certa lucidità, il bisogno di un confine, anche simbolico, quasi invisibile. È in questo spazio che si inserisce Tuxedo Society, un club under 35 fondato un anno fa da tre ragazzi della provincia italiana: Gabriele Bonini, Riccardo Capotosti e Filippo Pignatti Morano. Tre self made men, come si dice con una formula ormai abusata ma ancora efficace, che hanno scelto una strada contro intuitiva: rinunciare deliberatamente a una sede fisica.

 

Da quando ha aperto per la prima volta la membership al pubblico (è tra le più esclusive d’Europa con un costo che va dai 6mila ai 15mila euro), i tre founder hanno selezionato circa cento membri su oltre quattordicimila application ricevute. “Quella membership – spiegano i tre al Foglio della Moda - funge da filtro e da passaporto per possibilità che il denaro da solo non compra: da sfilate haute couture alla finale di Wimbledon”. Come l’ultimo, organizzato per salutare il nuovo anno a Parigi, all’hotel Le Marois, oggi sede dell’associazione France Amériques, che fu la dimora di Marie Duplessis, la “Dame aux camélias” di Alexandre Dumas figlio. I tre soci fondatori si sono divisi letteralmente compiti e funzioni. Bonini, imprenditore nel digital marketing, ha avuto l’intuizione e l’ha trasformata in un piano strategico; Filippo Pignatti Morano è un influencer da quasi un milione di follower che dirige “Gentleman’s Gram”, una pagina da quasi due milioni di follower, mentre Riccardo Capotosti è un direttore creativo che si occupa di auto d’epoca e cura una collezione e un parco mezzi da oltre 130 vetture. Tre storie diverse (due di loro sono di Lucca, uno è lombardo), una sola direzione: niente club house, niente divani o bar riservati. L’appartenenza – per loro - non passa da una porta o da un indirizzo, ma da una selezione, da una rete, dimenticando ogni eventuale indirizzo. “Tuxedo Society è un club che prende sul serio il fatto che oggi il prestigio non ha bisogno di muri, ma di criteri”, aggiungono. Il nome richiama, con un intento che, giurano, è ironico, un’eleganza intenzionale.

 

Non si tratta di vestirsi bene, ma di comportarsi da pari tra pari, di riconoscersi in un codice condiviso, anche perché il tuxedo, l’outfit che da questa parte dell’oceano chiamiamo smoking, è sempre stato un simbolo di occasione speciale. “Il nostro club è un modo di stare al mondo”, dicono, “Tuxedo Society nasce dal desiderio di vivere la vita come il più grande dei film. Il successo di queste nuove realtà associative, dice qualcosa di meno superficiale di quanto sembri: non racconta infatti solo la vanità di chi vuole sentirsi scelto, ma anche la stanchezza verso un mondo che promette tutto a tutti senza mantenere e, soprattutto, senza offrire significato. Forse aveva ragione Georg Simmel quando scriveva che “il confine non è un fatto spaziale con effetti sociologici, ma un fatto sociologico che si forma spazialmente”, o – aggiungiamo noi - nel nostro tempo, digitalmente, con un click ben ponderato. In fondo, come ricordava Evelyn Waugh con impeccabile ironia, “un uomo non è mai così solo come quando è ammesso ovunque”.