Foto di Ryoji Iwata su Unsplash
Maschi in divisa
Perché, nella moda, colori e stravaganza sono un fatto solo femminile. Intervista
Dal Seicento in poi la moda maschile europea ha messo al bando colori pastello e fantasie: "Questa rivoluzione conservatrice la fanno gli uomini in quanto quella è la rappresentazione sociale che scelgono di offrire", dice Daniele Derossi, romanziere e saggista
La settimana della moda maschile è forse l’unico momento dell’anno in cui gli uomini si riuniscono per fare la ruota ed esibire i colori che nella vita di tutti i giorni lasciano sepolti negli armadi. Persino sul red carpet, da Venezia agli Oscar, vediamo sempre i soliti smoking e qualsiasi sgarro al codice dell’eleganza formale maschile, ossia l’abito scuro, viene severamente notato. Ma come mai i maschi della nostra specie sono meno appariscenti delle femmine, laddove in natura è vero proprio il contrario? Ne parliamo con Daniele Derossi, romanziere e saggista, che ha appena firmato Decidono le femmine (Einaudi), un agile libriccino che potrebbe fornire da prontuario darwiniano per sopravvivere a Milano dal 16 al 20 gennaio tra sfilate, presentazioni ed eventi, scarpe in pelle di serpente e trench imbottiti. “Il libro nasce dalla mia predilezione per le camicie a fiori” ci dice Derossi. “Una sera, dopo qualche bicchiere, a una mia amica che mi sfotteva, ho spiegato che in natura i maschi sono più colorati per attirare le potenziali partner. Sono le femmine a guidare l’evoluzione della bellezza maschile e, almeno in passato, è stato vero anche per gli uomini: basta guardare certi ritratti rinascimentali o dipinti medievali”. E allora com’è successo che a partire dal Seicento la moda maschile europea è diventata così frugale e tetra mettendo al bando colori pastello e fantasie? “Questa rivoluzione conservatrice nella storia dell’abbigliamento la fanno gli uomini perché quella è la rappresentazione sociale che scelgono di offrire. Le donne non si fanno questi problemi e, proprio per reazione, il loro vestiario diventa sempre più stravagante ed esuberante. L’epoca vittoriana da questo punto di vista è il massimo del dimorfismo tra i sessi: da un lato le crinoline e le piume, dall’altro una divisa uguale per tutti”.
Scorro le anticipazioni per la fashion week di quest’anno e leggo che torneranno gorgiere, pellicce, tartan, patchwork, velluto, denim, cuoio. Sarebbe interessante capire se l’approccio evoluzionistico potesse dirci quali saranno i trend futuri che sopravvivranno. “Fare previsioni è ovviamente impossibile, come pure ridurre un fenomeno complesso come la moda in meri termini evoluzionistici” mette subito le mani avanti Derossi. Ma come, noi lo stiamo sentendo proprio per fargli compiere la classica fallacia naturalistica: dire come dovrebbero andare le cose fra gli esseri umani a partire dalla natura. Incalzato, risponde: “In natura i maschi si dotano di armamenti e ornamenti, i primi si usano in battaglia, i secondi per sedurre le femmine. Sugli armamenti funziona la selezione naturale, mentre gli ornamenti sono proprio le femmine a sceglierli e tramandarli attraverso la selezione sessuale. Sarebbe interessante osservare il lavoro di stiliste donne che disegnano vestiti da uomo. Peccato che sono pochissime. Forse tra i grandi solo Miuccia Prada”. Quindi, pure nella moda vale ancora l’hashtag #tuttimaski.
Derossi la prende alla lontana: “La scelta femminile si è orientata in natura verso ricche decorazioni oppure ha preferito far scomparire alcuni elementi troppo aggressivi. Per questo motivo secondo l’ornitologo Richard Prum quasi tutti gli uccelli moderni hanno perso il pene: per evitare la copula forzata. Vale anche per i primati: nell’uomo la differenza tra maschio e femmina è meno marcata rispetto a macachi, gorilla o mandrilli in cui gli esemplari maschili sono grossi il doppio rispetto alle femmine. Negli uomini parliamo del 15-16 per cento. E anche i canini si sono molto ridotti sempre per limitare l’aggressività tra maschi e nei confronti delle femmine. Prum lo chiama effetto Lisistrata, quella dello sciopero del sesso, che ha come conseguenza un disarmo dei maschi”. Sì, ma con la moda cosa c’entra? “Prendiamo la collezione di Prada uomo primavera estate 2026 si vedono maschi con dei mutandoni... molto femminilizzati. E Miuccia Prada sostiene che ha voluto disegnare abiti che sono l’opposto della violenza e della cattiveria che in questo momento governano il mondo. Non è un caso che sia una donna a propugnare questo modello di soft masculinity. Le donne tendono a selezionare uomini dalla mascolinità meno esibita: uno studio recente dimostrava che gli uomini considerati meno attraenti dalle donne sono quelli ipermuscolosi, piuttosto meglio i mingherlini”. Allora siamo pronti a mettere in soffitta il completo tre pezzi di origine vittoriana e tornare sgargianti come ai vecchi tempi? “Giacca e cravatta potranno pure essere scomparsi dalle passerelle, ma nella vita quotidiana un consigliere d’amministrazione difficilmente andrà a lavoro in bermuda e flip-flop”. Per carità, ma è ancora vero in un mondo in cui si lavora da casa e dilagano tutismo e ciabattismo? “Forse quel tempo è agli sgoccioli, con il mutamento delle rappresentazioni sociali e dei costumi. Ma qui siamo più dalle parti della selezione naturale: ci stiamo adattando a un cambiamento”. Se lo dice la scienza, noi ci adeguiamo e speriamo che sia l’anno buono per il ritorno del colore. Per lui e per lei.