FOGLIO DELLA MODA - PRIMAFILA

Basta fomentare l'orgoglio. Una battaglia di civiltà contro il "pride"

Oliviero Toscani

La moda non cambia le idee ma registra i cambiamenti. E oggi è lo specchio dei comportamenti autoescludenti che spingono la socità verso divisioni corporative 

L’uomo che cambia, o che non cambia, è sempre un problema di libertà di espressione. La società che oggi sembra evoluta consente a un uomo, per esempio, di esprimere la sua sensibilità: qualche decennio fa l’uomo doveva somigliare a John Wayne e doveva comunicare solo sicurezza; se aveva qualche fragilità, se si commuoveva, doveva nascondersi. Qualche decennio fa c’era una borghesia retriva, spaventata dal nuovo e dal diverso.

Oggi che la borghesia si direbbe non esista più, con le classi sociali livellate dagli algoritmi dei social dove tutti sembrano uguali senza però esserlo davvero, c’è questa libertà conquistata di essere se stessi che pare un nuovo punto di partenza. Tuttavia l’evoluzione dell’uomo, se c’è, non ha a mio parere a che fare con la sessualità. Lavorando nel mondo della moda, come ho fatto io, ho sempre vissuto le differenze di genere e di orientamento sessuale con assoluta naturalezza. Per questo, penso che oggi il vero cambiamento dell’uomo non sia nell’accettazione o meno di una omosessualità esibita ma nell’accoglienza di una differente mentalità socio-politica. Bob Dylan e Pier Paolo Pasolini rappresentano due esempi di uomini cambiati, avanti mille anni rispetto al secolo in cui sono vissuti (Bob Dylan per fortuna è ancora vivo), e quindi portatori di cambiamento. Dylan con le parole delle sue canzoni, Pasolini con le sue poesie e le sue prese di posizione civili, hanno detto cose importanti.

Ci sono oggi comportamenti gay che sono vere e proprie forme di auto-esclusione, di chiusura, quasi di razzismo verso altre espressioni di comportamenti umani. Il contrario esatto della filosofia di vita di Pasolini, quella davvero inclusiva, perché lui si esponeva, invece di rinchiudersi, metteva il suo corpo e le sue idee al servizio di chi voleva ascoltare per cambiare se stesso e il mondo: non per esiliarsi in una zona confortevole di uguali, che la pensano nello stesso modo, si vestono nello stesso modo, frequentano solo determinati bar. Il paradosso di questa pseudo-libertà sessuale conquistata è che si vorrebbe essere accettati e liberi ma, nello stesso tempo, si ha paura a confrontarsi con gli altri e si preferisce isolarsi.

Non è un caso che la società occidentale avanzata spinga verso questi comportamenti autoescludenti, verso divisioni corporative: le donne contro gli uomini, gli uomini misogini e autori di femminicidi, la famiglia tradizionale contro la famiglia arcobaleno, i bianchi contro i neri. Una confusione che non è di Bob Dylan, non era dei Beatles, che si sciolsero nel 1969, avendo rivoluzionato in pochi anni con un modo diverso di fare musica anche certi cliché sociali; non era di Pasolini, lui davvero un uomo nuovo, come non si era mai visto nell’Italia del dopoguerra, un sovversivo che aveva capito che doveva divulgare le sue idee sul Corriere della sera, l’organo della borghesia, l’esatto contrario di chi se la canta e se la suona (sui suoi piccoli mezzi di espressione).

Perciò non credo sia nella moda che vada cercato il cambiamento dell’uomo: la moda può al massimo registrare i cambiamenti. Fino a oggi non è esistita una moda che avesse il potere di cambiare anche le idee, oltre che i vestiti. Una battaglia di civiltà potrebbe oggi essere quella contro il così detto “pride”: l’orgoglio. Tutti orgogliosi: di essere gay, di essere donne, di essere neri. E, purtroppo, anche di essere fascisti, di essere razzisti, di essere no-vax, di essere ignoranti. Questo colonialismo sociale, questo armare opposte fazioni affinché si combattano in una guerra civile permanente, è il vero dramma della nostra epoca, dove il politicamente corretto ha azzerato il confronto delle idee. Ecco: l’uomo cambierà non quando sarà più virile o più effeminato, ma quando tornerà a discutere, senza intimidazioni, senza l’odio dei social, senza la paura di offendere. Perché è nel dialogo tra esseri umani che risiede la civiltà.