Idee e talenti, viaggio dentro il laboratorio Altaroma

Fabiana Giacomotti

Tre giorni nel “Guido Reni district” tra tinture naturali, abiti in polvere di marmo, borse realizzate dagli scarti della lavorazione del legno o dalla buccia di mela

Per tre giorni, nel “Guido Reni district” che si affaccia sul Maxxi e che al termine di qualche anno di  ristrutturazione è tornato ad ospitare Altaroma, abbiamo frequentato laboratori di tinture naturali, esaminato abiti in polvere di marmo che, in effetti, non porta solo alla silicosi se la si respira ma può essere catturata, inglobata nel poliuretano e trasformata in una sorta di pelle dalla mano viscosa, molto duttile. Lungo tutto l’arco del weekend, abbiamo toccato borse realizzate dagli scarti della lavorazione del legno o dalla buccia di mela (quest’ultima, inevitabilmente, declinata in una borsetta dal taglio a cuore denominata “Biancaneve”), ed esaminato capi di una giovane imprenditrice russa che, dopo essersi specializzata al Polimoda di Firenze, non ha ceduto alla passione delle sue connazionali per il bling bling nuovo fiammante ma ha scelto di ricreare trench e cappotti unendone e trasformandone di vecchi, pescati dai rigattieri.

 

Si chiama Yekaterina Ivankova, i suoi capi “upcycled” sono bellissimi e d’altronde il patchwork sta tornando anche nell’alta moda e fra i giovani couturier: Italo Marseglia, inseguito dalle telecamere del Tg2 che da qualche tempo ha di nuovo l’occhio lungo, l’ha addirittura imitato nella sua nuova collezione. Siamo usciti dai capannoni di via Guido Reni con la convinzione che in futuro potremmo metterci addosso letteralmente qualsiasi cosa, anche uno scarto della Pietà Rondanini per dire, purché la tecnologia voglia applicarvisi secondo modelli sostenibili anche nel prezzo. Ci pare, anzi, di non essere abbastanza à la page, tanto da sentirci un po’ in ansia per non aver intercettato per primi il muskin, la pelle derivata dai funghi che, ci diceva l’altro giorno al telefono il direttore generale di Lineapelle Fulvia Bacchi, è un’alternativa di certo non paragonabile a quella animale per effetto e tenuta, ma comunque abbastanza interessante.

 

Insomma, una stagione dopo l’altra, Altaroma sta assumendo l’aspetto che avrebbe dovuto avere fin dall’inizio della presidenza di Silvia Venturini Fendi, e cioè quella del laboratorio e di idee e di piattaforma per la promozione dei talenti, entrambe nozioni che rientrano nel dna della città dai tempi di Colbert con l’Accademia di Francia (ma volendo, anche da prima, leggasi alla voce cardinale Alessandro Farnese e Agostino Chigi). Lasciano a poco a poco, per motivi affatto naturali, i vecchi e talvolta vecchissimi nomi della couture romana, insieme con le spaventevoli rappresentanti della chirurgia plastica autoctona votate al rito della tartina. Si moltiplicano le iniziative sperimentali per un pubblico di studenti, di addetti votati alla ricerca, di curiosi con un minimo di preparazione e di sensibilità.

 

Insomma, Altaroma sta diventando un hub per connaisseur, che sarebbe una splendida notizia se, come altre iniziative non necessariamente di moda sparse per il mondo, per esempio Miami Art Basel, godesse di un supporto istituzionale vero e internazionale. La sindaca Virginia Raggi, che molto ama la moda e moltissimo farsene vestire, l’altra sera sedeva alla sfilata di Sylvio Giardina (di solito bravissimo, questa volta ottenebrato nei tagli e nelle lunghezze dei vestiti da una partita di tessuti luccicanti che speriamo almeno gli siano stati regalati) e non si sa ancora se per il prossimo appuntamento, a fine giugno, vorrà tornare a sostenere Altaroma come meriterebbe.

 

Considerando il numero pressoché illimitato di luoghi meravigliosi e spesso sconosciuti che Roma offre per allestirvi presentazioni, sfilate, mostre e spettacoli (è stata ottima, per esempio, l’idea di offrire il Teatro Torlonia per la rappresentazione delle “Lettere a Yves” tratte dall’omonima raccolta epistolare di Pierre Bergé e dirette da Roberto Piana), per aggiungere fasto alla bellezza e garantire dunque rinomanza internazionale alla kermesse basterebbe un ritocco anche contenuto al budget. Così com’è ora, la manifestazione fa quel che può, e grazie allo sforzo e alla capacità di networking di chi vi collabora lo fa straordinariamente bene.

 

L’edizione di Altaroma chiusa ieri era dedicata, ça va sans dire, alla sostenibilità, l’argomento imprescindibile del momento, ma presentava diversi guizzi interessanti. Nell’ambito del progetto Showcase, organizzato da Simonetta Gianfelici con il supporto dell’Ice, siamo venute per esempio in contatto con la laureata del Politecnico che ha sviluppato il progetto sul tessuto di marmo, Alice Zantedeschi: credevamo fosse un’iniziativa nuova, magari sviluppata dopo il successo del progetto Orange Fiber di Enrica Arena e Adriana Santonocito che lavorano il pastazzo d’arancia scartato dall’industria alimentare trasformandolo in seta naturale e sostenibile, e invece abbiamo scoperto che le due iniziative, oltre a essere nate nello stesso ateneo milanese, sono coeve.

 

Fili Pari, la start up veronese che, per l’appunto, sfrutta la polvere ottenuta dalla lavorazione del marmo rosa delle cave della zona e ha ottenuto un finanziamento dall’acceleratore confindustriale locale, aveva però bisogno di una vetrina per farsi conoscere, e Altaroma gliel’ha fornita: il design dei capi in tessuto di marmo (una sottile membrana applicata a lana, cotone o neoprene) è gradevole; di certo bisognerà lavorare un po’ di più sull’approccio alla sostenibilità di tutte le sue componenti perché venga ritenuto un’alternativa interessante a quanto è già presente sul mercato.

 

Una frotta di signore armate di taccuino, di studentesse ignare della storia del guado (peraltro tornato di gran moda nella tintoria) e di costumiste interessate a capire come invecchiare e trasformare l’apparenza dei capi a fini narrativi, si è invece accomodata diligentemente sulle panche di uno degli edifici più piccoli per il progetto Herbarium di Artisanal Intelligence, allestito con tredici teche provenienti dal Museo dell’Orto Botanico di Roma, struttura del Dipartimento di Biologia Ambientale dell’Università La Sapienza, oltre a testi antichi e stampe botaniche offerti dalla proprietaria della Libreria Cascianelli, Valentina La Rocca. Molte lezioni tecniche, qualche proiezione e diversi laboratori da cui s’è tratta una lezione, e cioè che nulla è più noioso della botanica a meno di non saperla inquadrare nel suo valore storico, economico e sociale, arricchendola di aneddoti e citazioni documentali: per questo, però, c’è voluta la presenza di una storica dell’economia insigne come Giovanna Motta, seduta su quelle panche quasi per caso.  

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