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La battaglia di Jordan Peterson contro le sintesi viziate degli altri

Il vero dramma della comunicazione: uno dice una cosa, l’altro non ascolta e risputa ciò che ha detto l’interlocutore in modo falsato

Mattia Ferraresi

Email:

ferraresi@ilfoglio.it

25 Gennaio 2018 alle 06:20

La battaglia di Jordan Peterson contro le sintesi viziate degli altri

Jordan Peterson

Jordan Peterson è uno psicologo canadese e professore all’università di Toronto che da qualche tempo è diventato un punto di riferimento per i castigatori del politicamente corretto e per i contestatori dell’ideologia del campus. La sua presenza sulla scena pubblica è iniziata nel 2016 con una serie di video su YouTube in cui criticava la recente riforma della legge canadese sui diritti umani e sulla discriminazione, che contiene una smisurata estensione delle circostanze in cui l’espressione di certe idee diventa perseguibile per legge, cosa che comporta una complementare erosione della libertà. Peterson ha le competenze e il self-control per opporre argomentazioni razionali a chi lo aggredisce e lo dipinge come un fascista che vuole negare i diritti alle minoranze oppresse, e spesso ricorre a spiegazioni che possono apparire balzane per ribaltare le accuse che gli vengono mosse.

 

Nel suo ultimo libro, 12 Rules for Life: An Antidote to Chaos, uscito ieri negli Stati Uniti, distrugge il patriarcato con un’aragosta. L’aragosta, spiega, ha un sistema nervoso imparentato a lontana con quello umano, i comportamenti degli esemplari sono in buona parte determinati dai livelli di serotonina, e nell’organizzazione sociale, per così dire, delle aragoste si nota che i maschi e le femmine hanno ruoli, abitudini, responsabilità e trame di comportamento strutturalmente diverse fra loro. Questo, sostiene Peterson, è derivato dalle differenze impresse nel sistema nervoso, ed è possibile tracciare un’analogia con le vicende umane quando si tratta di differenza sessuale. Insomma, le aragoste ci spiegano che la differenza sessuale non è un costrutto sociale, una struttura di potere interiorizzata, non è una fantasia culturale che è stata inventata e ora va smantellata.

 

La tesi di Peterson ha anche il notevole vantaggio di essere quanto di più materialista e darwinista si possa immaginare: non è facile contrastarla senza finire bollati come dogmatici baciapile che sputano sulla scienza. Di recente Peterson è stato intervistato dalla giornalista inglese Cathy Newman, intervistatrice ostile che faceva di tutto per spingere il professore a dire qualcosa di sconveniente e impresentabile. Il video dell’intervista è diventato virale soprattutto per uno scambio in cui Newman è stata presa in contropiede e si è incartata, ma il dialogo illustra in modo magistrale una tecnica di comunicazione usatissima per distruggere l’avversario, senza però apparire autoritari. Conor Friedersdorf dell’Atlantic ne ha fatto la sintesi: “Riformulare quello che l’avversario dice in modo da farlo sembrare offensivo, ostile, assurdo”. In quell’intervista Newman offre un saggio di quello che accade costantemente sui social, nei talk show, nei dibattiti nelle università: uno dice una cosa, l’altro non ascolta e risputa ciò che ha detto l’interlocutore in modo falsato. E’ anche peggio di una fake news.

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