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Sfatare i miti di una generazione grazie a Trump

Il crepuscolo degli idoli che ha confuso chi credeva di sapere tutto dell’America e del mondo

Mattia Ferraresi

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ferraresi@ilfoglio.it

9 Febbraio 2017 alle 05:45

Trump  alla Casa Bianca

Trump incontra gli sceriffi di tutto il paese alla Casa Bianca (foto LaPresse)

New York. Donald Trump rappresenta, fra le molte altre cose, la distruzione di tutti i miti, un crepuscolo degli idoli che ha confuso chi credeva di sapere tutto dell’America e del mondo e invece non aveva afferrato la sostanza. Credevamo di conoscere le inclinazioni e i desideri dell’elettorato, che gli algoritmi avrebbero previsto gli assetti politici, che la globalizzazione fosse un fatto indiscutibile, che la storia andasse inevitabilmente in una certa direzione. E invece. Per uno strano effetto domino, la potenza distruttrice del trumpismo ha invaso tutti gli ambiti e tutti i miti, introducendo un principio di scetticismo sconosciuto in quest’èra di neo-neopositivismo digitalizzato.

 

L’inizio dell’epoca di Trump è segnata dalla perdita di tutte le certezze, e le certezze che più amavamo sbandierare erano quelle sui millennial, la generazione cardine di qualunque fenomeno e tendenza. Un’intervista in cui Simon Sinek, l’autore di un libro che qualche anno fa ha avuto una qualche fortuna, “Start with why”, ripercorre tutte le caratteristiche che abbiamo affibbiato a questa sventurata generazione (narcisismo, egoismo, pigrizia, suscettibilità, bamboccionismo, arroganza) ha offerto a un altro autore, Richie Norton, l’occasione per sfatare i miti dei millennial. Innanzitutto, c’è l’etichetta della “me generation”, come se l’introflessione fosse un’esclusiva dei millennial. La ragazza che sulla famosa copertina del Time a sfondo menta si specchia nel suo selfie ripete “me me me”, ma per la verità erano i baby boomer i titolari originali del soprannome.

 

Tutti quelli che sono venuti dopo sono stati chiamati a un certo punto la “me generation”. Viene il sospetto che “me generation” sia un sinonimo di “giovani”. Quando i vecchi guardano le generazioni emergenti vedono sempre un vacuo narcisismo soddisfatto da opporre al proprio disinteressato senso di responsabilità. Al netto delle modificate circostanze, i millennial sono incredibilmente simili per condizioni economiche e abitudini di acquisto ai loro padri, sono più soddisfatti del loro lavoro rispetto a quelli della generazione X, non hanno bisogno della protezione dei genitori fino a tarda età per affrontare il mondo, non sono particolarmente pigri e si lamentano nella media. Norton distrugge questi miti per tabulas e senza appello, nell’attesa che anche lo sfatatore di miti venga a sua volta ridotto a mito.

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