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L’immaginario politico dominato da Trump smonta il mito contemporaneo della prevedibilità

Il luogo comune è il guardiano che protegge uno dei valori fondanti della vita contemporanea: la prevedibilità. Per schermarsi dall’imbarazzo dell’ignoto, il turista di una volta finiva per mangiare nelle grandi catene che offrono prodotti scadenti ma certi.

24 Marzo 2016 alle 06:00

L’immaginario politico dominato da Trump smonta il mito contemporaneo della prevedibilità

New York. Il luogo comune è il guardiano che protegge uno dei valori fondanti della vita contemporanea: la prevedibilità. Per schermarsi dall’imbarazzo dell’ignoto, il turista di una volta finiva per mangiare nelle grandi catene che offrono prodotti scadenti ma certi. Ora va nei bar hipster, che ovunque ripropongono birre artigianali locali diverse fra loro ma concettualmente identiche, identiche barbe, identica estetica “organic” che è attentamente studiata per creare artificialmente l’autentico. Il desiderio di prevedibilità di solito prevale anche nella politica, e benché all’inizio della campagna elettorale americana non si potesse prevedere chi sarebbero stati i candidati, su una serie di assiomi condivisi sembrava ragionevole poggiarsi. E invece. Robert Reich, commentatore politico ed ex segretario del lavoro nell’Amministrazione Clinton, ha messo in fila una decina di luoghi comuni che sono stati smentiti in questi mesi, elenco provvisorio e imperfetto, ma significativo. Numero uno: “I giovani non sono interessati alla politica”, quando l’entusiasmo catalizzato da Bernie Sanders è di proporzioni kennedyane.

 

Numero due: “Vince chi ha più soldi”, ma intanto le centinaia di milioni di dollari di Jeb Bush hanno finanziato una campagna breve e tragica, Sanders ha mobilitato il popolo dei “27 dollari di media” e Trump ha speso pochissimo per raccogliere fin qui moltissimo. Il luogo comune numero tre dice che la pervasività degli spot televisivi conta tantissimo (Trump ha avuto molta copertura televisiva gratuita), il numero sette postula l’infallibilità dei sondaggisti armati di big data, quelli che non hanno capito nulla del Michigan, il numero nove ricorda che la via obbligata del partito repubblicano è corteggiare ispanici e neri, il numero sette spiega che in questa era della trasparenza e del fact checking ossessivo chi dice balle o fa flip-flop non può avere successo. Per non dire poi dell’impossibilità per un candidato socialista o socialdemocratico di raccogliere consensi nell’America dove il marxismo non ha mai attecchito, assioma numero dieci. Tutti questi miti e molti altri che Reich non cita sono stati sbugiardati. L’inevitabilità del candidato-narratore, ad esempio, il modello sognante che Obama ha incarnato in modo magistrale, convincendo tutti che fosse un punto di non ritorno. Poi sono arrivati un demagogo con estensione narrativa estremamente limitata – i suoi discorsi sono giustapposizioni di tweet – e un anziano candidato professorale idolatrato dai giovani. E allora ci si lamenta del degrado della politica, dell’imbarbarimento, della rabbia, della pancia. In realtà ciò che fa arrabbiare non è Trump, ma che non l’avevamo previsto.

 

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