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Dissezionare il sarcasmo ipocrita di Obama sui rifugiati cristiani, ai quali la destra vuole dare priorità

19 Novembre 2015 alle 06:18

New York. Capitanata dall’impavido Obama, l’America liberal si è fatta grasse e amare risate quando, dopo gli attentati di Parigi, diversi candidati repubblicani alla Casa Bianca hanno suggerito di bloccare o di rafforzare la selezione all’ingresso per i diecimila rifugiati siriani che il governo s’è impegnato ad accogliere. In particolare, il bersaglio di Obama è l’idea di dare priorità ai rifugiati cristiani, condivisa da Marco Rubio, Jeb Bush, Ted Cruz, Chris Christie e benedetta dal cattolico Rupert Murdoch. Con gran sfoggio di égalité, Donald Trump li lascerebbe fuori tutti, i rifugiati, senza distinzioni. Anzi istituirebbe “zone sicure” in Siria per fare in modo che si rifugiassero comodamente a casa loro. L’idea di far entrare negli Stati Uniti prima i “proven christian” ha suscitato la sarcastica ilarità dei commentatori di sinistra, che vedono nell’iniziativa la solita, orrenda vena discriminatoria della destra anti islamica. Con la solennità che si conviene alle proclamazioni più gravi, storiche, Benjy Sarlin della Msnbc ha detto: “E’ difficile immaginare una vittoria più schiacciante per la propaganda dello Stato islamico”. Poi c’è la questione del “proven”: come si fa a provare chi è cristiano e chi no? Si fa un test, un’interrogazione al centro di smistamento? Si fanno recitare le preghiere a memoria? Altri scrosci di sarcasmo liberal, tanto potenti che Jeb, messo alle strette sui dettagli tecnici della selezione all’ingresso, s’è confuso e imbrogliato, come gli capita troppo spesso di questi tempi, e ha trasmesso la chiara eppure indefinibile impressione di avere pestato una merda grossa così. Però c’è un però. Il ragionamento sulla religione dei rifugiati, e sulla eventuale precedenza dei cristiani nelle liste, ha avuto la bontà di spiegarlo con qualche sprazzo di chiarezza Rubio: non c’entra direttamente con il fatto che i cristiani tendono a non farsi saltare in aria in uno stadio o in un club (trend comunque da non sottovalutare), ma con il fatto che i cristiani subiscono in patria particolari forme di persecuzione. “Per quanto riguarda i rifugiati, dovremmo indirizzare i nostri sforzi sui cristiani che vengono massacrati”, ha spiegato Rubio. Così è stato per gli yezidi perseguitati, uccisi, brutalizzati e schiavizzati dallo Stato islamico in quanto adoratori del demonio. Riconoscendo che per questa antica minoranza il pericolo era imminente e intrinseco, legato alla loro identità religiosa più che alle circostanze generiche di una guerra, che affliggono i popoli senza distinzioni, il governo americano ha fatto quel che era in suo potere per provvedere aiuto alla comunità, lo ha designato come “genocidio”, termine che sta al vertice della piramide legale dell’orrore. Nessuno si è domandato: e come faranno a provare che sono yezidi? Faremo loro un test? Gli faremo recitare le preghiere? Nessuno ha gridato alla discriminazione, nessuno ha fatto del sarcasmo, e giustamente. Quello dei cristiani invece non è stato formalizzato come un genocidio, e la sola idea che si possano fare delle distinzioni a questo livello, stabilire gradi di persecuzione e disperazione, fa inorridire l’egalitario Obama. Il nemico, però, le distinzioni le fa eccome, senza sarcasmo.

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