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Il processo all’attentatore di Boston e l’accusa che non sa come parlano i ragazzi di 21 anni

Nessuno, nemmeno il suo avvocato, sta cercando di dimostrare l’innocenza del 21enne Dzhokhar Tsarnaev, sotto processo per la strage di Boston.

12 Marzo 2015 alle 06:24

Nessuno, nemmeno il suo avvocato, sta cercando di dimostrare l’innocenza del 21enne Dzhokhar Tsarnaev, sotto processo per la strage di Boston. Il suo legale, Judy Clarke, si è presentata davanti al giudice dicendo “è stato lui” e il procuratore non avrà problemi a ottenere una condanna per il ragazzo di origine cecena che, assieme al fratello Tamerlan, nell’aprile del 2013 ha ucciso tre persone e ne ha ferite oltre 260 facendo saltare due bombe costruite con pentole a pressione al traguardo della maratona. Lo scopo della linea difensiva degli avvocati di Tsarnaev è evitargli la pena di morte. Per farlo, suggeriscono attraverso testimonianze e documenti che Dzhokhar era la parte debole della coppia del terrore; il fratello maggiore era la mente, quello che aveva portato una versione radicale e risentita dell’islam in una casa altrimenti tiepida in fatto di sentimenti religiosi, era Tamerlan che leggeva avidamente le farneticanti prediche dell’imam Anwar al Awlaki e aveva maturato improvvisamente un profondo disprezzo per i costumi occidentali. Il fratello minore s’era trovato in mezzo al processo di radicalizzazione, ma non ci credeva davvero. Lo stesso imputato ha detto qualcosa di simile agli agenti dell’Fbi quando lo hanno interrogato, subito dopo la cattura. Se esiste una possibilità di evitare il braccio della morte è dimostrare che Tamerlan era il manipolatore, Dzhokhar il manipolato. Un manipolato colpevole, s’intende, ma con una lievissima attenuante.

 

L’accusa invece sta facendo di tutto per dimostrare che Dzhokhar era compartecipe del radicalismo del fratello morto, anche lui era un convinto soldato del fanatismo islamista disgustato dall’empietà occidentale con la quale si era mischiato per troppo tempo. Ogni indizio del disagio del ragazzo rispetto alla vita americana è trattato come una prova della sua convinta adesione al jihadismo. Forse per un eccesso di sicurezza, il procuratore e gli agenti chiamati a testimoniare, però, sono incappati in errori di traduzione del materiale, e non si parla di traduzione dall’arabo classico all’inglese ma dallo slang di un ventunenne cresciuto in America alla lingua delle generazioni precedenti. L’altro giorno l’agente speciale dell’Fbi Steven Kimball ha mostrato in aula alcuni tweet e frammenti dell’account di Tsarnaev a sostegno della rappresentazione del disadattato inferocito, ma ben presto si è capito che qualcosa era lost in translation. L’agente che ha selezionato i tweet non ha capito che “Tha Block is Hot” è una citazione di Lil Wayne e che “I Shall Die Young” è un pezzo di una canzone rap russa; Tsarnaev ha cinguettato “è il 10 settembre baby, lo sai domani che giorno è. Festa a casa mia!”, cosa che l’accusa ha presentato come una rivoltante espressione dell’orrore. Può darsi benissimo che l’assassino di Boston festeggi con fanatica voluttà l’anniversario dell’attentato alle Torri gemelle, ma questo non toglie che la frase è una citazione da uno sketch di Comedy Central. Per la precisione si tratta di una striscia intitolata “Things You Should Never Yell When Entering a Room” che, scrive il Boston Globe, “è popolare fra gli studenti del college che si fanno le canne nei dormitori. Che è esattamente l’immagine che la difesa vuole dare”, soltanto un ragazzino perdigiorno che twitta le battute del suo show preferito. Un ragazzino che ogni tanto è “cooked”, anzi “mad cooked”, come ha scritto in un altro tweet, modo di dire che per l’agente federale significa “pazzo”. In realtà significa “fatto”. Tsarnaev è colpevole, nessuno tenta di sostenere il contrario, ma l’accusa non sa che lingua parla un ragazzo di 21 anni.

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