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La surreale visita di Biden a Vice

Biden a Vice è surreale quanto Dennis Rodman a Pyongyang. La brooklynizzazione di nonna Hillary

5 Febbraio 2015 alle 09:33

La surreale visita di Biden a Vice

Ci sono almeno un paio di circostanze ricorrenti in cui Joe Biden conferma di essere un personaggio imprescindibile. La prima è la festa con i liquidator che ogni estate ospita nel giardino dell’osservatorio navale (aka casa sua), e nelle foto c’è sempre il vicepresidente in cannotta e faccia da maniaco che insegue un bambino meno armato di lui. La seconda è lo stato dell’unione, la quintessenza della noia istituzionale che vale la pena seguire nella speranza che Biden, seduto alle spalle del presidente, durante il discorso  produca facce tipo quelle del grande Lloyd Bridges in “Hot Shots!”, nei panni dell’ammiraglio (o del presidente se avete amato di più il sequel).

 

Basterebbero questi scorci pubblici per farne un gigante pop della vita americana, una gif vivente, uno che dovrebbe essere sempre preceduto da uno spoiler alert (lui ha spifferato che Obama aveva cambiato idea sul matrimonio gay, roba da nulla), l’uomo che quando va nelle zone di guerra tiene l’abito d’ordinanza ma indossa gli anfibi beige e i Ray-Ban, che fanno molto cameratismo. Alla proiezione di “American Sniper” a Washington si è messo a piangere, avendo poi cura di farlo sapere a tutti. Lui è il volto patriottico e pop della Casa Bianca, e forse pure quello giovane, a soli 72 anni. Ieri Biden è andato in visita pastorale alla redazione di Vice, la piattaforma più amata dai millennial e da Rupert Murdoch. Si è addentrato per le vie di Williamsburg con la carovana dei Suv blindati e ha incontrato il ceo Shane Smith, incravattato per l’occasione, sulla porta dell’edifico di Vice, salutando con il solito sorriso la gioventù creativa che ha fermato le biciclette per vedere cosa succedeva. Poi i due si sono immersi in una lunga e certamente ficcante conversazione.

 

L’idea di un Biden hipster è surreale e fuori luogo almeno quanto quella di Dennis Rodman a Pyongyang che canta “happy birthday” a Kim Jong-un, e non è un caso che anche quella sia una sceneggiata orchestrata da Vice. E’ l’ironia dell’hipster, basata sul paradosso o sull’ossimoro, sulla fusione di elementi contraddittori, tipo eleggere a bevanda ufficiosa della sottocultura con barba e pantaloni skinny la Pbr, la birra dal sapore innocuo che per generazioni è stata la scelta economica degli operai del Wisconsin. Forse Biden è la Pbr della politica, il suo ritorno paradossale, il candidato alla rottamazione che diventa rottamatore. E’ stato al Senato così tanti anni che oggi dovrebbe essere una versione più consumata e flemmatica di Mattarella, invece gironzola a Williamsburg per fare la sua parte in un’evidente strategia del partito democratico per riconquistare l’elettorato millennial disaffezionato e disincantato.

 

Effetto hipster

 

La digressione millennial di Biden a Brooklyn va letta nel contesto politico e generazionale. Hillary Clinton teme l’effetto nonna e sta pensando di mettere il quartier generale della campagna elettorale – quella che non ha ancora annunciato – a Brooklyn, lontano dal dai lacchè in livrea del Waldorf-Astoria dove la famiglia ogni anno raduna i potenti della terra e vicino al cuore della città indie. I suoi consiglieri fanno sapere a tutti che chi guarda “Girls” è molto incline ad apprezzare la brooklynizzazione di Hillary, possibile da quando Brooklyn è diventata più bianca e ricca che mai, dice una stand up comedian. Nel frattempo Bill de Blasio combatte perché la convention democratica si faccia a Brooklyn.

 

“Ha già gli occhiali con la montatura grossa, gli manca solo un po’ di confidenza con i Mumford & Sons”, dice un altro consigliere, e il tono è leggero e spigliato, la signora sta cercando di sintonizzarsi con frequenze che non conosce. Del resto, chi l’ha tradita nel 2008? Chi ha preferito lo smartcandidato Obama? I giovani creativi che vogliono cambiare il mondo, – ma con calma – e pensano che il politico più hipster sia Joe Biden.

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