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Acqua benedetta, acqua maledetta

Anche una festa che ha un significato simbolico di speranza, gioia e condivisione può divenire un elemento di scontro culturale.

13 Novembre 2019 alle 09:11

Acqua benedetta, acqua maledetta

La notte dell’11 novembre, il plenilunio del dodicesimo mese lunare secondo il tradizionale calendario thai, si è svolto il Loy Krathong, una delle feste più belle tra le innumerevoli che ricorrono nel paese.
Loy significa galleggiare e krathong si riferisce ai contenitori in forma di fiore di loto che possono galleggiare. Costruiti con foglie di banano o gigli d’acqua, sono riempiti di cibo, noci di betel, candele, fiori, monete. In quella notte di plenilunio, quando i fiumi scorrono nella piena dell’alta marea, si accende una candela, la si pone nel krathong, si esprime un desiderio e si abbandona il tutto alla corrente. Si crede che se la fiamma non si spegne il desiderio verrà esaudito e che le coppie che esprimono un desiderio assieme nella notte di Loy Krathong trascorreranno la vita assieme.


E’ un modo di festeggiare la fine delle stagione delle piogge e rendere omaggio alla dea delle acque, Phra Mae Khongkha, ringraziarla per i suoi benefici o chiederle perdono per averla contaminata.  Il Loy Krathong, con l’andar del tempo, ha sempre più assunto un significato simbolico: come l’acqua che scorre, rappresenta la possibilità di un nuovo inizio e i krathong che scorrono sull’acqua portano con sé i sogni di quella rinascita e i peccati trascorsi.
Ho festeggiato anch’io. Ho deposto in acqua il mio krathong. Ho espresso un desiderio. L’ho guardato allontanarsi nella corrente affidandogli sogni e peccati.  Mi sono concesso un momento di riflessione mentre la luce della candelina sopra un fiore di pane si confondeva tra i riflessi sulla corrente.
E’ accaduto così per la maggior parte dei thailandesi e per i farang, gli stranieri, turisti o espatriati in Thailandia. Non per i musulmani. Per i musulmani il Loy Krathong è un tabù, un peccato. Lo Sheikul Islam Office, l’autorità in materia religiosa, ha espressamente vietato di partecipare alla festa.
Diversa la posizione di un’altra minoranza religiosa: i cristiani, siano essi cattolici o protestanti. Rappresentanti delle diverse chiese cristiane, infatti, hanno dichiarato che il Loy Krathong non rappresenta un problema, riconoscendo la fondamentale distinzione tra cultura e religione.  «Possiamo separare la cultura dal buddhismo e andare alle feste con spirito di condivisione» ha detto monsignor Vissanu Thanya-anan, cogliendo così uno dei più profondi e interessanti aspetti della Khwampenthai, la thailandesità, ossia la capacità di includere e metabolizzare differenti culture, senza per questo snaturare la propria. Tanto più se ciò significa aggiungere una festa al calendario. Che sia il Loy Krathong, il Natale, il capodanno cinese, quello thai e quello occidentale, Halloween o San Valentino. Un fenomeno che deriva dall’ancestrale animismo, dall’hinduismo e dal buddhismo, religioni o filosofie che siano, in cui la spiritualità può manifestarsi in qualsiasi forma. Ma anche da due pilastri della khwampenthai: il sabai, lo star bene, e il sanuk, il divertimento, la via della gioia di vivere.  “Un eclettico appropriarsi, la capacità di adattamento, il saper attendere il momento giusto e il pragmatismo sono gli ingredienti del genio culturale thai” ha scritto il siamologo Niels Mulder. “Loro credono nella loro via, tuttavia non si vergognano di incorporare qualunque cosa sia percepita come utile o interessante”.
La minoranza cristiana in Thailandia (l’1,1% della popolazione, circa 617.000 thai, tra cattolici e protestanti) è anch’essa partecipe di questa cultura. Forse l’ha addirittura arricchita con i principi del dialogo, della tolleranza, del rispetto e i valori della dignità e dell’uguaglianza propri della cultura occidentale.
Profondamente diverso, come s’è visto, l’atteggiamento della minoranza musulmana (il 5,4% della popolazione, circa 3,7 milioni di persone, concentrate soprattutto nel sud thai, dove rappresentano almeno il 30%). Ai musulmani è vietato partecipare a qualsiasi festa abbia un fondamento religioso, capodanno compreso. Per molti musulmani è un modo di preservare la propria identità religiosa in un paese a maggioranza buddhista (il 93,5% della popolazione), per molti thai esprime un rifiuto totale della stessa “thailandesità”.  
Si manifesta anche così uno scontro culturale che nell’estremo sud è una guerra: dal 2004 ha provocato quasi ventimila tra morti e feriti (il 52% buddhisti, in una popolazione che in quelle province è per oltre l’80% musulmana). L’ultimo episodio è del 5 novembre, quando un gruppo di insorgenti islamici ha attaccato un checkpoint dei Village Defence Volunteers, uccidendone 15 e ferendone altri quattro. Per molti è stata una ritorsione per la morte in prigione di un ribelle islamico. Per alcuni un modo per far pressione sul governo in vista di un futuro dialogo sull’autonomia delle provincie islamiche del sud. Ma questo appare come un desiderio senza un krathong cui affidarlo all’acqua.

Massimo Morello

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