Vietnam Side Story

La guerra del Vietnam torna sulle scene con libri e serie TV. Oltre gli stereotipi, l’epica o la condanna, in una prospettiva storica dove ognuno vive la sua storia. Intanto il Vietnam procede inesorabile in un processo di sviluppo che è la continuazione della guerra con altri mezzi.

22 Dicembre 2017 alle 07:02

Vietnam Side Story

Lo zio Ho è morto. Non mi riferisco a Ho Chí Minh, il leader rivoluzionario divenuto il padre della patria della Repubblica Democratica del Vietnam, scomparso nel 1969 che dal 1975 riposa imbalsamato nel suo mausoleo di Hanoi. Parlo di Ho Tan Phan, vecchio, sorridente signore che si definiva un erudito e collezionava ogni genere di cimeli nel giardino della sua bella casa di Hue, ex capitale dell’impero vietnamita al centro della “route mandarine”, la via coloniale che collegava il Vietnam da nord a sud. Quei cimeli sono stati tutti ripescati sul fondo del fiume dei profumi che attraversa la città: tra ceste piene di pezzi di porcellana cinese e cumuli di vasi, piccole anfore, oggetti d’uso comune, potevi scoprire pezzi di grande bellezza e valore, come alcune ciotole di ceramica celadon, o reperti della guerra americana, come un M16 , il fucile d’assalto americano che ha fatto il suo debutto proprio in Vietnam, nel 1967, ricoperto d’incrostazioni come le vecchie anfore per la preparazione del nuoc mam, la salsa di pesce.

Il vecchio Ho è morto poco più di un anno fa e i figli e i nipoti stanno liquidando tutto. Se non l’hanno già fatto, forse conviene aspettare. Perché il fondo del fiume delle perle è disseminato di reperti di guerra e la guerra del Vietnam sta tornando di moda. Proprio per quello che è accaduto a Hue nel 1968: l’offensiva del Tet, la sanguinosa battaglia iniziata all’alba del 31 gennaio 1968 che quell’anno segnava il Tet, il capodanno nel calendario lunare vietnamita. Con un attacco a sorpresa le truppe nord vietnamite e i viet cong occuparono la città (a eccezione di due piccoli avamposti). Gli americani riuscirono a riconquistala solo dopo 24 giorni di combattimenti feroci. Alla fine, il 25 febbraio, Hue era in rovina, i civili morti quasi diecimila, 250 i marines (oltre 1554 i feriti), 458 i soldati sudvietnamiti, tra 2400 e 5000 (dipende dalle fonti) i nordvietnamiti e i viet cong. Fu allora che gli americani cominciarono a pensare che quella guerra non poteva essere vinta e a dubitare dei loro leader. La battaglia di Hue segna l’inizio della fine, “The Bloody Pivot”, la svolta sanguinosa, l’ha definita Karl Marlantes, (che quella guerra l’ha vissuta e descritta in un bellissimo libro: Matterhorn.

La battaglia di Hue è già stata rappresentata da Stanley Kubrick nelle ultime scene di Full Metal Jacket. Dopo trent’anni quella storia sembra destinata a un pubblico molto più vasto.  Il filmmaker Michael Mann sta lavorando per produrre una miniserie televisiva basata sul libro di Mark Bowden Hue 1968: A Turning Point of the American War in Vietnam.

Bowden, che è anche autore del saggio storico “Black Hawk Down” (da cui il film di Ridley Scott), ha lavorato a questa nuova opera per cinque anni, realizzando quello che molti hanno definito un capolavoro di narrativa giornalistica. Secondo un articolo del Wall Street Journal è uno dei migliori libri da regalare ai cultori di storia.  “Bowden è riuscito a trasformare ‘loro’ in ‘noi’. Noi siamo loro. Tutti sono qualcuno e ognuno vive la sua storia” ha detto Mann.

“Hue 1968”, dunque, sembra destinato a ripetere il successo ottenuto da un’altra epica serie di documentari trasmessa dal network PBS a settembre: Vietnam War. “Vi spezzerà il cuore e vi conquisterà la mente” ha scritto il “New York Times”. C’è chi l’ha definita come “un campo di rieducazione per gli americani”.  

Anche in questo caso, infatti, la storia dà volto e voce a tutti quei protagonisti sinora rimasti invisibili o inascoltati, anche a “tutti quelli che dopo la guerra sono scomparsi”, come dice Ho Dang Hoa, che ha collaborato alla realizzazione della serie per rappresentarne il “Vietnamese side of the story”. Questo giovane Ho, almeno rispetto ai precedenti, è abbastanza vecchio da aver vissuto le ultime fasi della guerra, ha servito nell’esercito vietnamita per 13 anni sino a diventare un ufficiale dell’intelligence. Quindi, dopo aver analizzato le strategie americane, nel 1993 è andato a studiare in America con una delle prime borse di studio del Fulbright Exchange Program, per poi tornare in Vietnam come professore. Ho non si vanta del ruolo avuto nella produzione, ma è proprio grazie a lui che “The Vietnam War” è considerato anche come un nuovo modello di storiografia. Non a caso Ho Dang Hoa è stato inserito nella lista di coloro che la rivista “Foreign Policy” ha definito i Global reThinkers, coloro che “hanno trovato modi fenomenali non solo per ripensare a questo nuovo, strano mondo, ma anche per riformarlo”.

Intanto, in questo nuovo strano mondo, il Vietnam cerca la sua via di sviluppo seguendo e fondendo diversi modelli, forte di un capitale umano che si è formato durante la guerra o nel primo dopoguerra. Ne è esempio Nguyen Phuong Thao, 47 anni, la prima donna miliardaria del paese, Ceo della VietJet, la compagnia aerea low cost nazionale (che nel 2016 ha aumentato i profitti del 113% e, durante la visita di Obama, ha annunciato l’acquisto di 100 Boeing). Il segreto del suo successo, ha scritto la rivista “Forbes”, sta “in un marketing audace, una visione globale e un delicato equilibrio di genere”. Una perifrasi per definire la formula di Thao: una compagnia aerea sexy, con assistenti di volo che in alcune occasioni si esibiscono in bikini. Ma la signora Thao non si preoccupa del politicamente corretto. Le vietnamite hanno preso coscienza del loro ruolo in una società che era fortemente maschilista, non devono dimostrare nulla. A pareggiare le divisioni di genere ci ha pensato la guerra in cui le donne erano impegnate tanto quanto gli uomini e oggi il paese è tra i più avanzati nel numero di donne in posizioni di comando.   

Alla fine, i film che rappresentano il Vietnam di oggi sono anche i video dei “Bikini Show” VietJet. Qui il Vietjet Bikini Collection 2018: Buon Anno.

Massimo Morello

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