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Il garage che cambiò il mondo

Marco Bardazzi

Apple compie cinquant’anni. Storia di un Big bang che ha origine nella mente caotica e visionaria del suo fondatore

Il Big bang avvenne cinquant’anni fa e quella storia la conoscono tutti: una banda di nerd, il primo personal computer fatto in casa, il decollo di un’avventura che porta al Mac, all’iPod e all’iPhone. Nelle prossime settimane abbonderanno le celebrazioni per il mezzo secolo della Apple, l’azienda che ha cambiato le vite e le abitudini di miliardi di persone. L’enfasi si concentrerà sull’ormai mitologico garage di una villetta in Crist Drive a Los Altos, nel cuore della valle del silicio, oggi preservata come patrimonio nazionale.

Ma la storia dell’azienda della mela morsicata è soprattutto la storia del suo fondatore e per riscoprirne le origini occorre tornare a scavare nella vita e nella personalità di quel genio del Novecento che è stato Steve Jobs. Soprattutto nel periodo che precedette il Big bang, un momento complesso e fatto di molte cose. Un viaggio a Torino, da cui rimase affascinato. Poi un lungo pellegrinaggio in India, alla ricerca di un senso nella vita, cercando di fare i conti con un’infanzia segnata dall’abbandono da parte dei genitori naturali. Il ritorno nella Silicon Valley, vagabondando tra videogame, controcultura, tanto Lsd e diete a base di frutta. E alla fine l’intuizione di lanciare una società con un nome ispirato proprio a un frutto, partita con 1.300 dollari di capitale, in gran parte ricavati dalla vendita di un furgoncino Volkswagen modello “figli dei fiori”.

Tim Cook, il successore del fondatore ormai vicino a lasciare il comando a sua volta, promette festeggiamenti e sorprese per il primo aprile, a cinquant’anni esatti dal giorno del 1976 in cui il ventunenne Jobs, il ventiseienne Steve Wozniak e il quarantunenne Ron Wayne misero le firme sui documenti ufficiali che sancivano la nascita della Apple Computer Company. Ma Wozniak era un inventore brillante e privo di senso pratico che da solo non sarebbe andato lontano, mentre Wayne si impaurì subito per essersi messo in società con quei due strani personaggi: cedette le quote dopo poche settimane (ora varrebbero centinaia di miliardi di dollari) e oggi è un pensionato novantenne che vivacchia in Nevada. Se Apple dopo mezzo secolo è un colosso da 3.800 miliardi di dollari di capitalizzazione in Borsa, con 170 mila dipendenti e un brand tra i più potenti della storia, il merito è quasi tutto di Steve Jobs, che l’ha creata, cresciuta, affossata e rilanciata più volte fino alla sua morte nel 2011.

E allora conviene ripercorrere i momenti che hanno preceduto quelle tre firme apposte il 1 aprile 1976 sotto ai documenti di fondazione della società, sparpagliati sul tavolo di cucina dell’appartamento di Wayne a Mountain View. Perché a quello che è successo subito dopo nel garage di Los Altos della famiglia Jobs e all’assemblaggio del primo computer, Apple I, sono stati dedicati libri, film e innumerevoli corsi per manager su come creare una start-up di successo. Ma il vero ingrediente segreto che ha sempre fatto la differenza era lui, l’irascibile e visionario Steve.

Un anno importante su cui concentrarsi è il 1974, due anni prima del momento che ha cambiato la storia dei computer. E’ l’anno dei grandi viaggi di un Jobs che agli occhi di tutti appariva come un diciannovenne pieno di idee, ma smarrito e umanamente devastato. Nel biennio precedente, dopo aver vagabondato per un po’ nel campus di Stanford, si era iscritto al Reed College a Portland, in Oregon. Ma i corsi lo annoiavano, non accettava l’idea di doverli frequentare per obbligo e passava buona parte del proprio tempo a raccogliere mele nel frutteto di un amico. Ben presto, visto che non studiava e non dava esami, aveva deciso di cancellare l’iscrizione al college, sapendo quanti sacrifici facevano i suoi genitori per poterglielo permettere. Qui però era entrato in scena uno dei molti personaggi che nel corso del tempo sono stati catturati dal carisma di Steve, capaci di vedere in quel ragazzo qualcosa di diverso e un potenziale enorme. Era il rettore Jack Dudman, che gli permise di continuare a partecipare liberamente, da auditore, a qualsiasi corso volesse. Lasciato libero di scegliere, Jobs ne frequentò molti e rimase affascinato soprattutto dalle lezioni di calligrafia. Fu amore a prima vista con i vari font e i caratteri serif e sans serif. “Se non fossi capitato per caso in quel corso al college – raccontò molti anni dopo, in un discorso ai laureandi di Stanford che è diventato il suo testamento – il Mac non avrebbe mai avuto caratteri tipografici multipli e font ben spaziati. E visto che Windows è semplicemente una copiatura del Mac – aveva aggiunto con la consueta perfidia – nessun personal computer al mondo li avrebbe avuti”.

Ma per arrivare al Mac sarebbero dovuti passare ancora tanti anni. Lo Steve Jobs che i ragazzi del Reed College vedevano aggirarsi nel campus non era il personaggio cool e sicuro di sé che è passato alla storia. Era un adolescente confuso, ossessionato dalle diete, che girava sempre scalzo, raccoglieva bottiglie vuote per fare qualche soldo, dormiva dove capitava e mangiava gratis alla vicina mensa degli Hare Krishna, per non dover chiedere denaro ai genitori. Era uno che sperimentava le arti zen, amplificate da enormi dosi di allucinogeni, per cercare un’illuminazione che non arrivava. Era un ragazzo con pochi amici che quando abbassava le difese si lasciava andare a pianti disperati o eccessi d’ira, quasi sempre motivati dalla sua storia personale. “Come si può abbandonare un figlio?”, urlava in faccia a Chrisann Brennan, la fidanzata dell’epoca, facendo emergere la voragine che aveva nel cuore.

Per gran parte della sua vita ha continuato a interrogarsi su cosa avesse spinto i genitori naturali a darlo in adozione ai Jobs di Mountain View, un meccanico californiano e una contabile di origini armene che Steve ha sempre considerato i suoi unici, veri genitori. Solo molti anni dopo, nella monumentale biografia che prima di morire ha fatto scrivere a Walter Isaacson, Jobs ha fatto i conti fino in fondo con le proprie origini. A quel punto si sapeva ormai tutto su quali fossero: era nato a San Francisco da una relazione tra Joanne Schieble, che proveniva da una rigida famiglia cattolica di origini svizzere, e Abdulfattah Jandali, un giovane siriano venuto a studiare in America (il nome originario di Steve Jobs, prima dell’adozione, era Abdul Lateef Jandali). Era una coppia che non aveva un futuro e Joanne decise di non tenere il bambino.

Nel 1974 Steve Jobs non conosceva ancora tutta la propria storia, ma ne portava già il peso. C’era questa infanzia complessa dietro i suoi comportamenti, il vagabondaggio, la droga, il rifiuto delle tradizioni e delle consuetudini, comprese quelle di indossare scarpe e fare ogni tanto una doccia. Ma le persone che sapevano andare oltre le apparenze, come Dudman, immediatamente si accorgevano che c’era molto di più. C’erano una grandezza e una genialità che aspettavano solo di esplodere. Un altro che lo capì subito, in quel 1974 fatale, fu Nolan Bushnell, un personaggio visionario e carismatico che aveva inventato la società di videogiochi che ha segnato l’adolescenza di intere generazioni: Atari. Lasciato il Reed College, è qui che Jobs si presentò per cercare lavoro e Bushnell non si lasciò distrarre dal fatto che era scalzo, trasandato e puzzolente (il futuro fondatore della Apple era convinto, erroneamente, che mangiare solo frutta fosse un antidoto contro l’odore di sudore). Lo ingaggiò e lo difese quando, dopo pochi giorni, praticamente tutto il resto del team si ribellò contro quel ragazzo arrogante che dava a tutti degli “incapaci”.

E’ nei caotici laboratori della Atari nella Silicon Valley, dove la notte di nascosto si faceva aiutare a risolvere i problemi di programmazione dall’amico Wozniak (che aveva un impiego nella più rispettabile Hewlett Packard), che Steve Jobs imparò come funziona un’azienda. E’ qui che cominciò a utilizzare i propri poteri di “distorsione della realtà”, quella capacità diventata celebre di convincere gli altri a fare cose che sembravano impossibili, solo con la forza delle sue visioni e il suo carisma. E’ così che spinse Wozniak a realizzare in quattro notti un videogioco che avrebbe richiesto mesi di programmazione a chiunque altro: si chiamava “Breakout”, consisteva nel colpire con una racchetta virtuale una pallina da far continuamente rimbalzare contro un muro, che a ogni colpo perdeva un mattone. Sarebbe diventato presto un’ossessione nei bar e nelle sale giochi di tutto il mondo.

Bushnell gli perdonava tutto, anche le crisi mistiche. E quando Steve gli chiese di poter andare per qualche mese in India “a cercare il mio guru”, il patron dell’Atari gli disse di sì e organizzò un incontro con un cliente in Germania, in modo da pagargli il viaggio almeno fino all’Europa. “Avevo bisogno di capire chi fossi e quale fosse il mio posto tra tutte le cose”, ha raccontato Jobs a Isaacson, ripercorrendo quel periodo. Un’altra tappa organizzata da Bushnell, prima del volo in India, era una visita a un rivenditore della Atari a Torino. “Ho trascorso due settimane stupende a Torino – ha raccontato Steve Jobs nella biografia – una città industriale piena di energia”. Ogni sera il suo referente lo portava a cena “in un posto con otto tavoli e nessun menu. Chiedevano cosa volevi e te lo cucinavano. C’era un tavolo sempre riservato per il presidente della Fiat”. Non è chiaro se una di quelle sere Steve Jobs abbia incontrato Gianni Agnelli, ma chi ha provato a scoprire di quale ristorante si trattasse ha indicato come principale sospetto “Al Gatto Nero”, storico avamposto della cucina toscana a Torino e luogo in effetti amato dall’Avvocato e da gran parte della élite cittadina.

Dall’Italia il viaggio decisivo nella vita di Steve Jobs proseguì in India: sette mesi con l’amico Daniel Kottke girando il paese, cercando guide spirituali, vagando per villaggi di montagna e cerimonie sui fiumi sacri. Non ne nacque alcuna particolare illuminazione, non emersero risposte alle domande sul senso della vita, ma Jobs interiorizzò quel mondo e le precedenti esperienze europee e portò tutto con sé al ritorno a casa, nella Silicon Valley. E qui avvenne il miracolo, frutto di un irripetibile cocktail fatto di tante cose.

Tornato a lavorare all’Atari, il ventenne Steve proseguì la ricerca di guide spirituali e si lanciò in pratiche all’epoca in voga, come la terapia del grido primordiale resa celebre in quegli anni da John Lennon. Anche l’ex Beatle faceva i conti con la propria storia personale (un padre che lo aveva abbandonato, una madre uccisa quando era adolescente). “Mama don’t go, Daddy come home”, cantava Lennon con la Plastic Ono Band in “Mother”, all’epoca uno dei brani preferiti di Jobs. Ma nello stesso periodo si accumulavano nella testa di Steve miriadi di stimoli che arrivavano dalla controcultura della Valley, dalle proteste giovanili nel campus di Berkeley, dal movimento hippie, dalle droghe, dai brani dei Grateful Dead, Jefferson Airplane, Joan Baez e Janis Joplin, dalle pagine della rivista cult della valle del silicio, “Whole Earth Catalogue”. Il tutto si mescolava con la frenesia tecnologica che accompagnava la sua generazione e con la voglia di mettersi in proprio e creare qualcosa di grande, che cambiasse il mondo.

Nel gennaio 1975 questo mondo carico di energia e di creatività fu travolto dal clamore della copertina di “Popular Mechanics” che annunciava il primo kit per costruire un computer domestico, Altair. C’è chi lo prese come un’occasione per cominciare a scrivere software innovativo, come fecero in quei giorni altri due ragazzi geniali, Bill Gates e Paul Allen. Invece i due Steve, Jobs e Wozniak, furono attratti dalla sfida di costruire qualcosa di completamente nuovo, basandosi sulla rivoluzione introdotta dai primi microprocessori della Intel inventati da un team di cui faceva parte un giovane italiano, Federico Faggin.

L’illuminazione che Jobs aveva cercato in India gli arrivò improvvisa nel caotico salotto di casa di Wozniak, quando scoprì che l’amico aveva inventato qualcosa di rivoluzionario. Partendo da una scheda madre, un microprocessore e un po’ di software, aveva trovato il modo di collegare una tastiera di computer al monitor di una tv. Digitare sui tasti e veder comparire in un attimo le lettere sullo schermo era una novità assoluta. Wozniak pensava di raccontare ai suoi amici hacker cosa aveva fatto e di regalare a tutti la sua idea. Jobs lo bloccò. Aveva capito che si apriva un nuovo mondo e convinse Wozniak a dimettersi da HP e a creare una nuova società con lui. “Chiamiamola Apple, per ora non mi viene un altro nome, poi se ne troviamo un altro lo cambiamo”, disse Jobs al momento di registrarla. Il resto è già leggenda.

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