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Il Foglio Weekend

Laura di Messico e nuvole. Pausini è la regina di Sanremo 2026

Michele Masneri

Conduce il Festival dell'ambiguità e degli share bassi. Un ritratto e un'intervista impossibile alla diva romagnol-sudamericana 

Laura non c’e. O forse sì. Ma soprattutto, ci è o ci fa? Laura conduce Sanremo, il Sanremo dei morti e degli share bassi, e pare un po’ ingessata, dice tante parolacce e fa le sue solite gaffe che ce la fanno amare (col microfono, “prima me l’avete messo qua, poi me l’avete messo là”, poi “io non ce l’ho la farfallina” eccetera eccetera). Però risulta  un po’ costretta nel ruolo. Ma perché?  Dovrebbe essere la nostra Bad Bunny da Solarolo, nel grande Super Bowl italiano che è Sanremo, ma sembra più la pia Claudia Maria Rosaria Colacione (in arte Claudia Koll) dopo la conversione. 

Io mi trovo all’estero e non ho tempo di guardarmelo tutto (sì, lo so, è come Berlusconi quando diceva: “mi hanno detto dalle cucine che in tv c’è Santoro”). 

Sono a New York sotto la bufera di neve e guardo spezzoni di Laura che con le gaffe e le zeta tenta di salvare il festival tombale della Rai, il festival di Repupplica. Ma che ricordi però. Cinque anni fa sotto Natale andai a intervistarla, la Pausini, per la storia di copertina di una rivista. Mi avevano cercato, “vogliamo proprio te, per la tua penna”, che quando ti dicono così, quando vogliono proprio te  è sempre presagio di disastro. Non sapevano tra l’altro che ero fan. E come si può non essere fan di Laura, la zeta, yo la tengo como todas, il treno delle sette e i Grammy? Quindi avevo studiato tantissimo, tra le mille trattative col suo staff, con  l’indirizzo segreto rivelato solo all’ultimo, “ma c’è un tema di cui proprio non si può parlare”, insomma tipo intervista a Putin. Poi scoprii che Laura-Putin abitava all’Eur, in un villone, e lì la prima sorpresa perché io la facevo a Miami o Los Angeles. La seconda sorpresa era che, studiando, non trovavo nessuna sua intervista decente  negli anni. All’altezza del personaggio. Erano tutte piattissime, con risposte banali, non sembrava proprio lei. La terza sorpresa era che non si capiva se aveva vinto o no l’Oscar (quell’anno aveva fatto una canzone del film con Sophia Loren “The life Ahead”, ed era in nomination). Secondo alcuni articoli l’aveva vinto, secondo altri no. 

 

Comunque  ero partito per il villone, un villone   a due piani, un po’ spoglio, con dentro dei quadri tipo finti Andy Warhol e tre o quattro Smart parcheggiate fuori, insomma tra Sunset Boulevard e Roma Sud (non lontano del resto dai Totti). Davanti, superato uno stradone tipo losangelino, un grande centro commerciale.  Negli immensi saloni coi Warhol finti  risplendeva un colossale albero di Natale e troneggiavano renne giganti dalle corna dorate. Che accoglienza però! Tre o quattro persone di staff, il suo ufficio stampa, e infiniti vassoi di dolcetti e pizzette pronti per l’intervistatore. Lei aspettava su un soppalcone, e sembrava non desiderare altro che fare un’intervista con me! 

 

Mi raccontò tra le renne giganti dalle corna dorate che amava andare a fare shopping nei centri commerciali, travestita, con una parrucca in testa, per non essere braccata dai fan; che però le cassiere la  riconoscevano dalla zeta, cazzo, mi parlò dei mall di Miami che amava, cazzo. Diceva molti cazzo e la si ama anche per quello. Era venuta a stare lì col marito, nella stramba villa da fuorisede, per il Covid, e le piaceva Roma da quella prospettiva, dopo una vita nomade, fin dal primo Sanremo, con le infinite tournée. 

 

Il progetto segreto di cui non si poteva assolutamente parlare, e a cui ci si riferiva come al “progetto” e alla “cosa”, era il docufilm “Laura Pausini: piacere di conoscerti” che sarebbe poi uscito nel ‘22 su Prime Video e raccontava una doppia Laura, la star che era diventata e la persona che sarebbe stata se fosse rimasta a Solarolo. Ma appunto non se ne poteva parlare. Mi raccontò invece del padre, anzi il babbo, quello che l’aveva creata, e ora la seguiva ovunque, il padre anzi il babbo che faceva il cantante di pianobar e che coi primi successi dopo il primo Sanremo la portava in giro scortandola nel mondo, il babbo simpatico e gaffeur che le faceva fare le figure, che “con i supermanager della casa discografica improvvisava battute in inglese maccheronico ‘tunait I want to present… the electronic tongue’ - e qui Laura faceva un’imitazione stupenda in romagnolo stretto del babbo. ‘Ecco la lingua automatica sssignori!’”. Ma che è la lingua automatica? “Un aggeggio che lui sosteneva di aver inventato, per ‘signore sole e vedove’; da collocare nel bidet possibilmente. Una roba che se lo dici oggi ti arrestano”. Che simpatica! Poi mi aveva detto che si sveglia tardi perché va a letto tardi, cioè mette a letto la bambina (bambina che era venuta, a presentarsi, carina) poi lei, Laura, si abbioccava, si risvegliava e rimaneva in piedi fino a notte fonda, a guardare le serie tv. Ma subito mi chiedeva: “Quali serie guardi, tu?”,   come a un vecchio amico, “perché sai, i giornalisti alla fine li intervisto io, mi piace conoscerli!”. “Ma aspetta, col caffè è meglio questo di pasticcino, non quello!”, era scattata in piedi a spostare i vassoi. E poi: “Le case discografiche mi sgridano, perché le faccio troppo lunghe io le interviste! Ci sto troppo tempo! Ma che ci posso fare! Le interviste sono la cosa che mi piace di più di questo lavoro!”. Ammazza! Qui mi sembrava un po’ troppo simpatica, come fa ad amare le interviste, una star come lei che ne avrà date due milioni, pensa a rispondere alle domande cretine di cronisti in ogni latitudine, le nostre domande fesse in tutte le lingue del mondo, tra un concerto e l’altro. 

 

Comunque lei all’epoca stava guardando “The Maid”, ma soprattutto era appassionatissima della serie Netflix su Luis Miguel, che non sapevo esistesse. Per i più piccini, Luis Miguel è un cantante bambino-prodigio messicano che ebbe successo anche in Italia dove comparve al Sanremo 1985 vestito da baby adulto in smoking bianco,  tra James Bond e Nino D’Angelo,  col brano “Noi, ragazzi di oggi”. Un Tredici Pietro azteco.      

 

Insomma mi raccontò di Luis Miguel che è ancor oggi è una celebrità pazzesca in Messico, dove possiede un’isola privata, e aveva però questo papà tremendo che sì l’ha lanciato, ma poi l’ha perseguitato tutta la vita, che deruba e droga il figlio ragazzino prodigio per farlo cantare meglio, e che a un certo punto forse ammazza la moglie e mamma (italiana) sua, di  Luis Miguel, e la seppellisce in giardino (la mamma è scomparsa 40 anni fa e non è mai stata ritrovata).  C’era anche una tragica puntata ambientata proprio a Sanremo,  con un attore non mi ricordo se italiano o messicano che fa Pippo Baudo. Ma lei l’aveva proprio amata la serie, porca vacca (in originale nel testo)!  E mi raccontò - sempre con simpatia - dell’invidia, per Luis Miguel, star latina come lei, talmente ricco che tiene opzionata in esclusiva la migliore orchestra del Paese tutto l’anno, anche se non registra niente e non dà concerti, e poi che fa le conferenze stampa come Trump in campagna elettorale, arrivando col suo aereo privato in pista, e i giornalisti sottobordo a fare domande, e poi via per un’altra destinazione, riaccendendo i motori, non prima di aver emesso un urlo tipicamente messicano, che Laura riprodusse perfettamente, “ihhhhhh” – ho ancora l’audio, sarebbe un bellissimo podcast – insomma ero pazzo di quel pomeriggio messicano all’Eur. Nel frattempo le pizzette fluivano senza sosta. E lei: mo’ di che segno ssei? Voglio sapere tutto di te! Dobbiamo assolutamente vederci poi eh! Non fare che non ci vediamo più! A un certo punto fu lì lì per piangere, commossa per qualcosa. “Sai sono troppo sensibile. O sensitiva”. Ma che importa, sensibile o sensitiva, avevo una nuova amica. “Non sederti lì. Vieni più vicino”. Lo staff nel villone messicano tra le renne sorrideva. E la vita pure, in quell’Acapulco di Roma Sud, mi sorrideva. Io pensavo:  com’è possibile che questo splendore non viene mai fuori sui giornali? E poi: tutte quelle voci sul suo brutto carattere! Sicuramente malelingue, gelosia per questo nostro talento internazionale. Tipico.

 

Certo, su alcuni temi si capiva che rosicava. I Maneskin, si era ai tempi del successo dei Maneskin): “Ma io ho fatto tutto quel che han fatto loro, solo che c’erano i social e non lo sapevate. E poi hanno beccato un momento di buco, non c’era nessun altro nel panorama del pop rock”. Altri artisti italiani all’estero? Diceva che lei si metteva a disposizione, pronta per aiutare i connazionali giovani, ma tanti poi non avevano voglia di fare niente. “Ma come, hai ‘sto culo qua e lo sprechi?”. Tiziano Ferro? “Bravo ma ha mollato, sai lui non ha dietro la famiglia”, perché lei, spiegò, si portava sempre appresso  il babbo e gli amici. Su certe questioni era cauta. Il famoso caso “Yo la tengo como todas”, quando urlò il suo grido di battaglia romagnolo-messicano durante un concerto in Perù,  e tanto si discusse, e però lei, mi assicurò, le mutande le aveva. Non era ancora scoppiato invece il caso di “Bella ciao”, quando, l’anno dopo, nel programma  El Hormiguero per presentare la nuova edizione de La Voz, la variante spagnola di The Voice, le chiesero di accennare la hit già partigiana e lei rifiutò (con eccessiva cautela, perché nel frattempo “Bella ciao” grazie anche alla serie spagnola della “Casa di carta” era diventata una canzone come le altre, che si sente in discoteca e al piano bar, nello strano destino di certe  musiche italiane diventate globali, come simmetricamente l’apolitica “Gloria” di Umberto Tozzi è divenuta invece  inno Maga; chi l’avrebbe mai potuto pensare). 

 

Insomma ogni tanto Claudia Maria Rosaria Colacione spuntava fuori  e oscurava la nostra amata Laura. Qualche giorno fa, all’uscita del Quirinale, dove gli artisti di Sanremo erano stati ricevuti da Mattarella, interrogata da Enrico Lucci sul suo posizionamento politico,  ha risposto: “In una nazione pensano che io sia fascista, in un’altra che io sia comunista, in un’altra non so che cosa. Io non sono dichiarata politicamente perché non sono in grado di gestire emozionalmente, ma anche culturalmente, ciò che significa seguire un partito”. Non sono dichiarata! Proprio lei, icona gay globale,  non vuole fare coming out! Mannaggia alla Colacione. Ma tornando ai nostri pasticcini, e alla nostra  vera Laura, ella era modesta, modestissima, in quella tarde mexicano-romana; “chiedo sempre la camera d’hotel più piccola, perché sennò mi viene l’ansia. E il capo mondiale della Warner un giorno mi disse che ero l’unica  che nella storia della casa discografica non aveva mai usato il  minibar”. E poi, mi confidò, “non ho molta autostima, sai? E’ il mio unico grande problema”, confessò tra le sibilanti. Sensibile e sensitiva scriveva su Instagram, anche a dei famosi, ma spesso non le rispondeva nessuno. Che simpatica che era la mia nuova migliore amica. Naturalmente io, che non sono nato a Mexico City bensì a Brescia,  nonostante questo lo sapevo comunque che gli intervistati quando danno le interviste tendono a essere un po’ più simpatici del normale (non tutti); ma come si poteva dubitare della Nostra? La Laurona nazionale era così, alla mano, caciarona. Sincera.    

 

Poi raccontò dell’Oscar, lei e il marito in una Los Angeles stravolta dal Covid: “Arriviamo in questa villa e ci dicono che tutte le mattine alle 11 verrà un Covid manager a farci il tampone. E io a un certo punto, sentendomi segregata, ho detto, ma se devo andare in farmacia? Se ho le mestruazioni e non ho i tampax? E loro: te li portiamo noi, non puoi uscire! Controllati come fossimo due ladri. La mattina degli Oscar poi  è venuta a prenderci la limousine e  c’erano tutte le limousine in questo ingorgo, in fila, coi vetri neri, te arrivavi a una certa postazione e spuntava un omino, tiravi giù il finestrino e ti dava il tampone. Non si potevano avere né truccatori né parrucchieri e ti sistemavi tu così in mezzo alla strada. Insomma sapevi che eri agli Oscar, a Los Angeles, però sembrava di essere a Forlì”.  Non avevo osato chiedere se l’aveva vinto o no, ‘sto Oscar, perché avevo capito che era un tema spinoso. Avevo poi googlato, non l’aveva vinto. Era andata per prendere una statuetta, era tornata con un tampone. Ma questo ce la rendeva ancora più simpatica. 

 

Ero uscito dal villone, ero tornato a casa, a plaza Victorio, todo contiento di andare a scrivere l’intervista, da cui naturalmente avrei espunto già autocensurandomi di mio delle cose. Poi  le avevo scritto un messaggio su Instagram, e poi qualche giorno dopo mi era successa una cosa inedita: mi era arrivato indietro il file, riletto dal suo ufficio stampa, pieno di correzioni, cancellazioni, riscritture.  E intendiamoci, nessuno voleva fare il Watergate, nelle interviste c’è sempre qualcuno che ti dice “ti prego levami ‘sta cosa”, e di solito glie la levi, la Pausini per esempio mi aveva raccontato del museo di Hollywood e della parte dedicata a Sophia Loren che era orrenda e io  l’avevo tolto. Ma qui volevano cambiare proprio tutto. Soprattutto  le parolacce!  “La cortesia è quella di togliere cazzo, Laura non ama leggere le parolacce”. Così anche per culo. E  porca vacca, cassato. Ma era il suo bello! La nostra Laura! Ci piace proprio con le parolacce (e se proprio non vuoi leggerle, magari allora non dirle! O non dirne trentasei, di cazzo, durante l’intervista). La storia del padre e della lingua automatica, tutta tolta. Luis Miguel da “furbo” diventava “è il Frank Sinatra latino”. Hollywood come Forlì, tolto. Poi la cosa che la mattina si alza tardi e la notte guarda le serie su Luis Miguel  cancellata, come se avesse raccontato che si faceva di crack. Nella versione nuova diventava “la notte scrivo molto” (“la cortesia è quella di far capire che una come lei di notte lavora”). Hollywood come Forlì diventava “E’ stato un red carpet un po’ sotto tono ma non potrò mai dimenticare di essere stata agli Oscar, è stata una vera avventura, mai sognata prima”. Qui la cortesia - quanta cortesia! - era di scriversela lei. “Laura propone questa frase in più”. Cioè Laura non solo c’è, Laura taglia, e aggiunge anche! Naturalmente tagliarono anche l’Oscar non vinto. Insomma Laura se n’era andata ed  era arrivata    Claudia Maria Rosaria Colacione  in versione editor.   


Ma alla fine,  Laura c’è o  ci fa? La colpa di questa creatura ambigua, mezza messicana e mezza romagnola, mezza scatenata e mezza pia donna, insomma Laura Colacione, di chi è? Non sai mai se sono loro o sono gli uffici stampa, più realisti del re. E anche sul far rileggere le interviste agli intervistati, se te lo chiedono, prima che vadano in stampa, ci sono varie scuole di pensiero, io ormai adotto quella Sabelli Fioretti, faccio rileggere, perché alla fine ci guadagni comunque, al netto  degli eventuali tagli:  l’intervistato si sente più libero e dice  più cose. Ma cambiarla tutta! Anche perché ti senti proprio un fesso, tu intervistatore che sei andato lì fino all’Eur-Messico e sei stato lì tutto il pomeriggio, erano  lì poi i suoi aiutanti, te lo potevano dire lì cosa non voleva che si scrivesse! Invece magnavano los pasticcinos!  Così dopo lunghe discussioni con l’ufficio stampa non la firmai, l’intervista, con gesto patetico e drammatico, da telenovela messicana; gesto  che nel mondo di ieri, quello dove i giornali avevano un senso, prima del mondo  di Repupplica, era il massimo della protesta, il sommo scandalo (oggi fa ridere, oggi che i giornali sono oggetti misteriosi come i fax).  L’intervista uscì anonima. Ritirai la firma (e ‘sti cazzi, direbbe Laura. Non  la Colacione). Nel frattempo mi sono appassionato anche io alla serie su Luis Miguel (e potevano chiamarlo per il Sanremo di quest’anno. O almeno l’attore italiano o messicano che fa Pippo Baudo. Sarebbe stato perfetto).  Ma quello che mi dispiace di più è  aver perso la mia migliore amica. Su Instagram non mi ha mai risposto. Ma io non perdo le speranze.  Nella telenovela che vorrei, Laura riappare all’ultima puntata, e mi porta via con lei in Messico,  mentre la Colacione rimane a cancellare le parolacce all'Eur o a Sanremo, che sono un po' la stessa cosa.  

  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).