Il Foglio Weekend

Melania e gli altri. Il documentario nell'èra dell'ego espanso e del riciclo

Michele Masneri

La first lady americana lancia il suo film. Non si vedevano tanti attacchi preventivi a un film da "L'ultima tentazione di Cristo" di Scorsese

Certo il bianco e nero non aiuta. Il bianco e nero dei manifesti e di tutto il “packaging”, che fa molto Leni Riefenstahl e anche un po’ “Il grande dittatore”. E alla avant-première, diciamo così, sabato scorso, Trump e la moglie Melania sembravano Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, la coppia di divi del regime, del cinema del fascismo detto dei “telefoni bianchi”, per quell’apparecchio simbolo di signorilità che simboleggiava entusiasmo e successo in un  mondo che intanto colava a picco. Insomma parliamo di “Melania”, il manufatto audiovisivo a più alta stroncatura preventiva forse da “L’ultima tentazione di Cristo” di Scorsese, quando i cinema vennero pure incendiati, pur di  non proiettare la pellicola blasfema.  Invece per ora niente incendi, e arriva  il documentario di cui si sa già tutto e che tutti amiamo odiare, un filmone che si annuncia un po’ stile  Lory Del Santo globale, e che da ieri è nei cinema, anche italiani. 

La costosissima agiografia è stata presentata giovedì  con una seconda colossale “prima” con tanto di “black carpet”, sì, nero, al Trump Kennedy Center, già Kennedy Center e basta, a Washington, presente mezzo governo americano, con Melania ovviamente in  nero, ed è stata una delle rare  volte che Melania accanto a suo marito parla. “Melania speaks”, vale come “Garbo ride”, “Garbo laughs”,  celebre slogan pubblicitario del film del 1939 “Ninotchka” di  Lubitsch, anche quello molto contestato, insomma paralleli su paralleli. Quello però fu un successo, mentre questo,  il film su Melania,  sembra un colossale  fiasco annunciato dove tutto ciò che può andare male ci andrà. Ma vedremo, non è detto, fare previsioni oggi è difficile in questo mondo strambo. Intanto il pregresso: pare che nel frastagliato mondo degli introiti di Trump, tra una criptovaluta e un aereo in regalo e le svendite di cappellini, la marchetta che è toccata in sorte a Jeff Bezos, padrone anche di Amazon Prime e degli studi Mgm, è stata di produrre questa pellicola del disonore. Il tariffario per questo genere di film di solito è sui 2/3 milioni, ormai l’abbiamo imparato tutti, ma pare che lei se ne sia presi 28 (costo totale 40, più 35 per le spese di promozione), e certo non dobbiamo preoccuparci per Bezos che nel frattempo ciondola di sfilata in sfilata a Parigi con la sua signora che caracolla sui tacchi di  stilisti della vituperata Europa, e intanto taglia 16.000 posti di lavoro ad Amazon, e 100 – su 800 -al suo Washington Post, il giornale un tempo  “cane da guardia del potere”, oggi più un pomerania in braccio alla muscolosa Lauren. E magari si compra pure Condé Nast e  Vogue,  per far felice la sua bella.    

Trump giovedì sera interrogato dai cronisti ha smentito che il film sia un cine-tangentone. Intanto terribili le recensioni preventive, di fantasia: “Se la sifilide fosse un film” – Indiewire; “Non si capisce una mazza di quel che dice Melania”; Variety;  e poi meme che  paragonano Melania a un extraterrestre e a un Visitor, tutto anche molto offensivo, per non parlare delle battute su Bezos (“paghi per fare un Melania movie e non è neanche un porno”). Trump nel frattempo diventa Enrico Lucherini della moglie dichiarando “finalmente un po’ di glamour. C’è bisogno di glamour”. E twittando: “un film assolutamente DA VEDERE, SBRIGATEVI; e linka pure il sito per comprare i biglietti online, e sui biglietti un altro scenario da incubo perché già sui social appaiono le planimetrie dei cinema vuoti  d’America dove verrà proiettato il Melania-film    (solo due sale sold-out ieri, una in Florida e una in Missouri, e qui verrebbe da consigliarli di seguire piuttosto tecniche italiane, ma ci torniamo tra poco). Il film esce in 3.300 copie in tutto il globo, da noi in 74, distribuito da Eagle Pictures, a Roma al Barberini e all’Adriano, a Milano invece rigorosamente fuori  città:  a Rozzano, a Pioltello, ad Assago, a Paderno Dugnano, la proiezione più vicina alla civiltà è al multisala del centro commerciale Bicocca, insomma l’Area C è stata risparmiata,  all’Anteo del resto le signore riflessive dei bastioni sverrebbero. Oltre che a Milano centro, il film è stato bandito  in  Sudafrica non si sa se per  i rapporti tesi tra quel paese e gli Stati Uniti o per altri motivi. E   in Minnesota: non è aria. Ma la “character assassination” è ovunque. Craigslist, un sito tipo Secondamano dove si trova di tutto, tra cui annunci di lavoro, presenta un’offerta non si sa se seria o burlona, ma insomma si propongono 50 dollari a chi si presterà a vedere l’infame pellicola, però con l’impegno a rimanere in sala tutta la sera, mica che te la svigni  dopo i titoli di testa   (sarebbe un tax credit alternativo interessante per tutti i film, forse idea da copiare per risollevare il settore e in generale la disoccupazione). 
Ma la tragedia nella tragedia, in bianco e nero,  è stata la avant-première sabato scorso alla Casa Bianca, considerato uno degli eventi più infami del trumpismo finora, causa scarso timing: mentre le squadracce dell’Ice facevano fuori l’infermiere a Minneapolis, tutti i potenti, siliconvallici e non, anche molti ex buoni e ex democratici, erano lì in smoking a rimirare le gesta dell’unica immigrata che piace a Trump. E sui social, unanime condanna: si chiedono le dimissioni per esempio di Tim Cook, il grigio capoccione della Apple, già paladino di qualsivoglia diritto, come usava un tempo in California, ora reo di aver versato 1 milione per l’inaugurazione presidenziale, e appecoronato come tutti al nuovo corso fascisteggiante e spettatore entusiasta della pellicola di regime. “Molti amministratori delegati usano i principi del liberalismo quando gli conviene e li ignorano quando non gli serve”, ha scritto la Cnn proprio di Cook, che sul suo profilo su X ha una bella citazione di Martin Luther King. 

Comunque l’infausta serata prevedeva pacchetti di popcorn personalizzati, su leggiadro carrellino  (con scritta “Notti di cinema alla Casa Bianca”), macaron e tortine, pretzel, copie omaggio della biografia “Melania”, in versione deluxe in apposita scatolona, il  tutto in bianco e nero come la grafica del film. Secondo il Guardian è stata “la versione di un baby shower fatto da qualcuno che soffre di acromatopsia debilitante” (ho googlato, è la malattia che provoca la totale assenza di visione dei colori, limitando la vista al bianco, nero e sfumature di grigio). La acromatopsica Melania, che fa questo lavoro di moglie di Trump che le americane non vogliono più fare,   e finalmente pare monetizzare, ha dichiarato a caldo di essere “profondamente colpita dall’essere circondata quella sera da amici, familiari e iconoclasti culturali”, e tutti si sono interrogati su cosa intendesse per iconoclasti, forse intendeva icone, ma del resto non è madrelingua. Pare fossero presenti anche il capo di Amazon Andy Jassy (ma non i Bezos, che forse sono astutamente partiti per Parigi proprio per non presenziare alle melaniadi), la regina Rania di Giordania, Mike Tyson, la figlia di Giovannino  Virginia Asia Agnelli detta “Azzi”. Che nessuno conosce, e uno dice: Azzi, sei stata nascosta trent’anni, e riemergi dalle tenebre proprio alla prima del film su Melania Trump? Boh. Sembra tutto una barzelletta, sembra il contrario del “Ballo in bianco e nero” celeberrimo offerto da Truman Capote in onore di Kay Graham, la proprietaria del Washington Post, nel 1966, al Plaza di New York; altri tempi, altri Post e altri Agnelli. Invece: “dov’eri sabato scorso? Ero con Mike Tyson e la regina di Giordania a vedere il film su Melania”. Mancava solo lo scià di Persia (che si prepara a tornare in Iran). Comunque, appena giunti, gli ospiti sono stati intrattenuti dalla banda dell’esercito americano che ha intonato il “Walzer di Melania”, il motivo principale della colonna sonora del film composto da tale Tony Neiman, compositore dicono romano diplomato a Campobasso, nonostante il nome apparentemente non romano né molisano.
Criticata pure  la fotografa Ellen von Unwert, che ha creato la foto del manifesto del film ed era presente alla proiezione. Sembrava d’essere anche un po’ a Cinecittà nell’epoca dei telefoni bianchi (e neri), oppure al “Cinevillaggio” o “Cineisola”, insomma la Hollywood superfascia della Repubblica di Salò costruita in fretta e furia a Venezia, nell’isola della Giudecca, tra il ‘43 e il ‘45. Durante la breve esperienza repubblichina furono prodotti circa 12 film, nessuno notevole, si dice, ma magari era pregiudizio. Però chi c’era, chi partecipava, fu segnato per sempre, non solo Ferida e Valenti  poi trucidati.  

Lo speaker della Camera Mike Johnson, giovedì sera:  “Penso che il film farà soldi, ma non è solo questo, è  l’impatto culturale che avrà”.   Melania è apparsa appunto accanto al marito,  presenti la cantante trumpiana Nicki Minaj, e invece nascosta la segretaria agli Interni Kristi Noem, in punizione per i fatti del Minnesota (presente ma ha evitato il red anzi black carpet, senza farsi fotografare). Melania ha dichiarato che “Non è un documentario, è un’esperienza creativa!”. E prima, era andata a Wall Street a suonare la campanella come se si stesse quotando lei in Borsa, ma del resto qualcuno ha detto che “tutto quel bianco e nero è per un marchio di lusso che Melania sta per lanciare”. Certo non hanno pace quei due. Ma intanto il marito  glieli lascerà tutti, i 28 milioni? Quale sarà la sua parte? Peccato comunque non aver visto il film ieri al centro commerciale della Bicocca, ma non si è fatto in tempo. Ma le cose più interessanti non credo ci siano, per esempio quando Melania abitava a Milano guadagnandosi da vivere come modella, e tramite l’erede del Dolceforno e modellaro Paolo Zampolli emigrò in America e fu presentata a Trump. Sarebbe bello vedere l’ascesa    dalla Slovenia all’America, una versione femminile dell’eroe del romanzo “Nella carne” vincitore di tutto il vincibile, uscito in Italia per Adelphi, dove un avventuriero di talento fa un’enorme scalata sociale dall’Europa del’Est squassata dalla guerra all’Inghilterra felix e abbiente. 

Invece non ci sarà temo nulla di tutto ciò: la rivista Rolling Stone ha intervistato la troupe impegnata tra Washington, New York e Mar-a-Lago nei 20 giorni precedenti al secondo insediamento di Donald Trump: pare che fosse un gran casino, che lei non rispettasse gli orari e i ruoli, ma potrebbero essere benissimo maldicenze; comunque  molti dello staff che han lavorato alle riprese a New York  hanno chiesto di non essere citati nei titoli di coda.  Il regista Brett Ratner, noto per la saga di “Rush Hour”, è tornato invece con questo filmone dopo anni di assenza dalle scene in seguito alle accuse di   MeToo, mai comprovate ma pittoresche (tra cui una dell’attrice Olivia Munn che disse di averlo sorpreso nel suo camper mentre con una mano si masturbava furiosamente, e con l’altra mangiava un cocktail di scampi).  


Il co-direttore della fotografia,  Dante Spinotti, ha fatto ammenda. Lui che già aveva lavorato a grandi produzioni come “Heat” e “L’ultimo dei Mohicani” e due volte candidato all’Oscar (per “L.A. Confidential” e “Insider”) a Repubblica ha confessato di aver avuto “dubbi all’inizio perché sono tutt’altro che un simpatizzante di Trump  e l’idea di essere associato a lui non mi piaceva. Ho accettato perché mi è stata offerta l’occasione irripetibile di entrare alla Casa Bianca. Ho vissuto l’esperienza più con lo spirito del reporter che del cineasta”.

Insomma, unanime condanna, tanto, troppo, così esagerata che appunto vien voglia di vederlo, il cinetangentone, e poi certi prodotti di questo genere alla fine sono meglio del previsto, hanno una certa originalità. Confesso di aver guardato con un certo piacere perverso per esempio “Ennio Doris, c’è anche domani”, la saga del banchiere del “tutto intorno a te”, delle sue imprese, da quando era impiegato in banca nel profondo Veneto fino all’incontro fatale con Berlusconi a Portofino con one-liners imperiture tipo “complimenti! L’ho vista sulla copertina di Capital!” (ma già in “Loro” di Sorrentino a un certo punto Servillo in una scena faceva sia Berlusconi che Doris: alla Casa Bianca se lo sognano). Il trash involontario dei filmoni autoprodotti mi affascina, l’epica della pellicola aziendale mi inebria, e spesso sono poi ottime produzioni con livelli di scrittura e di recitazione migliori di tanti film considerati “veri”, almeno non c’è la coppia in crisi con l’accento romano, non c’è la Rohrwacher che vuole il ritorno ai ritmi lenti e ai paesini e l’imprenditore invece sempre corrotto che attenta alla purezza del paesaggio.  Non ho ancora avuto il piacere di vedere la saga cucinelliana del “Visionario garbato”, la pellicola girata da Giuseppe Tornatore sul re del cachemire. Però, va detto, in Italia siamo più furbi, per contrastare il possibile fiasco al botteghino ci si mette d’accordo, senza annunci di lavoro, e così sia Doris che Cucinelli hanno ottenuto ottimi risultati al box office, non si sa se con massicci acquisti di biglietti aziendali oppure coi dipendenti costretti a presenziare al cinema tipo Fantozzi col megadirettore cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli. 

E poi tutta questa crudeltà contro la first lady americana è stucchevole. Giovedì Trump l’ha difesa: “almeno lei il film l’ha fatto davvero, non come gli Obama”, riferimento al mega contratto con Netflix della coppia democratica.  Il Guardian è inutilmente severo: “È evidente che Melania vorrebbe che il suo documentario diventasse un fenomeno culturale alla ‘Sex and the City’. Peccato che sia  difficile riuscirci quando hai convinto una corporation   collaborazionista a finanziare un massaggio dell’ego da 40 milioni di dollari”. Esagerati. In fondo chi non vorrebbe un documentario o film su di sé, un massaggio all’ego che poi ormai è un genere, che si declina poi sull’intelligenza o mitomania del committente-protagonista. L’autofilm o auto-documentario è l’equivalente per i ricchi del romanzo o della raccolta di poesie autopubblicati  per i poveracci. 
Però c’è documentario e documentario.  Certo se è ancora viva la polemica Valentino-Cucinelli, con il secondo che millantava grande amicizia e gli sconti chiesti dal primo,   “Valentino The Last Emperor” opera di Matt Tyrnauer è un capolavoro (Tyrnauer poi ne ha fatti altri, sulla prostituzione maschile negli anni d’oro di Hollywood  e su Roy Cohn, il diabolico avvocato che forgiò il giovane Trump). Poi Valentino l’hanno copiato tutti e non c’è stilista da Yves Saint Laurent a Karl Lagerfeld che non abbia il suo film, ma nessuno arriva a quei livelli (anche  serie tv, non male quella su Halston). Ma il mercato degli autodocumentari è fiorentissimo. Ultimamente Luca Cordero di Montezemolo è protagonista di “Luca seeing  red”, sulla sua storia alla Ferrari, interessante per chi ama i motori, mentre l’imprenditore romano Paolo Barletta che ha rilanciato l’Orient Express si è fatto pure lui il suo film. E poi naturalmente c’è quello su Corona, ma è appena uscito pure quello sui Take That, e poi la serie su Tortora che non è documentario ma conta pure quella, perché oltre all’ego espanso siamo nell’epoca del “grande ripasso”. In generale le serie, i film, i documentari sui personaggi conosciuti sono rassicuranti, son come guardare trasmissioni del pomeriggio, ma col prestigio culturale della piattaforma. Sono “educational”, ti rimettono in pari col programma, forniscono elementi di conversazione a cena, e fan parte di quella grande epoca del Dizionario Atlante De Agostini che viviamo. Per i più piccoli, il Dizionario Atlante de Agostini era un bel librotto ricoperto di pelle rossa che usciva a Natale e spiegava cos’era successo in quell’anno. E’ il concept anche dei libri di Bruno Vespa e di tanti altri manufatti che oggi sono di enorme successo, come lo spettacolo di Massimo Popolizio con Umberto Orsini “Prima del temporale”, dove il grande attore ripercorre la sua vita ma anche la storia italiana. In quest’epoca instabile, anche l’industria culturale tende a investire solo su cose che già si sanno, un po’ perché ciò che è noto è rassicurante, mentre il nuovo e lo sconosciuto fan paura, e non fanno rientrare degli investimenti. Siamo tutti dentro l’era del sequel e  del prequel, del rimasticamento insomma, delle saghe da Mussolini a “Guerre stellari” agli 883  a Wanna Marchi: è tutto un grande giorno della memoria, o della marmotta. Basti pensare che fino al 2000 gli investimenti in prequel, sequel, spinoff, remake, reboot, insomma nel grande ripassone, costituivano solo il 25 per cento delle nuove produzioni cinematografiche a livello globale. Dal 2010 questa percentuale è raddoppiata al 50, e negli ultimi anni ci stiamo pericolosamente  avvicinando al 100, sostiene lo studioso di psicologia sociale Adam Mastroianni. E’ un circolo vizioso: amiamo vedere solo ciò che conosciamo, e quindi si produce solo ciò che è già visto: così appena un prodotto ha successo viene immediatamente macellato, se ne fanno costine, prosciutto, coppa e cotechini, col libro, l’audiolibro, il podcast,  lo spettacolo teatrale e la serie tv, perché così si rischia meno. E piace: lo insegnano i palinsesti Rai, e il clamoroso successo della rediviva “Ruota della fortuna” sulle reti Mediaset. E quindi alla fine tra programmi e film tutti uguali ben venga il trash originale, ben venga il cine-tangentone trumpiano. Melania la visionaria garbata, Melania c’è anche domani (e pure dopodomani, infatti pare che dopo il doc, arriverà  una  bella serie, vabbè).

  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).