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Il Foglio Weekend
Guappo Natal. Catalogo del cafonal di fine anno
Viaggi, elicotteri, matrimoni e funerali tra nobili, ignobili e gran borghesi, visti dal vivo, in tv o su Instagram
In una classifica dell’uomo o persona dell’anno, all’incontrario, in versione grottesca, non c’è dubbio che si meriterebbe il primo posto il povero, povero si fa per dire, imprenditore bresciano che per la terza volta è stato beccato ad atterrare col suo elicottero su una pista da sci, e alla fine gli è stata tolta la licenza di volo. La storia, che sembra un film di Zalone, vede protagonista Bortolo Giorgio Oliva, questo il nome e cognome, sessantaseienne proprietario della “Olifer srl”, aziendina siderurgica come ce ne sono mille nelle laboriose valli bresciane, già note per il delitto dell’altoforno, quello che vide un altro self-made man polverizzato nella sua ciminiera. Ma il Bortolo invece dalla sua valle bresciana si è ostinato a librarsi in elicottero per andare a sciare. Forse per l’ultima volta. Ma le prime due non è che fosse andata meglio: nel 2020 il velivolo di ritorno da Cervinia si schiantò contro il Monte Rosa, e il suo passeggero, amico del proprietario e pilota, perse la vita. Accusato di omicidio colposo, patteggiò otto mesi. Poi, la seconda volta per fortuna nessuna tragedia, ma, a Madonna di Campiglio, multa di duemila euro. Infine nei giorni scorsi, eccolo planare sulla meno blasonata montagna del Maniva, in provincia di Brescia, e lì fine dei voli (da notare anche il climax discendente delle mete). In tutti i casi il pilota-imprenditore si è sempre lamentato e giustificato: aveva fretta. Un po’ confesso la mia solidarietà. Ormai sciare infatti è impresa micidiale, provate ad andare a Campiglio in questi giorni: bisogna prenotarsi al numero chiuso – tipo test di medicina della Bernini – in un cervellone elettronico che distribuisce gli ski pass, e oggi sabato per esempio dà “codice giallo” (pochi posti liberi, sconsigliato), insomma dopo il casco obbligatorio e la assicurazione pure, o uno prende l’elicottero o fa prima a stare a casa, a vedere il guappo Natale degli altri.
Quello che non ha confessato, il sessantaseienne, è che probabilmente sarà cresciuto mandando a memoria i numeri della rivista Capital, o rivedendo furiosamente “Yuppies”, il film dei Vanzina dell’86 che quest’anno compie quarant’anni, e forse in quel film e in quelle leggende è rimasto imprigionato, tipo il compagno che si risveglia dal coma e pensa ancora d’essere nell’Urss; nello specifico il nostro elicotterista nostalgico sarà rimasto intrappolato nella mitologia dell’italiano di fascia alta per antonomasia, l’Avvocato Agnelli, specializzato proprio nell’atterrare in vetta in aree off limits, ma nessuno all’epoca gli faceva contravvenzioni, anzi, lo zompare elicotteristico era parte del brivido e del mito, insieme all’orologio sul polsino e le manovre pericolose in barca a vela e sul materasso, che facevano sognare gli italiani meno abbienti e atletici.
Mutatis mutandis. Nella scena finale di “Yuppies” c’era un gruppo di cafoni milanesi e romani apparecchiati al ristorante El Camineto di Cortina che sentivano le pale di un rotore in avvicinamento e sognavano che fosse proprio lui, l’Avvocato. Mica il cumenda bresciano. E poi si scannavano sul conto, e sulle accompagnatrici voraci (punchline: “tu la ciuli, e io le pago la bresaola”). Qualcosa è cambiato. Oggi non solo non si può più andare a sciare in elicottero, però allo stesso Camineto si vedono comunque le scene più trash del Natale. Il ristorante è passato prima da Briatore poi al finto principe Kunz d’Asburgo compagno della vera ministra del turismo Santanché, dove la (s)pregiudicata e pitonizzata lì si è selfata, in questi giorni, danzando abbigliata alla texana sulle musiche di Sal Da Vinci, “Rossetto e caffè”, insieme a un chirurgo estetico di Padova (sic), sulla terrazza già dichiarata abusiva. Un’altra che ha visto troppe volte “Yuppies” e però regala grandi soddisfazioni, Santanché, quasi sempre sotto Natale, dalle mise alla Scala alle decorazioni dell’albero. Una delle ultime apparizioni era stata il mese scorso sul Gourmet Bus, un torpedone a due piani bianco dell’Enit, l’ente del turismo, che vagava per Roma con a bordo la ministra e uno stuolo di giornalisti embedded a delibare prelibatezze made in Italy per l’occasione del riconoscimento della cucina italiana a patrimonio Unesco, tipo i pullman con luci stroboscopiche e musica a palla che attraversano la città e fanno pensare subito ai turisti trashoni che a caro prezzo optano per quelle gite.
Ce li avreste visti i suoi omologhi Lelio Lagorio e Clelio Darida, ministri del Turismo e dello Spettacolo in quel 1986 (all’epoca i dicasteri erano accorpati, e avevano durate effimere: oggi lo spettacolo è ovunque) di “Yuppies” a dimenarsi su hit del momento, come per esempio “Adesso tu” di Eros Ramazzotti, successo di quell’anno? Stacco. Tra i primati cafonal di questo Natale, spiccano pure i cantieri rivelati nel centro residenziale City Life, a Milano, dove un povero inquilino si è ritrovato in una pioggia di calcinacci a causa dei lavori in corso del prestigioso nuovo residente, proprio il cantante in questione, che installatosi sopra di lui, ha compiuto mostruosi lavori – narra la Verità – di ristrutturazione, facendo crollare intonaci sotto. Partite le richieste di danni, e però qui siamo, è evidente, in una scena delle “Finte bionde”, altro capolavoro vanziniano, documentario sulle tentazioni trash della borghesia anni Ottanta, quando i nuovi inquilini, Cinzia Leone e Sergio Vastano, si trasferiscono ai più prestigiosi Parioli dal “Quartiere africano” simbolo di generone e middle class, se mai una middle class è esistita a Roma. Dunque, stravolti dal salto sociale e geopolitico, si impegnano in enormi ristrutturazioni, per trasformare il nuovo appartamento in una “bomboniera”, e a proporre miglioramenti costosissimi e roboanti di palazzo alla prima assemblea di condominio, che vivono con l’apprensione di una grande occasione sociale (tra l’altro, ricordiamo che nella realtà, l’amministratore di condominio di City Life, e in affari con la Santanché, poraccio, si è ammazzato qualche tempo fa).
Ma forse il balletto della Santanché è stato un geniale fuori programma per distogliere l’attenzione dal fatto che a Cortina c’è pochissima neve quest’anno. Oltre al bordello per le Olimpiadi. Dunque, perché non attovagliarsi al Camineto, magari per assistere a una performance di Alessandro Ristori, che non è il conte di Elisa di Rivombrosa, ma un immaginifico molleggiato simil-Celentano che con la sua band si è specializzato nel repertorio revival imperversando nelle località più cafonal del globo. La tournée natalizia prevede: il 28 Camineto, il 30 Almaty (Kazakistan), il 31 Bucarest, poi di nuovo due date al Camineto, infine il 7 gennaio a Dubai. E’ l’entertainer di questi tempi, è una via di mezzo tra il maestro Canello, quello del capodanno di Fantozzi, e Andrea Bocelli, capace di dare lustro a ogni serata. Il successo è tale che ha appena lanciato un pacco deluxe che comprende il suo nuovo disco in vinile, e anche un foulard “ by Gagà Laboratorio designed by Mo Coppoletta, 100% seta stampata”, prezzo totale del cofanetto 80 euro.
Lontani insomma i tempi in cui i ras democristiani andavano a sciare alloggiando in scomode caserme dei Carabinieri, come Andreotti, proprio a Cortina, o nelle parrocchie. E chissà se Signorini, appassionato d’Ampezzo, si farà vedere in giro quest’anno. Cortina era anche l’avamposto della prosapia Agnelli, ramo veneto; nelle “Finte bionde” c’è sempre il Camineto, dove Antonello Fassari, altro bòro romano, nonostante le forti mance, non riesce ad avere un tavolo. Ma poi improvvisamente gli danno quello del conte Nuvoletti. Come mai questa fortuna, si chiedono estasiati i suoi amici. Perché il conte ha disdetto, dice che ci sono in giro troppi romani, riferisce il cameriere. Il conte Nuvoletti era un personaggione, dandy di provincia che aveva impalmato in seconde nozze Clara Agnelli già maritata Fürstenberg – quelli proprio del capodanno aspirazionale di “Vacanze di Natale”. Si divertiva con piccoli ruoli al cinema, era per esempio un esoso chirurgo che si faceva cadere il bisturi di mano se non arrivava il pagamento nel “Dottor Tersilli” di Sordi, dove recitava anche in veste di sexy-dottoressa la figlioccia, Ira Fürstenberg. Della stessa famiglia Egon, la vedova Diane, inventrice del vestito a vestaglietta, poi rimaritata Barry Diller, oggi signora delle arti tra Venezia e New York, e il nuovo protagonista della stirpe, Ernesto Fürstenberg banchiere della banca Ifis e gran mecenate.
Nuvoletti era specializzato nell’indossare gran pelliccioni sul Corso Italia, e si dice che l’Avvocato, non molto contento del risposarsi della sorella, avesse ceduto quando si era ritrovato quel futuro cognato vestito esattamente come lui, dunque alla pari se non per status almeno per stravaganza vestimentale. Nuvoletti aveva scritto vari libri, come usava all’epoca, “Un matrimonio mantovano” e “Un divorzio mantovano”, oltre a essere presidente dell’Accademia Italiana della Cucina (oggi forse sarebbe cooptato dalla Meloni per le celebrazioni Unesco). Era chiamato “l’Autonobile Fiat”, anche se sul suo blasone c’erano dubbi. Non ce n’erano invece sulla appena defunta Maria Sole Agnelli, mancata in questi giorni a cent’anni suonati, penultima vivente di quella generazione (resiste la gajarda Cristiana, maritata Brandolini, a Venezia). Maria Sole era doppiamente contessa, prima sposata Campello, poi Teodorani Fabbri: gli Agnelli, diciamolo, magari saranno stati un peso per le casse dello Stato, ma hanno risanato mezza nobiltà italiana. Sono stati la moglie americana ricca che la nobiltà italiana si è potuta permettere senza andare all'estero. Appassionata di cavalli, la penultima Agnelli era famosa perché si autodefiniva tirchissima e sosteneva di comprarsi solo imitazioni di borsette, perché tanto un’Agnelli mai l’avrebbero sospettata di tarocchismo. Insomma, non come le famose finte borse regalate da – sempre lei – Santanché alla ex compagna di Berlusconi Francesca Pascale. Si torna sempre alla Pitonessa. Perché ormai a capodanno non siamo più dai Fürstenberg, ma dai Kunz, e pure d’Asburgo. Ai tempi d’oro, nel mondo Capital in cui siamo cresciuti, a un certo punto molte bambine in giro per l’Italia si chiamarono improvvisamente Maria Sole, tutti abbiamo un’amica Maria Sole (Marella, invece, solo boutique e catene). Perché il ruolo delle classi dirigenti era anche dare dei nomi da imitare: oggi invece, tra un Falco, Lapo, Oceano, Pluto, chi potrebbe dire quali sono i figli Agnelli e quali dell’imprenditore bresciano, collettivo, con elicottero e senza?
Altro segno dei tempi – signora mia - è che la defunta infanta Agnelli, nei necrologi del Corriere, misuratore del costume meglio del panierino Istat, si è posizionata dopo altri morti. Impensabile nell’ancien régime. Nello specifico è stata collocata dopo Aldo Brachetti Peretti, ras del petrolio e gran capo dell’Api (da poco venduta). Anzi, per l’esattezza, Aldo Maria, dinastia dei Parioli; i figli hanno sposato delle Borromeo e una Mafalda d’Assia, nipote di quella finita in campo di concentramento a Buchenwald. Lei adesso si risposa, mica con un rider di Glovo, ma con Rolf Sachs, figlio di Gunther, gran viveur, erede della Opel e terzo marito di Brigitte Bardot, tra i defunti importanti del Natale (leggendario il corteggiamento, quando lui fece cadere, da aereo o elicottero, diecimila rose rosse sulla di lei magione di St. Tropez).
Morta pure Jacqueline de Ribes. “Cigno” agnelliano e capotiano, spesso in barca con l’Avvocato, già assoldata per una impossibile “Recherche” by Luchino Visconti, di cui non si fece niente come per “Vestivamo alla marinara”. Nata Bonnin de la Bonninière de Beaumont. "C’ho un brivido", direbbero le Finte bionde. E trionfo di “de” minuscoli. Qualche dubbio araldico sussisteva invece per il Brachetti. I figli con grande sensibilità non se la son sentita di mettere il titolo araldico nel necrologio, preferendo il più sicuro e democratico Cavaliere del Lavoro. Ma dipendenti e conoscenti inconsolabili invece si son profusi in una necrologia deferente e blasonata. Un perfido articolo di Laura Laurenzi di epoche remote, intitolato "Il giardino dei finti contini", raccontava la prosapia. Lui sì che l’elicottero lo usava, però, e senza multe, per trasferirsi velocemente da Roma ai suoi vigneti marchigiani, il gran Brachetti che a Roma tutti pronunciano “Braghetti”, per quel noto problema con le consonanti che alligna nella capitale.
E’ un mondo insomma un po’ tutto all’incontrario, come teorizzava il generale Vannacci, un po' spompato ultimamente, anche se nuovamente fotografato in spiaggia (in slip al tradizionale tuffo di capodanno a Viareggio). Non ci si può più fidare per esempio neanche della Svizzera, da sempre sinonimo di ordine e sicurezza, orrificata nella tragica strage di Crans, causata pare dalle “candele pirotecniche” di capodanno, insomma come una Afragola qualsiasi (ma già, ormai da tempo, i napoletani si sono abituati a togliersi gli ori e gli orologi di valore quando salgono a Milano).
Come sempre chi non viaggia può godersi le avventure di neo Yuppies e neo finte bionde sul cinescopio dell’Instagram, comodamente a casa, e lì, ecco che quest’anno vanno molto Cambogia, Vietnam, Marocco; e Gstaad (difficile distinguere la realtà dal sottovalutato “The palace”, il cinepanettone artigianale in onda su Rai 1 la sera di capodanno by Polanski con Barbareschi, che sembra diretto da Martin Parr). Qualcuno sfida addirittura l’umidità di Capalbio e balla al Frantoio. Non passano di moda le Maldive. Da “Vacanze di Natale a Cortina” a “Natale ai Caraibi”, è un attimo nel mondo diretto da Neri Parenti che ormai abitiamo tutti, pare però Saint Barth la meta finale di queste vacanze interminabili. Sono tuttora lì spiaggiati i ricconi, cafonal e non, del globo. Da Camilla Crociani in Borbone (Due Sicilie, non caffè), già stirpe degli elicotteri e degli aeroporti, a Jeff Bezos, una specie di Massimo Boldi globale, sempre con un’aria stralunata, uber cumenda in vacanza - ma forse è solo il botox, o forse è l’invidia di noi poracci – preda di un disagio che tutti i fantastilioni non possono colmare. Impupazzato all’ultima moda, circondato da guardie del corpo, trascinato dalla seconda moglie, finta bionda (ancorché mora, morissima), già protagonista delle nozze più cafonal mai viste, e dell’addio al celibato nello spazio (vedi “Vacanze su marte”, sempre Neri Parenti, anno 2000). Fino all’iperattivo Leonardo (Maria) Del Vecchio, che compra tutto (dall’acqua Fiuggi al Giornale al Twiga) e ha sponsorizzato, tramite la Ray Ban da lui posseduta e diretta, grandi celebrazioni e party ambitissimi di capodannati (copyright D’Agostino) all’Eden Rock, leggendario hotel tipo Pellicano ma antillesco, fondato negli anni Cinquanta dall’aristo-aviatore francese Rémy de Haenen che fu anche sindaco dell’isola. A distanza di ottant’anni, l’aeroportino di Saint Barth è intestato a lui, all’esploratore col “de” minuscolo, e si classifica terzo nella classifica degli scali più pericolosi del mondo. L’imprenditore-trasvolatore bresciano è avvertito: dopo tanta montagna, i Caraibi sono un must, direbbero le Finte bionde.