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La savonarola

Luciano Capone

Dell’uso politico della giustizia. E adesso fa la morale anche ai giornali Rosy Bindi, dalla Dc al Pd (sempre all’opposizione) fino all’Antimafia

Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto a Venezia ora in pensione, ha risposto sulle pagine del Messaggero con elegante ironia a Rosy Bindi: “Lo scettico Senofane scriveva che i Traci immaginano gli dèi con i capelli biondi e gli occhi azzurri, mentre gli etiopi li dipingono ricci e con la pelle nera; e se un triangolo potesse pensare, concludeva il filosofo, immaginerebbe Dio fatto a triangolo. Questo per dire che ognuno di noi tende a vedere la realtà secondo i condizionamenti dei propri pregiudizi”. La presidente della commissione Antimafia il giorno precedente, in un dibattito su mafia e corruzione con il presidente dell’Anac Raffaele Cantone durante la festa nazionale di Mdp a Napoli, aveva sferrato un feroce attacco ai giornali che si sono schierati contro il nuovo Codice antimafia: “Mi sembra che alcuni direttori di giornali facciano gli interessi dei loro proprietari, dei loro editori, che sono costruttori. Colpiscono la riforma per minare tutte le misure di prevenzione”. Anche se non fa nomi, si capisce di chi sta parlando. Il riferimento è al gruppo Caltagirone, visto che alcuni suoi giornali hanno criticato aspramente sul piano giuridico e in punta di diritto le nuove misure introdotte dal Codice antimafia che estendono le misure preventive di sequestro e confisca anche agli indagati di corruzione. Il Mattino di Napoli, che il direttore Alessandro Barbano ha posizionato su una linea nettamente garantista, dopo l’approvazione del codice è uscito con una pagina a lutto e un editoriale di Giovanni Verde che l’ha definito “una legge che offende la libertà”. Stessa posizione presa dal Messaggero, diretto da Virman Cusenza, con diversi editoriali di giuristi e magistrati, tra i quali proprio Nordio che nella sua carriera si è occupato a lungo di corruzione, da Tangentopoli al Mose.

 

Ma per Rosy Bindi le critiche non sono ammissibili, anzi sono disoneste e interessate: i direttori Barbano e Cusenza non esprimono opinioni, ma criticano il Codice antimafia per fare gli interessi del loro padrone Francesco Gaetano Caltagirone, che in quanto costruttore vorrebbe smantellare tutte le misure di prevenzione previste dal nostro ordinamento, comprese quelle antimafia. E questo indigna la Bindi. In pratica i costruttori sarebbero mezzo-corrotti o addirittura mezzo-mafiosi e i direttori dei loro giornali dei fiancheggiatori del progetto di smantellare il contrasto alla mafia e alla corruzione. Se cose del genere le avesse pronunciate Beppe Grillo, Matteo Renzi o Silvio Berlusconi, sarebbero scattate le accuse di autoritarismo e di attentato alla libertà di stampa, ma a Rosy Bindi no. Perché si è autoattribuita la facoltà di distribuire patenti morali agli avversari e ogni volta ha sempre trovato qualcuno che riconoscesse la validità delle sue certificazioni etiche.

 

Dopo le critiche: "Mi sembra che alcuni direttori di giornali facciano gli interessi dei loro editori, che sono costruttori"

Non conta che le critiche al Codice antimafia apparse sul Mattino e sul Messaggero non siano state quelle dell’associazione “Costruttori corrotti e mafiosi”, ma del presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone, del presidente della Cassazione Giovanni Canzio, dell’avvocato generale in Cassazione Nello Rossi (ex segretario dell’Anm in quota Md), dell’ex magistrato e predecessore della Bindi come presidente della Commissione antimafia Luciano Violante, dell’ex vicepresidente del Csm Giovanni Verde, di ex giudici della Corte costituzionale come Sabino Cassese, Annibale Marini e Giovanni Maria Flick (che è stato anche insieme alla Bindi ministro nel governo Prodi). Nessuno di questi risulta essere proprietario di un’impresa edile, ma non conta. Perché il metodo che Rosy Bindi usa da sempre, e con un certa efficacia, per trattare gli avversari o chi la pensa diversamente è la delegittimazione. “Questa riforma è più garantista nei confronti di chi subisce il sequestro dei beni” ha dichiarato, mostrando una concezione tutta sua del garantismo. E pertanto chi si oppone è un costruttore o è in malafede.

 

Nordio ha scritto che queste affermazioni “esprimono l’incapacità di svincolarsi dalla limitata prospettiva della propria funzione e di accostarsi al diritto in modo razionale”. Come gli etiopi immaginano il loro dio nero, i traci biondo e i cavalli se l’immaginano al galoppo, così per Rosy Bindi l’avversario è sempre un essere immorale. Non è neppure una questione religiosa, verso cui la Bindi ha una forte vocazione, è che se una persona ha il martello come unico strumento intellettuale allora ogni problema gli sembrerà un chiodo da battere e ogni critico un nemico da abbattere. E’ così da sempre ed è così che è diventata una leader di rilievo nazionale.

 

Commissaria dc in Veneto durante Tangentopoli. Il suo veto sul nome di Tina Anselmi. Berlusconi il nemico di sempre

Bisogna risalire agli albori della carriera politica della pasionaria di Sinalunga per capire cos’è il “rosibindismo”, un nucleo ideologico compatto composto da tre elementi. Il primo è quello di entrare in un partito o in una corrente per mettersi all’opposizione e quando possibile far fuori il proprio segretario: è accaduto con Andreotti, con De Mita, Forlani, persino con Martinazzoli che le affidò la Dc veneta, e poi Bianco nel Ppi e via di seguito, fino a Renzi nel Pd di oggi. Il secondo elemento è il giustizialismo, o meglio l’uso politico della giustizia, per sbarazzarsi di nemici interni ed esterni. Infine, l’alta visibilità mediatica che accompagna ogni sua uscita (Mino Martinazzoli, cultore di Manzoni, la paragonò alla Monaca di Monza: “Interrogata, la sventurata risponde sempre”).

 

La scalata di Rosy Bindi nella Democrazia cristiana inizia nel 1989, quando viene eletta europarlamentare grazie ai voti della corrente andreottiana. Negli anni successivi, quando la Dc fu travolta da Tangentopoli e Andreotti dalle accuse di mafia, ne dirà peste e corna. Ma è risaputo che senza i soldi del numero 3 della corrente andreottiana Nino Cristofori, raccolti come si faceva all’epoca, e senza le rete di preferenze e clientele del Divo Giulio, per una sconosciuta signorina toscana sarebbe stato impossibile farsi eleggere nel collegio del Nordest. La sua fortuna però è Tangentopoli. Quando la Dc veneta, granaio di voti dello Scudo crociato e di tendenza dorotea, viene travolta dagli scandali, la senese Rosy viene mandata come commissaria. E si distingue per una pulizia etnica dalle liste di ogni indagato, ripulendo il partito da tutta la vecchia classe dirigente e inserendo nelle liste suoi fedelissimi. Non va molto per il sottile: indagati, imputati, rinviati a giudizio o condannati, sono tutti uguali. Tutti presunti mascalzoni che devono farsi da parte.

 

Ha aderito allo sciopero della fame "a staffetta" per lo ius soli, ha dato la disponibilità a stare a stomaco vuoto il 9 ottobre

Con questo atteggiamento savonaroliano, non privo in alcuni casi di convenienza moralistica, la Bindi si conquista una reputazione di donna inflessibile e una rendita di posizione nella nicchia di mercato politico giustizialista che dura ancora adesso. E per preservare questa sua immagine e la sua rendita di posizione, Rosy Bindi ha sacrificato la sua parte politica e consegnato il Veneto al centrodestra. Nel 1993, prima costringe alle dimissioni il presidente della regione Veneto Franco Frigo – della sinistra dc – per un semplice avviso di garanzia per abuso d’ufficio (da cui verrà assolto), poi sacrifica il vicepresidente a lei molto vicino, Carlo Alberto Tesserin, arrestato per finanziamento illecito (poi assolto) e quindi perde la maggioranza a causa delle sue continue epurazioni. Infine, quando si arriva alle elezioni regionali del 1995 e c’è da scegliere una candidatura forte, la Bindi pone il veto sul nome di Tina Anselmi, ex partigiana, ministra e presidente della commissione d’inchiesta sulla P2. Un nome autorevole e stimato anche dagli alleati, una personalità vincente e in linea con i canoni etici rosibindiani, ma che probabilmente avrebbe oscurato l’ascesa della Savonarola di Sinalunga. Così, a causa dell’opposizione della Bindi, al posto di Tina Anselmi viene scelto un candidato più debole e sconosciuto, Ettore Bentsik. Una scelta che si dimostrerà vincente per il centrodestra, che da allora governa saldamente e ininterrottamente il Veneto.

 

Ricordando la sua attività da commissaria dc in Veneto, nel libro “Quel che è di Cesare” la Bindi ha scritto di aver lavorato “in piena responsabilità cercando di non inseguire voci e sospetti ma intervenendo senza esitazioni nei  casi di corruzione palese: un comportamento che è esattamente il contrario del giustizialismo”, dice. Aggiungendo che “l’esperienza di quegli anni mi ha fatto capire che l’onestà in politica è un  presupposto necessario ma non sufficiente. E’ ovviamente indispensabile che  un personaggio politico sia onesto, ma deve anche essere percepito come tale”. Questo è secondo la Bindi “il contrario del giustizialismo”, il suo concetto di garantismo che applica anche a chi critica il nuovo Codice antimafia: un giudizio morale sulla “percezione di onestà” stabilito a suo insindacabile giudizio.

 

Dopo i nemici, la Bindi epura anche gli amici. Prima della Anselmi, fa fuori un altro pezzo grosso della sinistra dc in Veneto, l’ex ministro Carlo Fracanzani: “Il limite delle tre legislature deve valere per tutti, anche per De Mita – diceva la segretaria – vale anche per Fracanzani che di legislature ne ha sette. Adesso gli chiedo un atto di generosità. La gente ci chiede un forte rinnovamento e mi dice:  per carità, non candidate sempre le stesse facce”. Naturalmente quando venti anni dopo sarà Matteo Renzi a chiederle con gli stessi argomenti un “atto di generosità”, la Bindi gli risponderà la “rottamazione” è una cosa berlusconiana: “Mandare a casa una classe dirigente che ha combattuto per vent’anni contro Berlusconi, significa dare ragione al Cavaliere”. Ovviamente, per la Bindi dare del “berlusconiano” a Renzi è una grande offesa. Berlusconi è il suo nemico da sempre. E’ memorabile lo scambio a “Porta a Porta”, che fa diventare la Bindi un idolo delle femministe, quando il Cav. le dice che “è più bella che intelligente” e lei gli risponde “che ”non sono una donna a sua disposizione”, meno ricordato è l’episodio di un paio di mesi dopo, quando nel dicembre 2009 Berlusconi venne ferito a Milano da uno squilibrato che gli scagliò un oggetto di marmo sul volto: “Il premier non faccia la vittima”, disse l’allora presidente del Pd, perché “è tra gli artefici del clima violento” in cui certi gesti “qualche volta sono spiegabili”. Quando Berlusconi è entrato in crisi, il livore nei suoi confronti e tutto l’arsenale berlusconiano sono stati puntati sul nuovo pericolo per la democrazia e la sua carriera: Matteo Renzi.

 

Il metodo che usa da sempre, e con una certa efficacia, per trattare gli avversari o chi la pensa diversamente è la delegittimazione

Ora che ha capito che non ci sarà un altro giro, la Bindi ha tirato indietro la testa prima di farsela tagliare, dicendo di non volersi candidare. Ma non è certo un ritiro dalla politica. E la presidenza della commissione Antimafia è il palcoscenico perfetto per il rosibindismo. Da lì continua la lotta contro il segretario del suo partito. Pubblica vere e proprie liste di proscrizione: l’elenco degli “impresentabili”, che include persone semplicemente indagate, spesso di reati che non c’entrano nulla con la mafia e che poi vengono assolti (vedi i casi di Vincenzo De Luca e Sandra Mastella). Distribuisce giudizi sulla legittimità morale dei giornali e dei giornalisti che esprimono critiche. Conferma, grazie alla visibilità del ruolo, la sua posizione di rilievo nella nicchia del mercato politico giustizialista e all’interno del partito antimafia con un grande classico come la mafiosità di Berlusconi: convoca in commissione il pm Nino Di Matteo con cui, anziché approfondire le accuse di Fiammetta Borsellino sulla gestione del pentito Scarantino, si ricicciano le accuse al Cavaliere di essere il “mandante esterno” delle stragi mafiose di Falcone e Borsellino. L’ultimo titolo dei giornali se l’è guadagnato con un’altra battaglia etica: l’adesione allo sciopero della fame “a staffetta” per lo “ius soli”. Per raggiungere lo storico obiettivo Rosy Bindi ha dato la disponibilità a stare a stomaco vuoto per un giorno: il 9 ottobre. Naturalmente, chiunque dovesse azzardarsi a definire lo sciopero della fame per un giorno come una cosa ridicola è perché non è una persona onesta. O fa gli interessi dei costruttori.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali