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Un obbrobrio giuridico

Redazione

Come si fa a migliorare la riforma del codice antimafia dopo averla approvata?

La riforma del codice antimafia approvata in via definitiva dalla Camera che equipara corrotti e mafiosi non è il “regalo al paese” magnificato da Rosy Bindi. E’ un obbrobrio giuridico e un inchino alla demagogia giustizialista che molti giuristi e magistrati definiscono di dubbia costituzionalità, liberticida, ma soprattutto dannoso per combattere sia la mafia sia la corruzione, per non parlare del terrorismo e dello stalking, messi anch’essi nello stesso calderone. Reati che richiedono di essere indagati e giudicati con uomini, esperienze, tecnologie e pene differenti: come insegna la frittata di Mafia Capitale, la maxi-inchiesta che intendeva etichettare come mafiose vicende di basso intrallazzo capitolino, e dalla quale per il reato di mafia non è stata emessa neppure una condanna.

 

Ovvio che spesso la mafia corrompe, o si intreccia con i canali del traffico d’armi (quanto al terrorismo fondamentalista c’è da dubitarne): ma lo stato di diritto è basato sulla precisa distinzione e intenzionalità delle tipologie di reato, il contrario dell’imbracciare il bazooka delle intercettazioni per sparare a bersagli molto più piccoli dei mafiosi veri, ma per certe procure più comodi e mediaticamente remunerativi. I Falcone, i Borsellino, i Chinnici, lavoravano in silenzio, senza polveroni, spesso in contatto con Fbi e Dea, le agenzie federali americane fondate appunto sulla specializzazione dei ruoli. I loro tardi emuli cercano la ribalta, magari qualche bel piedistallo politico. La Corte di Strasburgo ha già censurato, in quanto indeterminato, il reato tutto italiano di concorso esterno in associazione mafiosa: figuriamoci il nuovo codice. In extremis il Pd, lineare as usual, chiede di migliorare la legge dopo averla votata. Ed è critico Raffaele Cantone, la cui Autorità anticorruzione si troverà a confliggere con le Direzioni antimafia locali e nazionale. Ma le urne incombono: dunque, panem et circenses.

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