cerca

Un'estate da sballo

L’amore, la droga, la libertà al tempo degli hippie. Era il 1967. San Francisco celebra i cinquant’anni della Summer of Love

3 Luglio 2017 alle 14:04

Un'estate da sballo

Mentre impazza la bora che spazza strade e case nelle ripide salite e illude i bagnanti sulle spiagge dall’acqua gelida, San Francisco celebra i suoi cinquant’anni dell’estate dell’amore. Era il 1967, e migliaia di giovani d’America e non solo ruzzolavano qui attratti da qualcosa (“l’America è un grande piano inclinato dove tutto prima o poi scivola a San Francisco”, secondo l’architetto Frank Lloyd Wright). Dunque grande annata di anniversari, a partire da una grossa mostra a celebrare la Summer of Love nello splendido e architettonico De Young Museum di Herzog e De Meuron, costruito in una maglia di rame bucherellato che si ossida e arrugginisce splendidamente (in fronte alla Accademia delle scienze di Renzo Piano, con simulatore di terremoti in attesa del fatidico Big One). È una mostra però soprattutto di vestiti, quattrocento oggetti ma fondamentalmente abiti e abitucci, dunque il trionfo della maglieria psichedelica e del pantalone a zampa con la borsa di Tolfa, una specie di retrospettiva sulle sartorie di Cinecittà, pur con tutte le influenze e i trend che portarono soprattutto all’abbigliamento fricchettone: con spiegazioni molto “alte”: il floreale la tracolla la coroncina di fiori; ma con ispirazioni art nouveau, nativa americana, psichedelica. Jeans e surrealismo, vaste interviste a Jeanne Rose, stilista dei Jefferson Airplane, dunque molti suoi abiti di maglia, sintetici soprattutto, e il vestito “Mille e una notte” di chiffon e velluto, e giacche di cuoio scamosciato e nastri e fasce per capelli con influenze afgane, perché i Peace Corps appena creati dal presidente Kennedy avevano spedito giovani americani in tutto il mondo riportando indietro filosofie e visioni della vita e droghe leggere e malattie sessualmente trasmissibili ma anche tessuti e pattern. Grandi ispirazioni poi dal Sud e Centroamerica, spiega la curatrice Jill D’Alessandro. Jeans a chilometri zero, a strafottere, essendo la Levi’s, di discendenza bavarese, già fornitrice delle miniere per la corsa all’oro, proprio di San Francisco. In una teca, la borsetta di Janis Joplin. Mentre pullman scaricano americani di mezz’età e d’ogni dove nel piazzale del museo, tutti a dire “ah, io avevo quella giacchetta a frange!”, “ah, mi ricordo quei mocassini”. Intanto nell’audioguida “d’autore” gracchia l’attore Peter Coyote, testimone dei fatti all’epoca.

 

Al De Young Museum una mostra soprattutto di vestiti, trionfo della maglieria psichedelica, jeans e nastri e fasce per capelli

Anche molti poster, in quella che fu soprattutto una rivoluzione tipografica: designer come Wes Wilson che dal 1965 inizia a disegnare tutti i poster e le copertine rock inventando e quasi brevettando il particolare carattere o “font” psichedelico di dischi, flyer, opuscoli, con le lettere tonde e antropomorfe oggi studiate nelle università e ispirate addirittura, si apprende, al Secessionismo viennese. Negli anni buoni, a San Francisco si stampano anche 25 mila poster al mese. Wilson disegna anche il pieghevole per la tre giorni del viaggio psicologico da fermo di Ken Kesey con i Merry Pranksters (Kesey era l’autore di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”: coi soldi del bestseller venne a San Francisco, a organizzare dei party molto allegri che si chiamavano “Acid test”, e in quello più famoso, una tre giorni dal 21 al 23 gennaio 1966 al Fillmore Theatre di San Francisco, c’erano gli immancabili Grateful Dead). Tom Wolfe, spedito a San Francisco perché quell’anno a New York c’era un tremendo sciopero dei poligrafici e non c’era niente da fare, fece poi un reportage che raccontava tutto ciò, inventando il new journalism.

 

Un'altra mostra
con omaggi all'Italia (Sottsass). Un periodo d'oro, oltre che
per l'Lsd, anche
per le riviste
e il design di giornali

Ma intanto, già prima dell’Estate dell’amore, a San Francisco arrivavano orde di americani giovani, interessati non come oggi a startup e stock option ma a sballo, libertà, controculture varie. La storia della Summer of Love è poi soprattutto una storia di gentrificazione: gli hippie, che erano poi i nipotini dei beat, si piazzano infatti ad Haight-Ashbury, quartiere fatiscente e vecchiotto tra parchi pur gloriosi, dopo che a North Beach, nella zona degli italiani e della libreria Citylights, i prezzi erano saliti troppo; e alcune vecchie volpi tra i “battuti e beati” diventano così guru e ideologi della nuova generazione, in particolare Ferlinghetti e Allen Ginsberg, presi dal vecchio quartiere. Haight-Ashbury oggi campa soprattutto di cimeli e mercatini e paccottiglia tipo strade attorno a San Pietro, con bar e negozi dell’usato e di costumi come a Roma da Mas per feste divertenti, c’è un “Hippie wine” ma anche un Vegan Burg, prima hamburgeria vegana del mondo, ci sono le filiali delle caffetterie aspirazionali, con le panchette e le scrivanie a misura di Macbook Pro; il supermercato Gus, con il kale costosissimo, mentre all’angolo con Clayton Street è ancora lì la Free medical clinic, dove si curano bad trips 24/7 esattamente da cinquant’anni. Solita casetta vittoriana stretta e alta, ex studio di dentista, con murales sconclusionati e scritte di pazienti in attesa di trattamento; “lo ha fatto una paziente che aveva appena preso Lsd”, ha detto il fondatore David Smith, che nella famigerata estate aprì questo studio medico per curare sballi vari; rifornendosi con medicine rubate dagli studenti della vicina università, donazioni, concerti di Janis Joplin e George Harrison in città per finanziarla (ma la Joplin, in overdose di eroina, poté sperimentare da sé la struttura). Era soprattutto una risposta “di comunità” ai centomila ragazzini che piombarono qui dall’America del Vietnam, del boom, della protesta. E, in mostra qui al museo, ecco la bacheca dell’ufficio di polizia con tante foto di questi teenager “missing”, denunciati dalle loro famiglie in Virginia, Ohio, tutta l’America sconquassata e profonda che stava andando sulla luna mentre i suoi figli scappavano in California.

 

Però, nell’insieme, questi genitori potevano forse stare tranquilli: un grande senso di comunità bio, molto rigorosa sulle regole. “Noi, gli hippy di Haight, procederemo alla pulizia strade ogni sabato dalle 10 alle 12”, è scritto in un proclama nel fondamentale Psichedelic shop, negozio di tutto, punto d’aggregazione d’epoca tra poesie e dipinti. Sul quartiere vigilano anche i Diggers. Curioso gruppo di “social activists, performers,anarchist-guerrilla-street theater”, organizzavano performance in nome di una società senza denaro. “Decidemmo di fare una università della strada portando in città quello che avevamo imparato, cioè una società liberata” dice Judie Gold, fondatrice. Nel quartiere autogestito, i Diggers anticipano Google con tanti opuscoli specifici: come non morire di droga, come comportarsi con la polizia, igiene personale, come sopravvivere senza soldi, fare sesso evitando gangbangs indesiderate, stupri e gravidanze. Classi e workshops e tutorial tenuti da professionisti, esperti e ragazzi di strada. Tutto gratis, insieme a free store, free food, distribuzione di cibo e merci gratuite. Anche un funerale del “dio denaro, male non necessario” che sulle note di Chopin prende piede il 17 dicembre 1966 con vasto seguito nelle vie di Haight. Peter Coyote era uno dei fondatori, lo dice orgogliosamente nella cuffietta (si capisce poi come i vecchi sanfranciscani oggi non si capacitino di vivere nella città più costosa ed esosa del mondo).

 

In centomila piombarono
qui dall'America
del Vietnam
e della protesta.
Un grande senso
di comunità, rigorosa sulle regole

Qualche compagno intanto sbaglia: nel teatro di quartiere, lo Straight Theater, il regista Kenneth Anger mette su uno strampalato spettacolo in costume egizio, che però finisce malissimo perché alla vigilia decide di raggiungere a sud il suo amico Marilyn Manson che sta predisponendo prestigiose stragi. In generale però la vita ad Haight-Ashbury scorre lieve, mica come a Berkeley. E la manifestazione clou della controcultura, lo “Human Be-In” del 14 gennaio 1967, nasce proprio per unire e far conoscere la tribù di quartiere pre-hipster con gli omologhi più politicizzati che nella città universitaria venivano manganellati dalla polizia. Così, grande raduno al Golden Gate Park, qui proprio dov’è il museo, e collegato a Haight oggi da deliziosa ciclabile. Suoni degli immancabili Jefferson Airplane e Grateful Dead, il manifestino dice “candele droghe famiglie amanti cembali Leary Ferlinghetti Ginsberg flauti batterie rock bands”, e come programma non è male; (ventimila persone, ingresso libero, portate cibo da condividere, fuori, costumi, campane, bandiere). Bambini sulle spalle, pettinature afro, gran fumi di marijuane. Colpisce come sempre l’aspetto organizzato ed efficiente di queste rivolte americane; “alle 9 riunione degli organizzatori coi vigili urbani per discutere di viabilità”, riassume un ordine del giorno, mentre nel museo risuonano audio originali di campane tibetane. E mentre il sulfureo dottor Timothy Leary invoca dal palco la famosa supercazzola generazionale “Turn on, tune in, drop out” cioè accendere il cervello, connettersi con gli altri, abbandonare le strutture borghesi (fortunatissimo claim che sarebbe stato coniato da Marshall McLuhan), Allen Ginsberg, massimo rivoluzionario dell’epoca, ammonisce: “E adesso portate via tutta la spazzatura, che dobbiamo lasciare il parco pulito come l’abbiamo trovato”. Il quartiere aveva anche il suo inno: a maggio venne trasmesso per la prima volta “San Francisco (Be Sure to Wear Flowers in Your Hair)”, scritta dal John Phillips cantante dei Mamas & the Papas (“Se stai andando a San Francisco, assicurati di indossare fiori tra i capelli, se stai andando a San Francisco, incontrerai persone gentili, per coloro che vengono a San Francisco, l’estate sarà un love-in…”).

 

L’estate passò, assai dolcemente. Intanto però a Berkeley, oggi soprattutto distretto universitario e gastronomico con gourmet-ghetto dove officia Alice Waters, altra mostra (conclusa) nel bel Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive (Bampfa) che spiega soprattutto i legami tra gli hippie e ciò che è diventata oggi Silicon Valley, tra design e computer e avanguardie tecnologiche: e lì, molti omaggi all’Italia. Molta reverenza per il Superstudio e le sue utopie elegantissime, pixelate o quadrettate poi in grande serie Zanotta; e tante opere di Sottsass e la solita storia di lui a Palo Alto a lavorare con Roberto Olivetti, mentre la moglie Fernanda Pivano importuna la già passata di moda Beat Generation; e poi reduce dal suo viaggio fricchettone con fondamentali reportage su Domus dall’India, il designer altoatesino si prenderà la nefrite e verrà curato a Stanford nello stesso ospedale d’eccellenza dei tumori poi di Steve Jobs (e costruisce l’unica sua casa in Silicon Valley, oggi in vendita, per David Kelley).

 

È chiaramente un periodo d’oro, oltre che per l’Lsd, soprattutto per le riviste e il design di giornali: anche la rivoluzione si traduce in magazine ineccepibili, forse per genius loci. Mentre a San Francisco si gioca con le polverine e i jeans a zampa, a Berkeley nasce il Free Speech Movement (1964), la polizia butta lacrimogeni con gli elicotteri, il tutto si traduce però in lauree prestigiose e riviste ineccepibili, in un terroir in cui lo stradone principale ancor oggi è intitolato agli Hearst editori, e non ci si laurea senza passar sotto il ritratto della vecchia signora Hearst porta-bene, mentre la pronipote Patti come è stranoto fu rapita qui da degli affiliati scamuffi di Br nostrane; e le Black Panther avevano anche loro il loro giornale, e avevano vinto le amministrative a Oakland.

 

Anticipano Google
con opuscoli specifici: come non morire
di droga, sopravvivere senza soldi, fare sesso evitando stupri
e gravidanze

Dalla carta nascerebbe pure il Web. In Silicon Valley nel 1968 apre il fondamentale Whole Earth Catalogue, specie di enciclopedia a fascicoli dello scibile umano con uguale attenzione al medium e al messaggio. I curatori della mostra forse esagerando lo considerano il precursore di Internet, un Internet cartaceo che spiega come costruire la casa nel bosco ma anche la cibernetica, i network sociali, computer, i media, i viaggi nello spazio. Ispirato all’Encyclopedie di Diderot e D’Alembert, venerato sia da nerd sofisticati che da amatori di riviste, il suo fondatore Steward Brand, passato dall’Lsd alla prima comunità online, Well, a fondare Wired, sarebbe il trait d’union vivente tra la controcultura e la cybercultura. Tiene insieme Stanford e Berkeley, il centro ricerche Xerox di Silicon Valley che inventa il mouse e il computer, e poi Hp, Apple e i loro derivati, e in generale “un etos di comunicazione basato sui riscontri personali e una visione comune della tecnologia come strumento per il cambiamento sociale e personale” scrive Felicity Scott nel catalogo della mostra. Intanto, in una foto d’epoca qui a Berkeley, un grosso calcolatore con gettoniera e la scritta “social computer”. Facile dire, il progenitore di Facebook, cinquant’anni prima.

 

Però, come certe second life, nell’ottobre 1967 la Summer of Love era già bella che finita; grande funerale pubblico, l’8 ottobre, al Buena Vista Park, del “movimento hippie, devoto figlio dei mass media”, si legge nel necrologio d’epoca.

 

Gli effetti di quella stagione paiono però di lungo periodo, non solo nel macro, per la città che grazie al misto di fricchettonismo e tecnologia oggi domina il pianeta; anche gli equilibri di circoscrizione sono intatti: mentre Trump ha dato finalmente una scossa a Berkeley, che è tornata cuore della protesta (vari feriti e lacrimogeni come ai bei tempi), ad Haight Ashbury pare tutto come una volta. Basta andare alla Motorizzazione, il Motor Vehichle Department, che qui ha la sua sede centrale, e lì file per prendere numeretti per il rinnovo della patente. Code chilometriche, in questi giorni, con barbuti anziani in orecchini, afroamericani in tanga, trans tatuate, coppie monosesso con levrieri e cappottini di pecora. Alcuni strafatti, tutti ad aspettare, per ore, con vecchi furgoncini Volkswagen parcheggiati fuori con dei surf. In attesa della loro patente californiana con sopra stampate le palme, per partire per un’altra estate dell’amore (sarà il microclima).

 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi