L’invenzione dei giovani

I reportage di Tom Wolfe, scritti tra il 1963 e il 1965, sui giovani del boom 

28 Dicembre 2011 alle 06:59

L’invenzione dei giovani

Mito dei giovani (consumatori), economia in espansione, nessuna idea di “riforma del ciclo di vita” in tempi di crisi, per citare lo slogan del ministro tecnico del Welfare Elsa Fornero. Era il 1963 e Tom Wolfe, uno dei padri del new journalism, scriveva reportage formidabili sulle macchine truccate e dipinte d’arancione dai diciottenni in piena mistica del surf: bande di ragazzini innamorati dell’“oh possente, gonfio mare” (dagli inni estatici davanti alle “passabili ondate”, scrive Wolfe). C’era la spiaggia come espansione dell’io, c’era l’estremo limite da superare sul muro d’acqua all’alba di un giorno nebbioso, e c’erano i venticinque anni – l’orrore assoluto – da non oltrepassare mai. Oggi quei reportage sui giovani del boom sono pubblicati per la prima volta in Italia da Castelvecchi (titolo: “La baby aerodinamica kolor karamella”, raccolta di scritti fulminanti del Tom Wolfe datato 1963-1965, tradotti da Attilio Veraldi).

 

E insomma un ragazzino surfista in pieno boom non poteva accettare neanche la vaga idea di potersi trasformare, un giorno, in quelle che gli adolescenti osservati da Wolfe chiamano “pantere nere dai piedi neri”, dal nome delle scarpe delle vecchie signore americane in villeggiatura a La Jolla. Signore con l’andatura tristemente dondolante, il marito col grugno fisso e le caviglie candide torturate dalle vene varicose: un incubo estetico-esistenziale (preventivo) dei sedicenni surfisti e non, e non solo negli anni Sessanta. Non diventerò mai così, piuttosto mi ammazzo, dovevano pensare i due adolescenti californiani di cui Tom Wolfe scrive nel reportage sulla banda giovanile “Pump House”. Due amici che si uccidono così, con un colpo di pistola sotto il sole, poco lontano dalla scalinata dove ci si vede con gli amici, solo perché l’età giovane e felice “sta venendo meno”, e non perché, come diceva la polizia, erano “arrabbiati”. “Non ce l’avevano con niente”, scrive Wolfe: “Nessuno ci capì niente. Ma una cosa parve probabile – bè, parve probabile che Donna e Leonard dovettero pensare di aver vissuto la ‘Vita’ fino all’estremo limite… Non rimaneva altro da fare dunque… ma questa è un’idea pazzesca.

 

Non può essere, la vita non viene meno, la gente non può cambiare tutto fino a quel punto solo perché quel figlio di dio d’orologio continua a camminare e il corpo nell’insieme comincia a deteriorarsi e la cellulite compare sulle cosce nel punto in cui spuntano sprimacciate fuori del costume da bagno”. Una tragedia inspiegabile nel bel mezzo del coro di giovani su di giri come i dischi di successo in quell’anno americano di grande euforia e grandi traumi (progressivo coinvolgimento pre guerresco in Vietnam, assassinio di John Kennedy).

 

Erano gli anni d’oro del fordismo e c’erano maghi trentenni della carrozzeria color caramella e biondi dèi decaduti (ex surfisti) che mettevano su famiglia e affari girando scalzi tra le rocce di una veranda a picco sul mare – telefono che squilla tra gli spruzzi, sceneggiature di film in tema nel cassetto e divano che appoggia nell’incavo della parete di scoglio. C’era un futuro promettente intravisto dal sabato pomeriggio di passeggio a New York, lungo la via percorsa dai giovani rampolli patiti d’arte, quelli che si scambiavano “baci sociali”, si dicevano reciprocamente “stai una meraviglia”, si cercavano, si assiepavano, si illudevano di essere già famosi e continuavano a non capire nulla di quadri – e la loro processione ottusa strusciava “come una cometa sollevando dietro come polvere un codazzo di stelline”. Sono giovani tronfi di sicurezza e benessere, quelli descritti da Tom Wolfe, giovani che sciamano da una galleria a una casa d’aste, tutti stipati a rimirare “comò sinuosi e coi piedi svasati”, oggetti tipici delle sale di esposizione popolate di “seggiole Luigi XVI di faggio e peluche giallo mostarda, poltrone Zonsei di lacca vermiglia con intarsiate le facce impassibili di aristocratici cinesi… stuoie per pregare kulah, uova pasquali di malachite… palme dorate alte due metri e mezzo, salsiere d’argento, tabacchiere, tavolini, candelabri, anelli portatovaglioli e tutto un assortimento di sgabelli, telai da ricamo intarsiati, tutta roba di zar, nobili, belle speranze di Mayfair e aristocratici isolati dell’Inghilterra settentrionale”.

 

Erano gli anni d’oro del fordismo ed è guardando indietro, oggi, che i sessantenni figli del boom restano basiti davanti all’ultima pubblicità istituzionale Volkswagen: un pentagramma sui cui scorrono immagini di automobili mirabolanti con cover dei Beach Boys di sottofondo: pare una citazione beffarda dell’âge d’or, il mondo ideale visto alla rovescia. “Wouldn’t it be nice”, cantavano gli eroi delle spiagge percorse dai ragazzini di Tom Wolfe – “non sarebbe bello se fossimo più vecchi / non dovremmo aspettare così a lungo / e non sarebbe bello vivere insieme / nel mondo cui apparteniamo”. Un mondo di piscine, feste, capelli a calotta, gonne bombate, balli scatenati, produttori grassi col sigaro in bocca, toupè come cupole, twin set pastello, cocktail con l’ombrellino cinese, camicie in fiorato pacchiano, infinite possibilità, infinita fiducia, infiniti incontri. “Come si fa a usare quella musica a fine 2011, in un periodo così deprimente per i consumi e per la società in generale?”, si chiede un’osservatrice che in quei Sixty di fondata o incosciente trepidazione economica e sociale era pre-adolescente? Le pare un piccolo sacrilegio, oggi che “gioventù” è preludio di versamento perenne dei contributi, quello spot firmato Wolkswagen, con quei Beach Boys sognanti – e invece ci si trova in crisi grande e profondissima. “Non sarebbe bello se potessimo svegliarci quando il giorno è nuovo”, diceva la canzone della California scatenata mentre i Beatles scalavano la classifica americana con l’urlo liberatorio – felicità pura, incurante e beota – di “Twist and shout”: “…Shake it up baby now, twist and shout /… Come on and twist a little closer, noooow, twist a little closer, and let me know that you’re mine…”. Ma ora, contesto di lacrime e sangue e consumi contratti (“il peggior Natale dal 2000”, titola il Corriere della Sera), di mito dei giovani, sì, ma precari e indignati, a nessuno salterebbe in testa di scrivere un refrai ballabile imperniato sull’imperativo “scuotiti e urla”, se non forse come colonna sonora satirica delle settimane di severa unanimità montiana.

 

Ci vuole la “riforma del ciclo di vita”, ha detto il ministro Fornero, e sul manifesto Ida Dominijanni ha risposto che è un po’ come passare “dall’etica del godimento all’etica della penitenza, dalla padella alla brace”, e che è come riportare i corpi a una “disciplina del lavoro priva, però, delle compensazioni espansive – diritti, garanzie, sicurezza – dei decenni d’oro del fordismo, e corredata dalla precarietà disperata del postfordismo… non si tratta più di prolungare l’adolescenza, ma di allarmarla per il suo futuro. E non si tratta più di deresponsabilizzare l’età adulta, ma di colpevolizzarla”.

 

“Decenni d’oro del fordismo”: strana nemesi quella sul manifesto, e coincidenza nostalgica questo Tom Wolfe che rispunta con dei racconti sul campo da un roboante 1963 in cui la gioventù, oggetto non ancora ben identificato nel suo “stile di vita”, può essere un nuovo mito da studiare con entomologa passione, persino un’invenzione sociologica, un gruppo omogeneo e molto consumista lontano come non mai dal catalogo di ansie per il “dopo” (la vita adulta che oggi, agli occhi di molti ex baby-boomers assaliti dal programma-Fornero e preoccupati per i figli studenti, è una valle di lacrime costellata di incertezze). Tutto diverso da quando Tom Wolfe andava alle “Teen Fair”, le “Fiere dell’adolescente”, accompagnato da un amico esperto di macchine “customizzate”, cioè adattate al gusto del giovane fissato con la carrozzeria aerodinamica “kolor karamella”. Tutto diverso da quando il futuro sembrava un adattamento in prosa della filastrocca allegra cantata delle tre ragazze del gruppo The Crystals – capelli alti e curvilinei, miriadi di dischi venduti e ritornello-tormentone incomprensibile a un orecchio straniero: “Da do ron ron-da do ron ron”, gridavano le Crystals con trucco e parrucco da sofisticated ladies, mentre il testo alludeva, in particolare, al batticuore da primo appuntamento con un principe azzurro che ti accompagna a casa, e in generale all’ottimismo della volontà di un’epoca speranzosa (“lo farò mio, un giorno lo farò mio”). Tom Wolfe, in quel momento, si incuriosisce non tanto per il successo delle tre ragazze di “Do do ron ron”, quanto per le magnifiche sorti del loro produttore, un giovane post adolescente di nome Phil Spector, industriale ventitreenne del rock ’n’ roll (Philles Records). Un ragazzo tra ragazzi, guardato male dalle major dei “grossi avvoltoi arteriosclerotici”, scrive Wolfe, ma adorato dai cantanti (“è uno di noi”).

 

Un giovane sottoposto a pressioni psicologiche pesanti (della serie “lui è quello che travia i suoi coetanei con musica diabolica”) e a stress da troppa fama: “Dove è mai possibile, in un mondo come questo, trovare amici, compagni o alcunché del genere?”, scrive Wolfe dopo averlo osservato picchiettarsi la fronte ossessivamente, nella penombra di una stanza beige, solo in mezzo a troppi dipendenti: “… La tua giovane età irrita. Il tuo successo irrita. Né si può dire che con gli adolescenti, i ragazzini, le cose vadano meglio. E’ tanto più maturo, più illustre, che tutti vogliono metterla sul ‘piano del padre’ con lui. Altrimenti gli scondinzolano intorno, lo carineggiano, lo lusingano, gli svengono dietro, fischiano, strillano, pestano i piedi, gli mollano pacche in testa, qualsiasi cosa, insomma, pur di attirare la sua attenzione e cogliere ‘l’occasione’, quell’unica possibilità…”. I “mocciosi con stivaletti cigolanti”, come li definisce Wolfe, lo assediano. E Phil Spector, alla fine, sviluppa un disturbo da ansia che lo porta a non voler più volare, cosa che lo fa apparire un precursore dei giovani nevrotici dei decenni successivi. Phil sale in aereo e subito la vede male e si vede male: “Dalle viscere dell’apparecchio si leva un ronzio… filari e filari di luci azzurro sulfureo, simili a quelle sopra una fabbrica di dentifricio del New Jersey… è disorientante. Schizoidi gocce di pioggia… sulla pista di decollo l’apparecchio si spezza in due e tutti i passeggeri della metà anteriore rotolano verso Phil Spector in un getto di corpi di un arancione intenso: napalm! No, è lassù in alto che succede; nel fianco dell’apparecchio si apre una lunga lacerazione, la carlinga si lacera, tutto qui, Phil Spector la vede lacerarsi, arricciarsi in maledetti brandelli, come un maledetto uovo di Dalí, e così si vede aspirato via attraverso lo strappo, risucchiato nel buio e nel freddo…”. (Per la cronaca: Spector è stato condannato nel 2009 a 19 anni di galera per l’omicidio dell’attrice Lana Clarkson. Ne ha parlato Stefano Pistolini su questo giornale il 4 luglio 2009).

 

Quando Wolfe incontra il magnate adolescente con fobie da stress, è reduce da un giro per festival giovanili e botteghe d’auto truccate. La macchina con cofano aerodinamico e il giovane degli anni del boom fanno tutt’uno, e Wolfe si diverte con divagazioni artistiche: le macchine personalizzate sono “dionisiache”, lo “stile Mondrian delle automobili create a Detroit è tutto “linee dritte, molto severo, molto apollineo”. Trasecola, Wolfe, di fronte alla “repubblica platonica dell’adolescenza” in pieno dispiegamento a Brubank, sobborgo di Los Angeles dove una fiera di ragazzini consegna alla vista dell’infiltrato adulto “una scena folle”: “Due cose ti colpiscono, una volta entrato. La prima è un’enorme piattaforma alta un buon due metri da terra, con sopra un’orchestra hully-gully con tutto elettrico… e poi qualcosa come un paio di centinaia di ragazzini che eseguono balli frenetici… non si sfiorano nemmeno con le mani, si limitano a saltellare schizzando tutt’intorno. Poi a un certo punto ti accorgi che le ragazze sono vestite tutte uguali, esattamente allo stesso modo. Capello gonfio – tutte – e brache che sono, bè, aderenti non dà esattamente l’idea… Una volta riempitoti l’occhio di tutto questo, t’accorgi che al centro di quel parco c’è un’enorme, davvero enorme, piscina rotonda e che in questa piscina c’è un cabinato che naviga torno torno sollevando grandi ondate, con ammucchiate a poppa ancora altre bimbotte capello gonfio. In acqua, sospesi e fluttuanti come plancton, ci sono ragazzini in tuta d’immersione e altri che volteggiano a mezz’acqua con maschere e respiratore”. E’ l’esplosione della mania dei giovani e Wolfe la registra non senza strali per gli scrittori lontani dal modello “new journalism”. Parla infatti di ragazzi che “non provengono certo da quegli strati della società che producono minorenni capaci di scrivere all’età di diciassette anni una discreta prosa analitica, o pure se ne provengono presto capitano in mano a insegnanti di inglese che li mettono a studiare Hemingway e un mucchio di altri scrittori del piffero. Se mai si ritrovano a scrivere di una strada, si tratterà di una strada bagnata di pioggia sulla quale il fruscio delle auto di passaggio è puntualmente simile a quello della seta stracciata, quando, dal 1945 in poi, non una sola famiglia su diecimila ha più udito il fruscio della seta stracciata”. E chissà se Woody Allen ha letto o riletto “La baby aerodinamica kolor karamella” in tempi recenti, vista la parodia che fa di Hemingway e del suo lessico nel film “Midnight in Paris”, praticamente identica a quella di Wolfe.

 

Quello che colpisce il Tom Wolfe a colloquio con due adolescenti pescati a caso attorno all’enorme piscina della fiera, è la totale assenza, in quei piccoli californiani d’inizio anni Sessanta, delle smanie imitative tipiche dei ragazzi East Coast: nessun anelito alla “sofisticatezza europea” e, allo stesso tempo, aderenza perfetta alla “filosofia Ford”. La Ford che “ha cominciato a capire questo stile di vita adolescente e la sua importanza… Migliaia di ragazzi in possesso di un’auto o ne truccano la potenza o, in una certa misura, la ‘customizzano’, l’adattano al loro gusto… Prima di arrivare all’età del matrimonio spendono tutti i loro soldi in queste cose. Se la Ford li conquista adesso alle proprie auto, dopo sposati essi continueranno a comprare Ford. Anche quei ragazzi che non sono dei fanatici professionisti saranno influenzati dalla macchina che viene considerata il ‘massimo’. Usano molto questa parola, ‘il massimo’”. Per questo, dice Wolfe dopo una ricognizione tra carrozzieri, la Ford ha messo gli occhi sull’equivalente ingegneristico-meccanico del giovane magnate del disco Phil Spector. Ci sono infatti, in pieno boom e in piena Los Angeles, due geni della “customizzazione” d’auto. Rispondono al nome di George Barris e di Ed Roth, artisti e artigiani. Rappresentano un possibile business nel business, solo che il business l’hanno inventato loro, due ragazzi tra i ragazzi che, in quanto ragazzi, sono incapaci di piegarsi alle regole delle grandi case automobilistiche di Detroit. Uno, Barris, emerge dal sottobosco dei drive-in, delle corse illegali e “dalle autofficine” come “un Tiepolo dalle botteghe di Venezia” (ma porta pantaloni bianchi scoloriti e “spieghettati alla maniera di Picasso che cammina nel vento a Rapallo”). L’altro, Roth, si aggira “come un Dalí” tra i fan della “Mercury mozzata-e-sciancata”. Dinoccolato e pazzo, con un “Sancho Panza” di nome “Dirty Doug” per aiutante e con abitudini da ribelle: dorme, se vuole, in macchina in un campo di grano, con i piedi fuori dal finestrino e le mosche che gli ronzano attorno; ha cinque figli ma non si arrende alla vita posata; veste come viene, dall’officina alla mostra chic, ma se poi gli dicono “vestiti bene” si presenta fin troppo “acchittato”, con “frac, cilindro, camicia inamidata, polsini, gemelli, insomma tutto l’apparato, e anche un monocolo”. Il suo è un “épater le bourgeois” elevato a protesta stabile.

 

“Segregazione generazionale”, scrive Wolfe a proposito della passione dei ragazzini automobilisti e surfisti per la vita “sotto i venticinque anni” – tanto che in un locale di Sunset Boulevard sbattono fuori la “vecchia pupa” ventiduenne che sembra più anziana del suo ventiduenne accompagnatore. “Intere cittadine vengono indicate come ‘giovani’: Venice, Newport Beach, Balboa”. Dietro a tutto questo c’è altro, e  i reportage di Wolfe riportano “alla Seconda guerra mondiale”: “La prosperità che ne seguì ha riversato sulla gente, almeno quella bianca, a ogni livello sociale, un’incredibile quantità di soldi. All’improvviso salta fuori tutta una fetta di popolazione dai sedici ai venticinque anni che può disporre del denaro sufficiente per mantenere un intero quartiere di locali notturni”.

 

“Segregazione generazionale”, cioè idolatria dell’ideologia lieve e scacciapensieri fatta di sabbia, sole, primi amori e vecchi edifici dismessi. Wolfe raccoglie schegge di quella ubriacatura collettiva: “Una sera ci fu un toga party in un garage e tutti indossavano lenzuoli come toghe, ragazzi e ragazze. Accesero la televisione sul canale giusto, dove davano un vecchio film con Deanna Durbin, tolsero il sonoro e misero dischi dei Rolling Stones: avreste dovuto vedere Deanna Durbin aprire quella sua boccuccia a cuore e tuonare con la voce di Mick Jagger, ‘I ain’t no satisfaction’…”.

 

Se fa uno strano effetto, oggi, ai baby boomers, vedere i Beach Boys che in tempi di mannaia pensionistica vengono piegati a vessillo di un’iconografia Volkswagen tutta macchine e libertà, fa ancora più effetto ai figli del decennio successivo al boom, i Settanta, leggere un Tom Wolfe che parla di giovani ontologicamente “proiettati” verso qualcosa – il futuro, l’amore, il lavoro – con la fiducia di chi sente la prosperità e può “mantenere un intero quartiere a venticinque anni”. I nati nei Settanta, infatti, da adolescenti avevano già respirato indirettamente climi poco spensierati da anni di piombo, e in casa avevano sentito parlare troppe volte di recessioni e crisi petrolifere per poter assorbire fiducia incondizionata nel futuro. Non a caso gli adolescenti anni Ottanta, in Europa e in America, si invaghirono perdutamente dei Duran Duran decadenti di “Wild boys”, la canzone simbolo della band con ritornello criptico sui ragazzi selvaggi “caduti lontano dalla gloria”, arrabbiati in un “mondo pauroso”, tra “omicidi sul ciglio della strada” e “sirene di benvenuto” spiegate tra gente “sanguinante per il dolore”. Una visione apocalittica, impensabile in un testo di canzone-culto per i giovani di vent’anni prima, ché nel 1963 di cui scrive Tom Wolfe la cupezza inquieta si affacciava nei testi di Bob Dylan ma era bandita dalla musica di bandiera per “giovani” intesi come massa danzante. Alle “Fiera dell’adolescente” la tristezza, se proprio doveva, si affacciava nelle ballate d’amore: “It’s my party”, cantava Lesley Gore, ed era la piccola saga di una ragazza che scopre il suo amato mano nella mano con un’altra il giorno della sua festa di compleanno (“It’s my party / and I’ll cry if I want to…”). E però la melodia trionfante smentiva quelle parole, facendo presagire un epilogo rassicurante.

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