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La tragedia salvata dai comici

Intervista a Ficarra e Picone, che al Teatro greco di Siracusa portano in scena “Le rane” di Aristofane

10 Giugno 2017 alle 12:51

La tragedia salvata dai comici

Senza la commedia sarebbe un vero dramma per la tragedia. Senza Salvo Ficarra e Valentino Picone – freschi premiati del SuperCiak d’oro – sarebbe un grande guaio per il 53° ciclo di rappresentazioni al Teatro Greco di Siracusa.

I due allestimenti di questa stagione – i Sette contro Tebe di Eschilo e Le Fenicie di Euripide – si sono rivelati infatti due sofferte astruserie.

Due mirabili registri del canone classico – scelti da Luciano Canfora – da gustare, a momenti, come due audio-libri (pur di non subire tutto quel provinciale prêt-à-porter dei costumi di scena) sono stati come due letture da ascoltare al buio. Ma l’inarrivabile concerto di vestigia – blasone dell’Inda, l’Istituto nazionale del Dramma antico – dove “tutto è bello anche quando non si capisce nulla” ha tenuto il pubblico col tanto d’occhi sulla scena con i soli attori (comunque incolpevoli, ma bravissimi) a patire lo sperimentalismo dei registi: Marco Baliani per Eschilo, Valerio Binasco per Euripide.

 

Prova di maturità. “Quest’anno è uscita per noi la prova di greco. Un’esperienza che non entra nel curriculum ma nella vita”.

La commedia, dunque, in aiuto alla tragedia. “Per quest’anno è uscito il greco!”, dice Salvo Ficarra cui simbolicamente consegniamo – quale viatico – La lingua geniale, il bestseller di Andrea Marcolongo.

Il comico in innesto di catarsi, quindi. “Ora che ci penso”, sopraggiunge Valentino Picone – anche lui con “le nove ragioni per amare il greco” – “al liceo, ai miei tempi, non capitò mai di mettere in scena la commedia greca, è la mia prima volta…”.

E allora è uscito il greco: “Un’esperienza, questa, che non entra nel curriculum ma nella vita!”. Un’idea di Roberto Andò, direttore artistico della stagione, quella di affidare questo terzo squillante titolo in cartellone – Le rane di Aristofane – ai due autori-attori. Andò, arrivato a Siracusa in corso d’opera – giusto per assestare i necessari accorgimenti della propria arte – gongola e si gode la riuscita alchimia.

La compagnia e lo stesso contesto d’inarrivabile magnificenza del teatro, in un vortice di elettrica complicità, già dalle prove, concorrono alla stessa meta: “Fare ridere da subito, e mettere in chiaro con gli spettatori il meccanismo politico di sorprendente attualità voluto da Aristofane quando al pubblico di due millenni fa pone una questione: domandiamoci chi possa salvare Atene”.

 

Parlano la stessa lingua – geniale va da sé – Ficarra e Picone: “E’ quella del liceo!”. Salvare Atene, salvare il passato e “salvare anche la città di oggi. La domanda è la stessa, stesso è il meccanismo comico”.

L’intesa tra Salvo e Valentino è così perfetta che suona stucchevole distinguere le loro parole con “dice uno” e “dice l’altro”. E all’unisono, infatti, esprimono la stessa emozione: affidarsi a Giorgio Barberio Corsetti. E al regista – una garanzia di filologia – i due ragazzi nati stanchi, insieme al gruppo degli attori e agli studenti del coro, guardano come al presidente della commissione della licenza liceale.

Sono felici, Salvo e Valentino: “Si vede troppo, l’ansia ci pervade – lo sappiamo – ma il canone alto è tutto da rispettare. Una cosa è leggerlo, Aristofane, un’altra è interpretarlo; siamo qui per imparare e arrivare preparati alla prima. Rispettando le parole per come sono state vestite dalla creatività e dal genio di Aristofane”.

Le parole, e il liceo. Come nella traduzione, Rocci alla mano: “Sì, Padrone”, recita Xantia, “quelli sono gli iniziati di cui si narra che si trastullino a festa…”.

 

Per Aristofane prima viene Sua Maestà la Battuta e poi, incassata la risata, la commedia offre l’amarognolo del messaggio

Il clima è quello, il liceo: è uscito il greco ed è una prova di maturità classica ma Salvo e Valentino, convocati nel pomeriggio di solido caldo tra le pietre di Siracusa, sono collaudati: temerari al punto di toccare tutti i registri del mestiere – dal cinema al teatro, fino al situazionismo di “Striscia la notizia” – per la prima volta sono chiamati a dismettere le proprie maschere e dare corpo alla macchina comica di Aristofane, il vertice della sovversione aristocratica, l’unico in grado di sforbiciare il pelo ai barbagianni della filosofia, della poesia e – giustappunto – della tragedia. Morto Euripide nessuno più sa cantare col capro e non resta altro che andarlo a prendere da laggiù – dagli inferi – e portarlo quassù, tra gli umani.

Così è, e così è sempre stato. Dioniso e il suo servo Xantia se ne scendono tra i morti per riportare alla vita il grande tragico e salvare finalmente la poesia. “Padrone”, domanda Xantia, “che faccio, ne dico una delle mie e faccio ridere tutti?”.

Così è, e così è sempre stato. Ed è ben chiaro il proposito editoriale di questo allestimento: nessuna concessione al gioco della facile popolarità dei due professionisti. Non sono due macchiette, Ficarra e Picone, sono due signori dello spettacolo. La loro scrittura altro non è che una magnifica idea di Roberto Andò che già cammina da sola. Non c’è un ruffiano marketing, perfettamente inutile in un teatro come questo sempre ricco di cassetta. Senza ricordare i loro film – e perciò mettendoli al riparo da un facile vantaggio – già bastano a certificarne la solidità attoriale i fotogrammi disegnati da Giuseppe Tornatore sui loro primi piani. Nel solco dei grandissimi, a Siracusa: Giorgio Albertazzi, Vittorio Gassman, Salvo Randone (giusto a ricordare quelli di laggiù la cui aura, quassù, resta eterna).

 

 

 

La quarta parete è già rotta: “Un miracolo che si muovano le figure, un miracolo che di tutto il repertorio di Aristofane siano rimaste solo undici commedie, un miracolo che la festa di crassa risata – si va più in teatro che nell’agorà – Il pubblico è preso per mano e trascinato nella tanto maldestra quanto irresistibile discesa all’Ade. Dioniso acconsente: “E va bene, dinne una delle tue purché non cominci al tuo solito, con la cacata immediata, fatta davanti a tutti”. Il capitombolo è immediato: “Prima di tutto, Aristofane docet, c’è sua maestà la battuta; subito dopo, arriva l’amarognolo del messaggio, la mazzata finale”.

Il potente dio – elevato in grado – adopera quella scurrilità che vorrebbe scongiurare al servo, mentre quest’ultimo, chiedendo il permesso, porta legna all’incendio umoristico. Nei primi minuti della messa in scena gli spettatori non trovano ostacoli, anzi: “Il pubblico entra e deve ridere; si ritrova trascinato in un posto conosciuto, la quarta parete che separa la recita dalle gradinate è bella che rotta, tutta la ragione sociale della ditta Aristofane è nella risata”.

La comicità attrezza al meglio la fatica dell’ermeneutica: “E’ incredibile come Aristofane, parlando al suo pubblico, con riferimenti precisi a persone, luoghi e temi del suo tempo, riesca a essere coerente – e rispettoso della metrica – con il linguaggio spregiudicato della libertà di tutti, compresi noi, bisognosi di libertà mentale, civile e culturale in questo nostra era”.

La cacca, i peti: “Certo, nitida e compiuta cacca in scena. L’obiettività della scurrilità che in Aristofane non è mai una scorciatoia, piuttosto un’eleganza”. Ecco, la cacca. E ne stanno parlando giusto loro due che nel loro repertorio di successo – con tanto di record al botteghino – non hanno mai ceduto alla volgarità.

 

Una fatica degna dei veri comici, quella di eludere la banalità. Una speciale finezza dove ci si tiene pronti a innestarsi – come Alberto Sordi – i dentoni alle gengive, e poi vestire il puro dramma di un italiano piccolo piccolo: “Com’è questo Dioniso, opportunista, sbrigativo, molto italiano…”.

Dioniso, interpretato da Ficarra, e Xantia – un ruolo naturaliter di Picone – ripercorrono i tratturi dell’Aldilà come in una macchina del tempo: “Con Aristofane che tutto poteva immaginarsi tranne di arrivare a noi”. A partire dalla sera del 29 giugno fino al 9 luglio, la rappresentazione accompagnerà il pubblico del teatro greco (una media di 110.000 spettatori) nel salto temporale dove tutto il passato è il presente e i defunti di laggiù sono i veri vivi di quassù: “L’unica cosa che si può fare per illudere di grandezza il presente è riportare in vita i morti”.

Xantia è con la X come Xaxa, ovvero Sciascia nella lingua arcaica di Sicilia che coincide con l’ortografia dell’Ellade e giusto a proposito – immedesimatosi in Dioniso – dal mondo di chi non c’è più Ficarra strapperebbe proprio Leonardo Sciascia. Picone, invece, propone un tornaconto personalissimo – “Dalle tombe ne andrei a prendere due, non uno, e sono Charlie Chaplin e Totò; mi farei spiegare da loro la scienza esatta della commedia” – e qui il cortocircuito di volontà e rappresentazione torna alla politica, alla polis: “Aristofane riesce a essere attuale con una commedia di due millenni fa”.

I morti con cui fare i conti oggi sono forse acute malinconie – “Kafka! Cui chiedere come abbia costruito la sua immaginazione, oppure Cervantes, Pirandello…” – oppure assenze che al solo apparire, puf!, riuscirebbero a cancellare il disagio di questa nostra epoca.

La letteratura non serve al bello ma alla salvezza della città. La poesia precede l’analisi del reale: “Sciascia con L’affaire Moro anticipa di due decenni il lavoro della commissione parlamentare, per non dire di Pasolini, e i politici, infine, pensa: al posto degli attuali mettere gli inattuali Aldo Moro, Enrico Berlinguer…”.

E così è, e così è sempre stato. Come con queste Rane dove l’Atene di oggi è l’Italia di ieri: “Cos’è questo teatro se non il tubo catodico di più di due millenni fa?”.

La trama, infine: riportare Euripide in vita è l’unico modo per impedire il declino. Anche Sofocle, e anche Eschilo, sono morti. Sta litigando con quest’ultimo Euripide: “E gareggiano a colpi di versi, l’uno rimproverando all’altro, incongruenze, mancanze, vacuità e nell’eclatante bellezza del dialogo vive il primo esempio di critica letteraria”.

La critica, ecco il punto: “C’è solo una questione, la poesia salva Atene, e Dioniso chiamato a far da arbitro – proprio lui che se n’era sceso agli inferi per prendersi Euripide – ascoltando la tenzone, giudicando con attenzione critica, decide a favore di Eschilo. Prima di risalirsene in superficie, però, si raccomanda con Plutone: il trono di miglior tragediografo dallo a Sofocle, giammai a Euripide”.

La Commedia offre scampo alla Tragedia. E’ un segreto da liceo: Eschilo, Eschilo, ché qui si Sofocle. Attenti alle scale ché sono Euripide (perché poi, se caschi, Tucidide).

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    11 Giugno 2017 - 21:09

    Sono sconcertato ,stupito ,attonito,perplesso ( e il seguito di sinonomi ed altro) che un aintelligenza rara come Buttafuoco non si sia accorto che molto spesso i talenti più spregiudicamente comici sono anche griandissimi attori drammatici. Con pena devo ricordare Totò e moltissimi altri nella storia dell'avanspettacolo infino alla commedia classica e sì alla tragedia . E' il pregiudizio che impedisce di ammettere le grandissime doti drammatiche di molti comici . Saper far ridere e saper far piangere è solo dei grandissimi comici e grandissimi attori drammatici. Ullallallallah , me so impazzido?Urge ricovero.

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