René Magritte (1898-1967), “Gli amanti”, 1928 (New York, Museum of Modern Art)

Quell'amore tra fratello e sorella senza tetto né pace

Mariarosa Mancuso

L’ardore “inciso nel marmo” di Anna e Miguel nella Napoli del Cinquecento, lo scandalo sublime di Siegmund e Sieglinde. E poi Visconti, Cortázar, Littell. Dall’Ottocento a oggi, come un tabù entra nella finzione creativa

"Un ardore inciso nel marmo” accende il sentimento che unisce i fratelli Anna e Miguel, e guida la scrittura di Marguerite Yourcenar in uno stile che lei stessa definì ardente nel racconto “Anna, soror” (preso dal verso dell’Eneide in cui Didone si rivolge alla sorella dicendole: “Anna, sorella, in cuor mi brucia l’antica fiamma”). Questa storia di un amore incestuoso al tempo della Controriforma venne a Yourcenar durante un viaggio a Napoli, sfolgorante di tutta la sua sensualità durante la Settimana santa nella primavera del 1925. Cresciuti assieme nel loro nobile palazzo, fin dall’infanzia Anna e Miguel avvertono i turbamenti di un’illecita attrazione, quando, ascoltando la voce della madre leggergli Seneca o Cicerone, i loro capelli si mescolavano sulle pagine.

“Torniamo indietro, quelli di allora… Com’ero felice con te”. Ma quel sentimento provato da bambino lo condanna per sempre

Non hanno mai avuto bisogno di parlare per godere dello stare insieme, a loro è sufficiente una muta intesa, le passeggiate in giardino, i silenzi. Anna è sempre con Miguel alla luce del giorno e lo visita anche nel sonno, ma i sogni di lui, fattosi adolescente, si trasformano in incubi. Vede piedi senza corpo avanzare danzanti verso di sé, poi il corpo si rivela essere quello della sorella, quei piedi ora gli sono addosso, gli camminano sul cuore, a ogni passo diventano più bianchi, fino a sfiorargli il cuscino: si volta per aggrapparli, per baciarli, svaniscono. Passano gli anni, è il Giovedì Santo a Sant’Anna dei Lombardi. Anna vestita di nero bacia devotamente il corpo d’argilla del Cristo morto, e sente all’orecchio il sussurro di Miguel: “E’ proprio necessario far vedere alla gente come baciate?”. Anna: “Caro fratello, voi siete molto malato”. La cappella rinascimentale diventa il teatro di una rovente scena di gelosia tra consanguinei. “Credete davvero che vi concederei un amante solo perché è crocifisso?”, insiste il fratello, “siete forse cieca o mentite a voi stessa? Credete davvero che voglia cedervi a Dio? Mai!”. La passione monta, e una notte i passi di Anna che si avvicinano alla stanza di Miguel risuonano prodotti non da una larva di sogno, ma da un corpo tangibile. “Il pavimento, dall’altro lato dell’uscio, scricchiolava un poco sotto il peso di due piedi nudi”. Miguel ascolta la familiare danza di avvicinamento e di pause, la sarabanda che era solito ascoltare in sogno, ma ora è reale. Infine l’inequivocabile rumore di chi si appoggia alla porta, serrata dal chiavistello. “Il fremito dei loro corpi si comunicava attraverso la porta. L’oscurità era completa. Ognuno ascoltava, nell’altro, l’ansimare di un desiderio simile al proprio. Lei non osava supplicarlo d’aprire. Lui per aprire aspettava che lei parlasse. Il sentimento di qualcosa d’immediato e d’irreparabile lo gelava; desiderava che non fosse mai venuta ma al tempo stesso desiderava che fosse già entrata. Non sentiva altro che il pulsare del suo sangue. Disse: Anna…”. Quella porta sbarrata non avrebbe mai potuto impedire l’unione sacrilega, e Miguel sfugge al peccato cercando e trovando la fiera morte in battaglia. Le ultime parole di Anna moribonda, intese dagli astanti addolorati come di amore sacro, rivolte a Dio, e pronunciate nell’originario spagnolo che aveva appreso prima del francese, saranno invece di un amore profano mai saziato: “Mi amado…”

 

 

La bellissima Volterra, alla quale lo spettatore è introdotto sulle magiche note del “Preludio, corale e fuga” di César Franck, è lo scenario dell’amore tra Sandra (Claudia Cardinale) e il fratello Gianni (Jean Sorel) in “Vaghe stelle dell’Orsa” di Luchino Visconti, che esplicita le tensioni incestuose sottostanti al mito di Elettra. I due fratelli – che sono stati brutalmente separati nell’adolescenza per via delle loro affettuosità morbose – non si vedono da molti anni. Lui ha evitato anche di andare al matrimonio della sorella. Ma come dirà Gianni al marito americano di Sandra, “le passioni esasperate, che sembrano impossibili quando si è lontani, ti tornano addosso quando sei nello stesso luogo, anche dopo cent’anni”. Appena Sandra mette piede nell’antica dimora di famiglia, il passato riemerge impetuoso: è subito irrequieta, la sua vitalità sembra aggredita da un male insondabile che la stordisce, ha continue crisi di pianto e non sopporta la vicinanza carnale dello sposo. Va a dormire, sola, nella sua vecchia stanza di bambina. Le sue inquietudini sono fondate: sa che in quella casa ritroverà Gianni. L’incontro col fratello – l’abbraccio nel notturno, misterioso giardino della casa battuto dal vento, labirinto delle emozioni più profonde – è esclusivamente tattile, le mani di lei sul viso di lui lo toccano, lo coprono come tra ciechi, e lui le bacia il collo.

Buttato “sul corpo compiacente di mia sorella come se fosse quello di un nemico da sbranare senza essere soddisfatto dall’amplesso”

Il lungo lasso di tempo che li ha divisi è scomparso, sono invasi dall’illusione di una nuova infanzia e, con essa, la complicità dei giochi privati, lo scambio di messaggi segreti nascosti in angoli della casa, un vaso etrusco, la pendola con una statuina di Amore e Psiche. Lui le dà appuntamento nel loro rifugio consueto, “importantissimo urgentissimo il tuo schiavo ti aspetta alla cisterna”, e lì è tutto un intreccio di mani, lui le sfila la fede, si avvicinano al bacino d’acqua residua, si specchiano come Narciso e sono tutt’uno. Quell’equilibrio di sogno, quel limpido riflesso che li unisce, non può durare. Gianni legge a Sandra le prime pagine del suo romanzo autobiografico inedito: “La mia sete aumentava sempre di più invece di placarsi, mi buttavo sul corpo compiacente di mia sorella come se fosse quello di un nemico da sbranare senza essere soddisfatto dall’amplesso”. Sandra è sconvolta e disgustata, ma Gianni non può smettere, “Torniamo indietro, quelli di allora, resta qui con me, ti imploro”, ancora una volta rievoca la loro complicità: i silenzi, le conversazioni, le passeggiate alle balze – “Come ero felice con te”, le dice. Ma quel sentimento provato da bambino, sfrenato ma irrealistico, avvolto in una nostalgia che è tanto più potente quanto più grande è il fallimento della sua esistenza presente, costretto com’è a vivacchiare svendendo i pezzi pregiati tra i beni di famiglia, lo condanna per sempre. Il bambino capriccioso e conturbato è ora diventato un adulto impotente, inerme: non c’è salvezza per Gianni, che si avvelena dopo aver bruciato il suo libro, “Vaghe stella dell’Orsa”.

Richard Wagner aveva l’ambizione, col suo dramma musicale, ispirato alla sua concezione di un’opera d’arte totale, di risvegliare dal profondo sonno dei secoli quell’archetipo di ogni rappresentazione scenica che era la tragedia greca, dove tutti gli elementi, musica, poesia, danza, erano fusi in equilibrio perfetto. Un’ambizione che porta con sé il recupero di temi che in quell’antica arte erano imprescindibili e, nell’ottica di una religiosità politeistica, e pagana, più tollerati. Solo ai moderni, dimentichi di quelle radici, poteva dunque risultare scandaloso l’amore tra i gemelli Siegmund e Sieglinde, protagonisti della “Valchiria”, prima giornata dell’Anello del Nibelungo. La loro consanguineità spiega anche un meccanismo – quello dell’immediato riconoscersi, nel fuoco di un amore assoluto, tra due figure fin lì estranee, – che sulle scene operistiche suscitava da sempre un sentimento di inverosimiglianza, e che non di rado, infatti, era usato e abusato nell’opera buffa. Ma già attingendo alla leggenda celtica di Tristano narrata nel poema medievale di Gottfried von Strassburg, per il suo primo capolavoro, “Tristano e Isotta” (che, con la direzione di Daniele Gatti e la regia di Pierre Audi, inaugurerà domani pomeriggio la stagione dell’Opera di Roma), Wagner aveva inserito nell’amore fatale tra la principessa irlandese e il cavaliere cornico un turbamento gemellare, il fremito di un riconoscimento tanto rapinoso quanto inspiegabile se non con una radice comune. Non solo l’amore di Siegmund e Sieglinde viene consumato, e produrrà un figlio – Sigfrido – ma fin dal principio entrambi sentono l’accresciuta potenza di quel sentimento proprio per avere la sua scaturigine dalla medesima stirpe. “In ardente anelito / già io ti vidi!”, declama Siegmund a Sieglinde nel primo atto, scena terza. E la sorella di rimando: “Nel ruscello io scorsi la mia propria immagine… / ed ora nuovamente la scorgo: / come un giorno ella emerse dallo stagno, / così tu oggi l’immagine mia rimandi!”. E più avanti Siegmund: “Tu sei l’immagine che in me nascondevo […] Sposa e sorella sei tu al fratello…”. Sieglinde al primo apparire di quell’estraneo, che riconosce istintivamente come l’amore che le è destinato, dimentica il vile marito, Hunding, che rappresenta l’amore d’interesse e libidinoso dell’estraneo, la gratuità del connubio non fondato sui vincoli parentali. Ma a Siegmund e a Sieglinde non è consentito consacrare il loro amore nel matrimonio, l’istituzione non può contenere la passione incestuosa, il mondo sul quale splende il sole delle tradizioni non può gettare il suo sguardo nell’abisso tumultuoso del cuore. Wotan, il dio padre della mitologia nibelungica, distrugge, pur controvoglia, l’eroica coppia incestuosa, richiamato al rispetto dei patti che incardinano l’antico ordine cosmico.

 


Gaston Bussière (1862-1928), “La rivelazione” - Brünnhilde scopre Siegmund e Sieglinde (Cherbourg, Museo Thomas-Henri)


 

Il mondo sul quale splende il sole delle tradizioni non può gettare il suo sguardo nell’abisso del cuore. Wotan distrugge la coppia

Chi ha attinto alla spinosa passionalità dell’incesto in tempi più recenti, non senza ripercorrere, sia pure implicitamente, le passate versioni (ad esempio, l’influenza dei gemelli protagonisti de “L’uomo senza qualità” di Musil, Ulrich e Agathe, è ingombrante), è stato lo scrittore franco-americano Jonathan Littell ne “Le benevole”, romanzo fiume ambientato tra Berlino e Stalingrado, al tempo dell’apocalittica fine della Seconda guerra mondiale. Max Aue, reclutato dalle SS quasi casualmente – un ufficiale lo vede fare sesso con un uomo in un parco di Berlino, la divisa di SS sarà il prezzo del silenzio circa la sua omosessualità, e anche il lasciapassare alla realizzazione di ogni fantasia erotica, ha una sorella gemella, Una. Con lei ha avuto una relazione adolescenziale incestuosa, scoperta dalla madre. L’interruzione di quella passione diventa ossessione nella mente di Max, per il quale Una è non una donna tra le tante, sia pure speciale, ma l’Unica. In ospedale, dove è ricoverato dopo essere stato colpito da una pallottola, la vede in un sogno allucinato: “Alla mia sinistra vedevo arrivare la processione di barche. Musici adorni di ghirlande, che seguivano la gondola scolpita su cui stava mia sorella, eseguivano una musica stridula e solenne con flauti, strumenti a corde e tamburi. Distinguevo nettamente mia sorella, altera fra due creature che tremavano; stava seduta a gambe incrociate e i suoi lunghi capelli neri le scendevano sui seni. Misi le mani a coppa intorno alle labbra e urlai il suo nome, più volte. Lei alzò la testa e mi guardò ma senza cambiare espressione e senza dire nulla con gli occhi fissi nei miei mentre la barca passava lentamente; gridavo il suo nome come un pazzo ma lei non reagiva; alla fine distolse lo sguardo. La processione si allontanava lentamente verso valle mentre io restavo lì, accasciato. Allora decisi di lanciarmi al suo inseguimento ma in quel momento dei crampi violenti mi afferrarono allo stomaco; febbrilmente, sbottonai i calzoni e mi accovacciai; ma invece della merda dall’ano mi uscivano api, ragni e scorpioni vivi”. Max vive la sua omosessualità in modo passivo, disincantato e disamorato, è un mero sfogo degli istinti. Lo spazio dell’amore è invece eterosessuale, ma non può viverlo, perché il suo ideale, la sorella, è insieme sublime e irraggiungibile. L’unica via che ha di unirsi a lei, è l’allucinazione, il sogno, o meglio ancora uno stato incerto tra realtà e sogno, una confusione di luce e ombra, un intermezzo di vita e di morte. E gli amplessi incestuosi nascono dalla frustrante assenza della sorella, sposa di un altezzoso compositore dodecafonico, e derivano dalla deformazione femminile del suo stesso corpo, che desidera se stesso nelle sembianze sororali: “Mi appoggiai contro lo specchio con tutto il corpo, chiusi gli occhi e mi immaginai intento a radere il sesso di mia sorella, lentamente, delicatamente, tirando fra due dita le pieghe della carne per non ferirla, poi facendola voltare e chinare per raderle i peli ricci intorno all’ano. Dopo, lei veniva a strofinare la guancia contro la mia pelle nuda e accapponata dal freddo, mi solleticava i testicoli rattrappiti, da bimbo, e leccava la punta della mia verga circoncisa con dei colpetti di lingua stuzzicanti: ‘Mi piaceva quasi di più quando era grossa così’ diceva ridendo e separando il pollice e l’indice di qualche centimetro, e io la rimettevo in piedi e guardavo il suo sesso nudo che sporgeva fra le gambe, prominente, la lunga cicatrice che immaginavo sempre lì, che non lo raggiungeva del tutto ma tendeva verso di lui, era il sesso della mia sorellina gemella e davanti a lui scoppiavo in lacrime”.

Littell nella sua cifra espressionistica è, piuttosto sorprendentemente, un’eccezione nella rappresentazione moderna e contemporanea dell’incesto in letteratura. La strategia novecentesca più seguita, in realtà, porta a un approccio disincarnato, spirituale, interiorizzato. In “Fratelli” di Carmelo Samonà, “non succede nulla che rassomigli a un moto verso l’esterno”. L’incipit descrive una coscienza statica, eppure vigile, una coscienza che ha la sua unica ragion d’essere nella cura del fratello, nella vita dell’altro: “Vivo, ormai sono anni, in un vecchio appartamento nel cuore nella città, con un fratello ammalato. Nessun altro abita con noi, e le visite si fanno rare. Ultimi rimasti di una famiglia che fu numerosa al tempo della mia giovinezza, ci muoviamo, ora, in una complicata gerarchia di silenzi”. La tensione di una hegeliana dinamica servo-padrone, tra fratello sano e ammalato, che il lettore sarebbe giustificato nell’attendersi, è presto smentita: la fratellanza di Samonà è sensuale, ma nello spazio dell’immaginazione e di un’elaborazione che ha già superato le richieste, sempre uguali, al limite della demenza ossessiva, del corpo.

L’unica via che Max ha di unirsi alla sorella è l’allucinazione, uno stato incerto tra realtà e sogno, un intermezzo di vita e di morte

E’ un rapporto oltre l’incesto, perché nei loro giochi, nelle loro fantasie, nella loro comunicazione, sembra di sentire più l’eco di una sessualità appagata, il riverbero dolce e crepuscolare di un post-coitum, anziché la tremebonda discesa nel primo contatto proibito: “Dal suo corpo affiorano, suscitati da un attimo di rapimento o da una breve concentrazione, piccoli universi aleatori, nei quali si trasferisce anche per lunghi periodi, e dove a me è dato il privilegio di entrare, ogni tanto e di abitare con lui. Li chiamiamo, di solito i Grandi Viaggi (per distinguerli dagli spostamenti abituali fra un punto e un altro della casa, che sono i Piccoli Viaggi, e hanno, a differenza dei Grandi, un utile immediato, un profitto). Anche se i percorsi – e le relative destinazioni – non cambiano molto, sono imprevedibili le varianti e infiniti i modi di realizzarle. Prevalgono le fantasie di dimore sotterranee o volanti. Non macchine aeree, però, o elaborate sepolture; ma capanne sospese nel vuoto, stanze allestite alla meglio fra cieli immaginari, cunicoli e buche che si suppongono scavati tenacemente, a forza di unghie, sotto di noi”.

 




Claudia Cardinale, Sandra in “Vaghe stelle dell’Orsa” di Luchino Visconti (1965). Jean Sorel, non inquadrato nella foto, era il fratello Gianni


 

Chiudiamo, dalla casa di Miguel e Anna nella Napoli del Cinquecento, con un’altra casa, bonaerense, a metà del Novecento. E’ la casa stregata in cui vivono un fratello e una sorella, di “La casa occupata”, uno dei racconti in cui lo spirito di Poe più ha sussurrato all’orecchio di Julio Cortázar. “Ci abituammo, Irene ed io, a persistervi da soli, cosa che era una follia perché in quella casa potevano vivere otto persone […] Era piacevole pranzare pensando alla casa profonda e silenziosa e a come bastassimo noi soli per mantenerla pulita. A volte arrivammo a credere che fosse lei a impedire che ci sposassimo.” La casa non solo impedirà ai due sventati, sprovveduti fratelli di sposarsi, evidenziando la perfetta autosufficienza di entrambi come coppia, ma arriverà a obbligarli a avvicinarsi, a comprendere che le faccende domestiche, anch’esse, non erano che un pretesto per stare da soli, insieme. “Ci affacciammo alla quarantina con l’inespressa convinzione che il nostro semplice e silenzioso matrimonio di fratelli fosse la necessaria conclusione della genealogia fondata dai bisavoli nella nostra casa. Un giorno saremmo morti là, cugini improbabili e schivi avrebbero ereditato la casa e l’avrebbero rasa al suolo per arricchirsi con il terreno e i mattoni; o meglio, noi stessi l’avremmo abbattuta come giustizieri prima che fosse troppo tardi”. A tale presa di coscienza, della casa come semplice pretesto, corollario, della loro ineludibile convivenza, si arriverà sottraendo, appunto, la casa stessa, che li espellerà, gradualmente, stanza dopo stanza, dal suo corpo, come un amante che si fa da parte, come un terzo che, consapevole di essere di troppo, toglie il disturbo. Non è la casa che li scaccia, semmai, la casa si rende conto di non essere a loro di alcuna utilità: è l’amante respinta. I fratelli, addolorati di doverne uscire, respinti da forze invisibili, soffrono non delle prospettive di una vita randagia, ma della realizzazione che per un amore come il loro – un amore tra fratello e sorella – non c’è “casa”, non c’è quiete, non c’è porto possibile.

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