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Da Giacomo

Le aspettative estetiche non sono deluse, ma il fritto fa venire sete, la passata è brodosa e il cameriere maldestro. In cucina hanno molto da imparare.

4 Giugno 2009 alle 17:39

Da Giacomo

Foto Pexels.com

Elisabetta Sgarbi ci segnala, fra le meraviglie di Milano, il ristorante Da Giacomo in via Sottocorno. “Preziosità art déco disegnate da Renzo Mongiardino e Roberto Peregalli: un luogo in cui è bello sostare”. Prenotiamo subito (pare sia sempre affollato) e per una volta le aspettative estetiche non rimangono deluse. Come arredamento ci siamo decisamente, dal pavimento alla boiserie alle applique. Elisabetta ha occhio preciso, lo stile evocato dai due “architetti da camera” non è liberty e non è anni Trenta, siamo calati negli anni Venti e quindi in un libro di Pitigrilli, autore che fa due volte al caso nostro: sia perché pubblicato da Bompiani (catalogo sgarbiano) sia perché i suoi titoli sembrano alludere alla fauna del locale. Quasi un secolo dopo non è che le tipologie umane siano molto cambiate. Nei tavoli stretti, stile bistrot, stanno cenando notevoli esemplari di mammiferi di lusso, alcune dolicocefale bionde, una coppia di amanti (lui brizzolato lei tinta), donne di 30, 40, 50, 60 anni, annusatori di cocaina. Chissà quale parola avrebbe usato Pitigrilli per definire la checca ossigenata e inanellata che vocifera a pochi centimetri da noi: Pederasta? Invertito? Uranista? A prescindere dagli arredi questo è un ristorante per gente che mangia tonno. Qualcuno ci ha raccontato che Da Giacomo era in origine uno dei tanti locali toscani della Milano di mezzo Novecento: bene, in una lista lunga un chilometro le pappardelle ai carciofi sono l’unico vago ricordo del tempo che fu, come la foto sbiadita di un bisnonno di cui non ricordiamo più nemmeno il nome. Qui al tonno è impossibile sfuggire, lo schiaffano anche nel gran crudo di mare siccome la clientela ne va pazza, quel tonno che andrebbe mangiato solo cotto perché vi si annidano più parassiti che nel maiale, quel tonno che le donne incinte non dovrebbero mangiare mai, nemmeno in modica quantità, siccome il mercurio di cui è intriso danneggia la salute del bambino. Ci si consola col Chiaretto di Ca’ dei Frati, bottiglia gardesana amatissima per la forma (un nostalgico vetro in rilievo che sarebbe piaciuto a Mongiardino) e per il contenuto (un rosa pallido di suprema eleganza e facilità). Purtroppo il cameriere ogni volta che rabbocca i bicchieri ci impone la doccia, gli schizzi arrivano ovunque, manica della giacca tovaglia piatti. Non si capisce se ci odia o se è un inetto. La passata di ceci con gli scampi è maldestramente bucciosa e brodosa, niente a che vedere col vellutato capolavoro di Fulvio Pierangelini. Il fritto ci farà passare una notte con la lingua gonfia e una sete inestinguibile. La torta di cioccolato vorrebbe assomigliare alla torta Pistocchi. Dai raffinatissimi Mongiardino e Peregalli, in cucina non hanno imparato niente.

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