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Osteria al Cantone

Trattoria tipica con qualche uscita su vini e dolci. Servizio alla buona e portate vernacolari. Polpo da applausi.

6 Febbraio 2009 alle 11:00

Uscendo da Bari Vecchia entriamo nel Borgo Murattiano e vediamo alla luce del giorno un locale intravisto di notte l’anno scorso, si chiama Vinagustà, vineria pura e dura di Via De Rossi quasi all’angolo con Corso Vittorio Emanuele, l’unica autentica vineria pugliese di nostra conoscenza fatta eccezione per alcune polverose cantine tranesi vietate ai minori di anni Settanta. Non è il solito posto che si fa chiamare wine-bar per nobilitare coche e crodini, no, qui vista e palato non sono offesi dall’industria analcolica, il vino è davvero protagonista e nemmeno infastidito da panini e stuzzichini (sul bancone c’è solo qualche tarallo, pure piccolo). “Preferisco che i clienti si portino il mangiare da fuori, sarà sempre più buono di quello che potrei dargli io” dice lo svagatissimo gestore. Quindi per pranzare, dopo aver salutato Franco Ricatti sulla soglia del sublime Bacco pronto a concedersi qualche giorno di ferie, scivoliamo al Vox di via Sparano, multipiano e polivalente ma con un rigidissimo dress code. Senza sciarpe Burberry facciamo la figura degli eccentrici, intere tavolate indossano accessori a quadri: in Burberry il padre, in Burberry la madre, in Burberry i figli, in Burberry gli amici… La borghesia barese è la più mimetica d’Italia, un branco di babbuini. I piatti del Vox sono intonati ai clienti, meno male che stasera si cena a Barletta, Osteria al Cantone, “locanda con vini e uso di cucina”. Per arrivarci bisogna parcheggiare lontano, buon segno, l’isola pedonale è vasta e rispettata. Il Cantone ha gli schermi piatti (grazie a Dio spenti), non ha le camere (e allora perché si definisce locanda?) ed è una trattoria tipica con qualche uscita di strada all’altezza dei dolci e dei vini. Il proprietario vuole farci bere prosecco a tutti i costi, lo dobbiamo deludere, si inizia invece col rosato della cantina Carpentiere di Corato, che colpevolmente ignoravamo. Non sarà la sua stagione, è vino estivo, ma certo non fa rimpiangere lo spumantino trevigiano. Si prosegue coi solidi rossi locali, abbondanti in carta e un po’ meno sugli scaffali (molte etichette esaurite). I continui cambi di bicchiere sono usanza da gran ristorante che assieme all’apparecchiata minimalista-milanese stride col servizio alla buona e le portate vernacolari: frittelle, polpo con schiacciata di patate, parmigiana di melanzane, timballo di pasta al forno, cicorielle in brodo con pecorino, tiella barese (riso patate e cozze), orecchiette al ragù, favetta con la cicorie… Gianpiero stranamente mangia pochissimo, causa incipiente influenza, Elena dichiara di mangiare però senza riuscire a convincerci, Marcella lascia il piatto a metà: solo Angela dà completa soddisfazione, soltanto lei è degna di applaudire insieme a noi il polpo morbidissimo, la favetta ancestrale e soprattutto le cicorielle in brodo, una consolazione in questo inverno freddo freddo. (recensione del 21 gennaio 2009)

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