cerca

Locanda del Pompa

Cucina pastorale e arcadica, ricette antiche e porzioni contemporanee. Ci si può portare benissimo una donna

3 Febbraio 2009 alle 10:28

Ma dov’è che si mangia male in provincia di Teramo? Forse sulla costa perché il mare, si sa, è sempre un po’ extraterritoriale e certo nessun sano di mente andrebbe a cercare la vera cucina abruzzese a Tortoreto Lido. Si mangia bene a Teramo (ricordate la Cantina di Porta Romana?) e si mangia bene a Campli, non proprio in paese ma nella campagna fra questo e il capoluogo, laddove si trova la Locanda del Pompa. E’ alla fine di una strada bianca, ormai una rarità salvo che in Toscana dove segnala lo snobismo mescolato alla tirchieria di alcune fra le più mitiche aziende vitivinicole. Nel resto d’Italia impera l’asfalto esibizionistico. C’è un viottolo che mena a un pollaio? Si asfalta. Un sentiero che porta a una radura? Si asfalta. Nel resto d’Italia ma non qui fra Campli e Teramo. In Abruzzo diversamente che in Puglia (vedi Barletta) si conosce la lingua italiana e alla parola “Locanda” corrisponde la cosa: “Camere”. Non di queste vogliamo parlare bensì della cucina, ineccepibile nonostante sia una di quelle stanche serate intorno a Natale, quando la gente preferisce mangiare in famiglia e nei ristoranti aleggia la tentazione di tirare i remi in barca, riciclare i piatti, ridurre il menù. Non qui fra Campli e Teramo. All’appello non manca una pietanza e possiamo quindi gustare una cena “squisitamente pastorale e insieme arcadica”, secondo le parole usate da Giorgio Manganelli per definire la culinaria abruzzese. Rustica con grazia, senza neanche l’imposizione dell’abboffo perché le ricette sono antiche ma le porzioni contemporanee. Insomma alla Locanda del Pompa ci si può portare benissimo una donna, che molto apprezzerà i bei piatti gozzaniani dall’orlo ondoso. Sembrano appena estratti dalla credenza della nonna ricca. Qualcuno di là ai fornelli è capace di trasformare delle frattaglie di maiale, non proprio il simbolo della raffinatezza, in una delicata tavolozza di tocchettini e verdurine dal buffo nome dialettale, ciff e ciaff. Del resto a Campli il maiale è di casa, qui nel 1964 nacque la prima o una delle prime sagre gastronomiche della penisola, la sagra della porchetta italica. L’antipasto di campagna, consistente in verdure (cavolfiori, finocchi, pomodori, peperoni…) fritte con garbo, fa pensare che qui, fra Campli e Teramo, c’è dimestichezza con un oggetto sconosciuto quasi ovunque, l’orto. I pappicc, speriamo di scrivere giusto, sono maltagliati di pasta fresca col sugo di broccoli, buonissimi, e addirittura buonissimissime sono le scrippelle m’busse, forse le migliori mai assaggiate. Sarà l’entusiasmo ma queste crespelle immerse in ottimo brodo ci sembrano racchiudere tutto il sapore e tutto il calore d’Abruzzo. Non c’è più spazio per elogiare la pizza dolce e il Montepulciano di Emidio Pepe, credeteci sulla parola. (recensione del 21 gennaio 2009)

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi