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Trattoria Monti

Pochi stranieri addomesticati, certi di sopravvivere al fritto, zuppe e un tortellissimo ricoperto di scaglie di tartufo che pare una visione di Rabelais

14 Novembre 2008 alle 16:00

Qualcuno fa il critico gastronomico per dare del tu ai grandi chef, noi che siamo sani lo facciamo per andare a cena con Maria Pia Calzone. Maccheronica è un pretesto per incontri, se non fosse per questi resteremmo volentieri a casa, siccome contano più gli ingredienti della cucina e le nostre ossessioni enogastronomiche (formaggi di montagna, Lambrusco di Sorbara, masse di cacao, mieli monovarietali, pane con lievito madre, pere nobili…) non sono molto condivise dai cuochi. Maria Pia ha iniettato fascino nel 2006 cinematografico italiano, protagonista di un film sgangherato (“Mater Natura”) che va visto solo per vedere lei. Siccome da qualche tempo gira solo fiction e noi non guardiamo la televisione, l’unica possibilità per ammirarla nel 2007 è invitarla a cena. Ma dove? Tra Santa Maria Maggiore e la famigerata Piazza Vittorio nell’arco di pochi metri ci sono due locali assai noti. Sopra l’ingresso del primo c’è scritto “Hostaria”, sopra quello del secondo “Trattoria”. Ovvio che si scelga la Trattoria Monti, almeno fino a quando Agata e Romeo non cambieranno la loro tremenda dicitura turistica. Qualche straniero c’è anche in via San Vito ma è ben addomesticato, se non altro perché si è dovuto piegare alla trafila della prenotazione, qui pressoché obbligatoria. I coperti sono pochi e i titolari non fanno altro che respingere aspiranti clienti. Non l’abbiamo scoperta solo noi questa trattoria evoluta, che raffinandosi non ha perso le caratteristiche della sua categoria: gestione famigliare, piatti tipici, tavoli ravvicinati. E’ uno dei pochi locali romani dove si è certi di sopravvivere al fritto, forse perché non è così tanto romano: i Camerucci sono originari dei Castelli di Jesi, zona Verdicchio, e la linea di cucina è marchigiana senza troppe divagazioni. L’antipasto non fa pentire, come spesso accade, di averlo ordinato: olive ascolane, ciauscolo, verdure in pastella… Ci sono zuppe, ci sono tagliatelle con ragù molto seri e c’è un formidabile oggetto che loro chiamano tortello ma che da solo copre tutto il piatto, quindi un tortellone, un tortellissimo ricoperto di scaglie di tartufo sotto le quali si nasconde, incastonato nella sfoglia, un rosso d’uovo. Sembra un’invenzione letteraria, una visione di Rabelais, ma superato lo stupore iniziale si rivela straordinario anche al palato. Le carni sono papaline: ovviamente l’abbacchio e non tanto ovviamente il coniglio, presentato davvero bene. Fa piacere vedere in carta un buon Lambrusco Reggiano, la Fojeta di Caprari, ma vogliamo omaggiare la patria dei Camerucci con uno dei tanti Verdicchi presenti (Garofoli). Sulla bontà dei dolci bisognerebbe si pronunciasse Maria Pia: lo zucchero, secondo la componente maschile del tavolo, è roba da donne. (recensione del 29 dicembre 2007)

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