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Primo al Pigneto

Locale parigino e trendy, un faro di civiltà per un quartiere da evitare. Tuttavia il cibo, ben servito, è materia spenta: persino le eliche alla gricia sanno di poco

27 Ottobre 2008 alle 09:25

Ci siamo cascati. Siamo andati al Pigneto e sappiamo a chi dare la colpa: a Barbara Palombelli che l’ha definito “zona trendy” e al Gambero Rosso la cui guida dei ristoranti dice che “riporta sempre più ad atmosfere da quartier latino parigino”. Appena arrivati ci assalgono invece le puzze orientali, gli idiomi alieni, gli sguardi degli uomini senza donne. La strombazzata isola pedonale è una colata di asfalto sporco, senza grazia e senza passeggio, senza panchine e senza biciclette. Tutto il trendismo e il pariginismo del quartiere si esauriscono in un ristorante, Primo al Pigneto, che essendo circondato dalle tenebre assume facilmente la funzione di faro di civiltà. Soprattutto estetica siccome l’architetto, per una volta, ha lavorato bene: piastrelle poligonali anni Trenta, un bancone che non sappiamo datare però è bello lo stesso, luci giuste… Purtroppo ci sbattono nell’unico tavolaccio collettivo, addio cenetta intima. La carta dei cibi non parla romanesco stretto ma è comunque nostrana. Evviva, c’è l’Acqua di Nepi, uno dei motivi per cui vale la pena di vivere nel Lazio (le effervescenti naturali sono una specialità della regione). La carta dei vini è pensata, originale, con bottiglie non inflazionate, ma è divisa male: solo bianchi e rossi senza quote rosa, elencati in ordine alfabetico e non geografico. Risultato: non ci si capisce nulla. Il Cerasuolo Piè delle Vigne di Cataldi Madonna, uno dei migliori rosati italiani, lo peschiamo tra i rossi. Viene servito a temperatura ambiente che in ambienti del genere significa troppo caldo. Pure troppo caro, costando 21 euri: ne vale anche di più però in cantina non dovrebbe superare i 7-8, vedete voi se il ricarico è coerente allo stile del locale, informale, giovane, perfino alternativo a giudicare dal numero ingente di maglioni che si vedono in sala. E’ lontanissimo lo spazio-tempo di Pierre Drieu La Rochelle che nella “Commedia di Charleroi” (1934) scrive: “Si tolse la giacca, con grande scandalo dei nostri pochi vicini, poi si mise a mangiare con appetito”. I piatti sono deliziosamente retrò nelle forme e nei decori. Anche l’impiattata è curatissima, concentrata sull’essenza, con piacevoli policromie. Festa del colore, quaresima del sapore: calamaro e carciofo fritto, insalata di bollito, vellutata di porri e patate, perfino le eliche alla gricia sanno di poco. Profumi assenti. Materia spenta. Con gli occhi chiusi non si riconoscerebbe un piatto dall’altro. I biscotti secchi sanno di minestra. Sembra una barzelletta ma c’è una spiegazione seria: il burro attrae gli odori e in cucina li terranno vicini alle pentole. Poi la notte si dorme bene, non ci si alza ogni cinque minuti per bere, segno che non c’era troppo sale. Ma nemmeno abbastanza sapore. (recensione del 22 gennaio 2008)

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