Fatti, commenti, appuntamenti del giorno presi dal taccuino di Mario Sechi

Agricoltori e operai, terra e manifattura. E' l'America di Trump

Mario Sechi
Trump ha realizzato quello che sembrava remoto, un punto lontano anni luce nell’universo delle possibilità elettorali: fissare la Florida e andare a costruire la presidenza al Nord. Con chi? Farmers e blue collars. Fatti, commenti, appuntamenti del giorno presi dal taccuino di Mario Sechi

    Dedicazione della basilica Lateranense

     

    Trump. Le parole sono suoni e quelle cinque lettere che si ingranano come la marcia di una mietitrebbia sulla lingua sono un concentrato d’attrito e velocità, l’alimento di una forza che di volta in volta s’incarna nella storia: si chiama America, si rivelò per la prima volta il 4 luglio del 1776, dichiarazione dell’Indipendenza. Quella forza è tornata l’8 novembre del 2016, elezione di The Donald alla presidenza degli Stati Uniti. Trump!

     

    Alla fine, sulla strada polverosa del West è rimasto in piedi solo lui, a New York si è materializzato The Donald con il cappello da cow boy in testa, la sella ingrassata, il fucile oliato, denti e speroni scintillanti. Hillary non ce l’ha fatta, è caduta combattendo, ma è stata tradita dai colpi di luce che le hanno abbagliato la vista, da un’idea di America che non c’è, da una retorica dei giusti a prescindere che sa raccogliere finanziamenti ma ha dimenticato la prima lezione del consenso: sii umile, accetta l’idea che puoi perdere, la tua superiorità antropologica non esiste. Così non è stato e nel buio della notte è esondato il fiume della vittoria di Trump.

     

    Hillary perde, The Donald vince. L’esito del banco è tutto qui. Solo che la vittoria di Trump è di straripante bellezza: ha difeso tutti i feudi repubblicani, abbattuto il muro di cinta della Clinton, dipinto di rosso con le mosse di un fischiettante imbianchino Florida, Ohio, Michigan e Pennsylvania. A un certo punto, nel cuore della notte, s’è sentito lo scricchiolìo sinistro della fortificazione di Hillary. Craaaaaaac!

     

    Avevano la Brexit in casa, gli Stati Uniti. Uno dei pochi a fotografarla, tempo fa, fu Michael Moore non con la macchina da presa, ma con la penna, un articolo che elencava le cinque ragioni per cui Trump poteva vincere e al primo punto metteva la polaroid di un pugno di stati pronti altana libera tutti: Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. Trump ha realizzato quello che sembrava remoto, un punto lontano anni luce nell’universo delle possibilità elettorali: fissare la Florida e andare a costruire la presidenza al Nord. Con chi? Farmers e blue collars, agricoltori e operai. Terra e manifattura, trattori e fabbriche, cereali e acciaio. Nella regione dei Grandi Laghi è emerso il galeone di Trump con tutti i cannoni schierati e gli artiglieri al pezzo. Sfondare il fianco indifeso dello yacht di lusso della Clinton è stato facile. Non si costruisce una maggioranza facendo la somma delle minoranze. Non si edifica una vittoria leggendo solo algoritmi. Il cuore dell’America batteva da un’altra parte ma i democratici continuavano a recitare un copione già visto: i concerti delle celebrities, il discorso cloroformizzato dal politicamente corretto, il dritto e il rovescio portati sotto rete con la leziosa presunzione di avere sempre ragione. Faccio il punto sempre, anche quando non becco la palla. Che illusione. L’aveva scritto il titolare di List: ci sono due corse alla Casa Bianca, quella dei sondaggi e quella della storia. Trump non ha dalla sua parte i sondaggi, ma corre con il vento della storia.

     

    E’ successo. L’America ha votato e svoltato. “Trump surges to stunning victory”, titola il Wall Street Journal. “Trump Triumphs” è il the end del film del New York Times.

     

     

    Scorrono i titoli di coda, si vedono camminare nella penombra di un quadro di Edward Hopper le sagome animate di questo grandioso paese, capace di volare, di precipitare, di correre, di cadere, di rialzarsi. Sbagliano strada? Non conoscono la risposta? Sono incantate dal pifferaio magico? Forse, ma che democrazia scintillante, che risposta secca e tagliente, che ruggito è uscito dalle urne. Il popolo. L’establishment. Vittoria. Sconfitta. Improvvisamente, i deplorables, quelli che in piena campagna elettorale la Clinton aveva chiamato con snobismo autolesionista “miserabili”, sono usciti dalle case. Non erano i fantasmi dei casinò falliti di The Donald, ma uomini e donne di un’America a cui due mandati di Obama hanno cambiato i connotati e il reddito. C’è lui, Barack, nell’abisso della sconfitta. La sua eredità è un cumulo di rovine fumanti: ha smarrito il dominio del mondo nella linea rossa della Siria, nella notte di Bengasi, nella fuga dall’Iraq e nel pantano di agguati dell’Afghanistan; ha perso il timone del paese tra Wall Street e le sterminate pianure, tra l’alta  finanza e il trattore acceso senza nessuno che lo guidasse. Sono andati a votare, quelli che affondano gli stivali nel fango, quelli che arano la terra, quelli che avviano la macchina, quelli che stanno al tornio. E’ l’America senza metropoli, senza palazzi svettanti, senza happy hour, con il centro commerciale come punto di attracco, il paese del distacco.

     

    I mercati registrano il sisma, massimo grado della scala richter, ma domani è un altro giorno e vedremo quanto dura la rumba.

     

     

    Obama ha snocciolato con il sorriso scolpito su Instagram un rosario di errori da pop star su spotify, uno strano commander in chief tempestato dall’idea che nessuno avrebbe osato entrare nel mondo dipinto da Trump, in quel circo popolato di leoni e pagliacci, contorsionisti e tigri, saltimbanchi e elefanti, trapezisti e zebre. Lo spettacolo è appena cominciato, il pubblico fa ingresso sotto il tendone, batte le mani, scandisce il ritmo impietoso della storia: Trump! Trump! Trump!

     

    9 novembre. Nel 1906 Theodore Roosevelt si reca in visita al canale di Panama. E’ il primo viaggio di un Presidente degli Stati Uniti all’estero.