Il rumore dell'anima

Ashley Kahn
Il Saggiatore, 548 pp., 35 euro

Il rumore dell'anima

La musica è un flusso narrativo senza steccati. Impossibile porli alle note, che diventano storia. Lo racconta bene Ashley Kahn, nel suo volume miscellaneo prodotto per il pubblico italiano. Dentro c’è tutto, o quasi: rock, blues, folk, jazz, molto jazz soprattutto, di cui Kahn, americano di Cincinnati, è uno dei massimi esperti di fama mondiale. Lui la musica l’ha coperta a trecentosessanta gradi. Critico – anzi no: giornalista musicale, come giustamente ama definirsi – produttore, tour manager, docente universitario, qui ha raccolto i migliori articoli scritti in quarant’anni di carriera tra riviste scolastiche (sic) e pubblicazioni di rango, come Rolling Stone, New York Times, Mojo. Aneddoti, recensioni, saggi, interviste, note di copertina sui più grandi fenomeni del Novecento, dai Beatles a B.B. King, da Nina Simone a Dave Brubeck, le loro hit, il loro essere. Un viaggio, il più delle volte gambe in spalla, a inseguire star su e giù per gli Usa, ad annusare aria e sonorità di locali più o meno in voga, a raccontare vite e leggende. Leggere per credere.
E’ il 1957, Miles Davis colpisce con un pugno John Coltrane nel backstage del Café Bohemia di New York: Thelonious Monk nota tutto e non si fa scappare l’occasione di ingaggiare Coltrane come sassofonista nella sua band. Certo la musica non è solo un gioco d’istinti, è spesso un premio per chi sa lottare e aspettare. Come Bruce Springsteen che a metà anni Settanta è ancora un giovane acerbo e un po’ spocchioso, ha inciso due album senza successo e la casa discografica sta per lasciarlo a piedi: in fondo, non è nessuno; poi lancia Born to Run e diventa “il boss”, inimitabile. Ma è anche uno strumento del destino per superare frontiere e ideologie. Graceland di Paul Simon (1986), un album celebrato dalla vendita di oltre 14 milioni di copie, nasce grazie a musicisti sudafricani in Sudafrica, aggirando in un colpo apartheid e sanzioni internazionali contro Johannesburg. Una bomba planetaria, culturale e musicale.

 

Linguaggio lineare e appassionato, quello di Kahn, senza orpelli, capace di coinvolgere anche i non addetti ai lavori. Per non dire della copertina di questa antologia: sensuale, graffiante. Sfondo bianco, un grande cuore rosso, con arterie, vene e ventricoli ben in vista, avvolto da un’enorme cuffia nera da deejay a pompare ritmi e melodie: il rumore dell’anima. E’ una sorta di manuale tutto esperienza e zero teoria: niente schede, insiemi, o bullet points. Solo l’andare e riandare di chi la libertà della scrittura l’ha sentita sbocciare da ragazzo ascoltando il Bob Dylan di “Lily, Rosemary and the Jack of Heart”. Con poche regole da adottare per mantenere un rapporto di equilibrio con se stessi e i lettori. Una su tutte, sacrosanta: mettere al centro la musica e le sue fonti, non il proprio ego, e occuparsi solo di ciò che piace. Perché passare la vita, così breve, a stroncare opere altrui, spesso per un eccesso di invidia, con l’inevitabile strascico del mal di fegato, magari per una lite con un editore particolarmente ruvido o un musicista naturalmente suscettibile? Chiedere ai professionisti della critica come arte del sarcasmo, sempre alla ricerca dell’arguzia del fioretto, che spesso incontrano solo la meschinità dell’accetta. Non esistono Bibbie, nel sapere, all’infuori di quella che narra la Vecchia e la Nuova alleanza. Questo volume vi si avvicina come pochi altri nel suo genere.

 

Allora le note sono il “sound” della vita, quello che ti trafigge negli anni della maturazione e all’introversione giovanile offre in aiuto la compagnia dei miti. Che ti guida alla scoperta di tutto il resto. La musica fa questo: coagula passato e futuro, rendendo immortale chi vive il presente. Buon viaggio, oh yes.

 

IL RUMORE DELL'ANIMA
Ashley Kahn
Il Saggiatore, 548 pp., 35 euro

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