Elogio della critica

A. O. Scott
Il Saggiatore, 255 pp., 22 euro

16 Novembre 2017 alle 10:00

Recensire libri? Uno sforzo inutile, uno spreco non solo per lo spirito del critico ma anche per la vitalità della cultura. Lo scriveva provocatoriamente in Confessioni di un recensore Orwell, che lamentava come il pubblico, pretendendo una valutazione, trascinava la selezione del critico nella palude di un relativismo nemico dell’arte. Il critico cinematografico del New York Times A. O. Scott più che dare risposte fa nascere utili dubbi. Chi fa critica per professione è spesso visto come un nemico del piacere, sterile e poco virile, simile al temuto critico gastronomico alter ego di Ratatouille, ostile a chi il cibo o l’arte li fruisce per godere o passare il tempo. “E’ solo per divertirmi” è il modo con cui ci giustifichiamo quando qualcuno ci scopre imbambolati davanti a un pessimo film blockbuster, tipo The Avengers. Quello stesso film che Scott stroncò sul New York Times scatenando l’ira dei fan: l’idea del libro nasce proprio dai tweet al veleno indirizzati al giornalista nei giorni seguenti. Chi aveva ragione? Scott che riteneva che il segreto di Avengers stesse nell’essere “una commedia brillante travestita da enorme bancomat a esclusivo beneficio della Marvel e della Disney”? O i fan che lo fecero diventare il secondo film della storia a raggiungere più rapidamente il miliardo di dollari di incassi ai box office del pianeta? Se, come scrive Scott, idealmente non abbiamo bisogno dei critici, “salvo nella misura in cui tutti dovremmo aspirare a diventarlo”, avrebbero ragione i fan. Ciascuno oggi è a suo modo un critico, nelle condizioni di lasciare 1 o 5 stelline sui portali di recensione di ristoranti, libri o film. I critici di professione sarebbero un residuo anacronistico. Ma Scott aggiunge che diventare ognuno critico “non significa rimanere a proprio agio nei nostri pregiudizi o confondere giudizi automatici con un’operazione di sensibilità”. Ognuno deve idealmente farsi critico, quindi, ma accettando il fatto che nessuno lo è mai abbastanza e definitivamente. Anche perché se la scienza non è democratica, come va cercando di convincere Roberto Burioni, le arti lo sono ancora meno. Alla base dell’esperienza estetica c’è il desiderio che ciò che ci ha eccitato e colpito abbia lo stesso effetto sugli altri (capita anche nel sesso: “Ti è piaciuto? Di’ la verità”, viene naturale chiedere ancor prima della sigaretta). Insomma la pretesa che non sia bello ciò che piace ma sia bello ciò che è bello, con la presunzione di inglobare anche i gusti altrui.
Nelle società democratiche e consumistiche la soluzione è “di più”: più partecipazione, più offerta, al posto della gerarchia il pluralismo, al posto di canoni sondaggi. I critici servono per ricordarci che la cultura è un’altra cosa.

ELOGIO DELLA CRITICA
A. O. Scott
Il Saggiatore, 255 pp., 22 euro

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