In cima al mondo, in fondo al cuore

di Mario Coppola, Giunti, 304 pp., 16 euro

6 Giugno 2017 alle 11:23

In cima al mondo, in fondo al cuore non è un libro che si fa voler bene facilmente. Michelangelo è un giovane architetto che viene assunto nello studio londinese della leggendaria Zaha Hadid, perciò lascia Napoli e i suoi affetti per realizzare il suo sogno che sta diventando realtà. In fondo gli sembra che tutta la sua vita sia stata un percorso funzionale al raggiungimento della sua realizzazione personale ed è pronto ad abbandonare qualsiasi cosa si frapponga fra lui e l’irrompere lavorativo del suo talento. Però tra ideale e reale intercorrono spesso differenze cruciali e la permanenza a Londra, invece di stabilire un nuovo inizio, porta alla luce tutto il vissuto di Michelangelo, il suo complesso rapporto con la famiglia, con l’ex, con l’imprevedibile e misteriosa ragazza, con la sua città; insomma, ciò che aveva soffocato per non soccombere sotto il peso del passato. Stare lontano da casa senza mai essere partito davvero è la condizione in cui Michelangelo affronta l’avventura londinese, un’esperienza catartica che lo porterà a fare i conti con se stesso, perché non si può diventare qualcun altro se prima non ci si accetta fino in fondo. Un romanzo di formazione dei cosiddetti anni zero, in sostanza, che però suscita sentimenti contrastanti alla lettura e non perché non sia scritto bene, anzi. L’elemento di disturbo, purtroppo, non è indifferente ed è il protagonista, per cui è arduo provare empatia anche negli attimi in cui il climax emotivo tocca corde sensibili. Perché? Non per il carattere in sé di Michelangelo, bensì per il modo in cui viene tratteggiato, per gli infiniti e ridondanti riferimenti alla mitologia greca (di stampo hollywoodiano) e alla fantascienza e alla fumettistica, che hanno come unico effetto quello di sembrare dei patetici sfoggi di cultura non richiesti, quasi una rassicurazione intellettiva che legittimi il rivendicare la propria intelligenza e il proprio talento, come se le azioni (e Michelangelo talentuoso oltre l’inverosimile lo è davvero) non parlassero già da sole. Nel corpo centrale del libro diventa insopportabile assistere a come faccia letteralmente fuori i pilastri della sua vita non riconoscendo loro alcun ruolo se non quello di essere larve da cui trarre linfa vitale per portare a termine i propri obiettivi. Una spregiudicatezza svenevole e intollerabile. Eppure, come sempre, bisogna arrivare alle ultime pagine di un’opera per poterla giudicare. Mario Coppola ha scritto un romanzo problematico perché la tentazione di non terminare il libro a causa del suo primo attore è davvero tanta, ma se si arriva fino alla fine non ci si pente e si capisce anche perché Michelangelo sia così insoffribile. Perché è tremendamente reale. Il suo percorso all’interno della struttura narrativa del romanzo è quanto di più coerente si possa trovare nella letteratura degli ultimi anni perché Michelangelo potrebbe potenzialmente essere uno di noi. Più che parto della letteratura è un personaggio figlio della vita. Nell’epilogo si redime, si riscatta senza cambiare fisionomia caratteriale, ma mostrando un altro aspetto della sua indole preclusa ai lettori fino alle battute finali per rendere drammaticamente tangibili le tappe di questo esordio del giovane architetto napoletano. I lettori sono creature mitologiche coraggiose per antonomasia, devono fronteggiare la materia più complessa che esista quando hanno un libro fra le mani: l’animo umano. Dunque sapranno essere temerari al punto da accettare il guanto di sfida lanciato da questo libro.

 

In cima al mondo, in fondo al cuore

Mario Coppola
Giunti, 304 pp., 16 euro

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