lettere al direttore
Elezioni all'italiana: si vota per cambiare tutto, per poi votare ai referendum e non cambiare niente
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
Al direttore - Si punta al turismo tecnico?
Giuseppe De Filippi
Turismo balneare!
Al direttore - La maggioranza degli italiani non vuole che le cose cambino. Salvo lamentarsi che le cose non cambiano.
Franco Simonetti
In Italia, alle elezioni si vota per cambiare tutto, per poi votare ai referendum e non cambiare niente. Meraviglia!
Al direttore - E’ inutile, il risultato del referendum, al di là di tutte le più dotte analisi del voto, certifica sostanzialmente che l’Italia è un paese irredimibile, allergico ai princìpi basilari del liberalismo e dello stato di diritto. Con un elettorato che “ragiona” per pulsioni e che diventa preda – perché preda vuole essere – di slogan e narrazioni di pura ideologia, sganciate dal merito dei problemi. E il fatto, come indicherebbero le prime analisi dei flussi elettorali, che i giovani tra i 18 e i 34 anni si sono espressi per quasi il 60 per cento per il No, dimostra che il sistema educativo – scuole superiori e università – dove si ferma il futuro ricambio della classe dirigente, involve verso derive da campus americani e inglesi. In più, a questa desolante constatazione dell’assenza di uno spirito liberale nel nostro paese, aggiungo un dato mi vien da dire genetico e consustanziale al popolo italiano, che spiega molto bene quell’assenza. E cioè un pervasivo corporativismo che impregna le persone e quindi le strutture organizzative, dalle micro alle macro passando per i corpi intermedi. Un paese che non riesce (non vuole) a venire a capo delle corporazioni di tassisti, balneari, notai, farmacisti, come si può pensare possa solo scalfire la più potente delle corporazioni?
Gianluca Del Zoppo
Eppure la meraviglia dell’Italia è anche questa: riuscire a essere forte nonostante tutto. Le offro una citazione famosa: “L’Italia: un paese che sta in piedi perché non sa da che parte cadere” (Indro Montanelli, citato anche da Roberto Gervaso e poi ripreso in “Io la penso così”, Mondadori, 2009).
Al direttore - Pensa ora “il presidente del Consiglio esprime apprezzamento per la scelta del ministro del Turismo Santanchè. Auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal ministro delle Imprese e del Made in Italy”.
Alessio Viola
Al direttore - “Le uniche tre regioni che hanno votato Sì sono quelle che Meloni ha maltrattato”. Il caso del nord è evidente, ma finora c’è stata poca attenzione da parte dei giornali. Il Foglio si conferma invece sempre attento e sul pezzo. Ma aggiungerei anche il Piemonte. Vero che il voto di Torino lo ha inserito tra le regioni del No, però tutte le altre province hanno votato Sì. E sono quelle nelle quali il tessuto economico-produttivo è più vivace, articolato, innovativo. Sarà un caso?
Enrico Sozzetti
Dato interessante. Le uniche tre regioni dove ha vinto il No sono quelle governate dalla Lega. Ma la Lega che ha vinto in quelle regioni è una Lega alternativa, come modello, a quella incarnata da Salvini. Ne consegue che le uniche regioni in cui il Sì si è affermato, al referendum, sono regioni in cui i governatori fanno l’opposto di ciò che di solito fa il governo, compreso il partito del leader che rappresenta quei governatori: poche chiacchiere, molti fatti, molta crescita, molta Europa, poca demagogia. Lezioni per il futuro.
Al direttore - Sono tante le cause che hanno determinato l’esito del voto nel referendum. Una però prevale su tutte le altre. Alla maggioranza degli italiani la condizione della giustizia sta bene così. Le procure sono diventate la sublimazione dell’invidia sociale, del populismo e dell’antipolitica. Sono considerate una sorta di vendicatore degli oppressi. Se ci va di mezzo qualche Stasi di turno pazienza. Le divinità pagane pretendono sempre sacrifici umani.
Giuliano Cazzola
Al direttore - Caro Cerasa, l’analisi Swg dei flussi elettorali è impietosa con il voto dell’area liberale e riformista. Il suo elettorato si è diviso tra un 19 per cento di Sì, un 44 per cento di No, un 37 per cento di astenuti. Più prudente è l’analisi dell’Istituto Cattaneo, ma anch’essa mette in rilievo il significativo tasso di astenuti o contrari alla separazione delle carriere di Azione, Italia viva, +Europa. Eppure i comitati che facevano riferimento a quell’area si sono battuti con grande impegno, mettendo in campo personalità prestigiose del mondo giuridico e accademico, per sostenere le buone ragioni della riforma della magistratura. Come è potuto accadere che un tema fondante dell’identità garantista della cultura liberaldemocratica abbia riscosso un consenso così esiguo? Hanno certamente pesato le posizioni reticenti e ambigue di alcuni leader di partito. Solo Luigi Marattin – va detto – si è esposto senza riserve fin dalle prime battute della campagna referendaria. Per il resto, molti Ni e molte braccia conserte in attesa di una sconfitta annunciata. E molti elettori di centro, privi di nocchieri sicuri, si sono lasciati trascinare dalla corrente. Tanto che, a questo punto, viene da chiedersi se esista davvero uno spazio reale per quelle forze che sulla polemica contro i guasti del bipolarismo hanno costruito le basi della loro esistenza.
Michele Magno
Al direttore - Il referendum che si è appena consumato non riguardava un tema caro a Fratelli d’Italia. Anzi. Una classe dirigente e militante cresciuta nel mito legge e ordine di poliziotti e magistrati, il garantismo non sa neanche dove stia di casa. Le iniziative organizzate sui territori dai partiti di maggioranza erano riunioni di apparato e addetti ai lavori che di proposito non hanno mai coinvolto la società civile e gli elettori semplici. Mentre l’opposizione si allargava a giovani, simpatizzanti e indecisi. Solo Meloni ha provato ad allargare andando da Fedez. Gli errori del governo vanno di pari passo con quelli del partito sui territori. Ma se il referendum fosse stato vinto, Delmastro e Bartolozzi si sarebbero dimessi dal ministero della Giustizia? Mentre fatico a comprendere le motivazioni per cui chiedere quelle di Santanchè. Usciamo da un referendum garantista contro i magistrati e poi ci facciamo dettare i ministri da loro? E perché oggi e non prima? Non credo ci siano contrasti di natura politica. La linea del ministro su balneari e affitti brevi è criticabile, ma non credo che Meloni e l’opposizione la contestino. Mentre avrebbero ragione di farlo rispetto al ministro Urso, che ha distrutto l’industria del paese. Ma ancora una volta la magistratura vince sulla politica. In maggioranza e in opposizione.
Annarita Digiorgio
Al direttore - Giorgia Meloni per allargare la sua base, come lei suggerisce, farebbe bene a guardare oltre Colle Oppio. Con i migliori saluti.
Roberto Alatri
Al direttore - Aderisco a una gondola con gigantografia di Navalny.
Valeria Baro
Al direttore - Da semplice lettore del Foglio, aderisco con convinzione e molto piacere alla vostra lodevole iniziativa di libertà!
Alessandro Righetti
Al direttore - Buongiorno, desidero esprimere il mio sostegno per l’iniziativa. Slava Ukraini.
Gianni Piludu
Al direttore - Non mi è possibile partecipare di persona, ma aderisco all’iniziativa per Navalny.
Giorgio Fiocchi