Ansa
lettere al direttore
L'ipocrisia di chi si oppone a carriere separate e doppio Csm
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
Al direttore - E’ sempre attuale, caro Cerasa, la profezia di Winston Churchill dopo il Patto di Monaco del 1938: “Potevano scegliere fra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra”.
Giuliano Cazzola
A proposito di onore e disonore. Ho visto da Corrado Formigli un formidabile Giorgio Mulè demolire letteralmente Henry John Woodcock sul tema del referendum. Di fronte a una performance del genere non potevamo non chiedere all’amico Mulè di scrivere per lunedì un saggio sul tema “come demolire con un sorriso i ballisti del no” e non possiamo non suggerire a trasmissioni come “Piazzapulita” di continuare a cercare di occupare la casella del Sì con volti in grado di bucare lo schermo (si caldeggia anche l’avvocato Caiazza, già protagonista di un epico ma remoto duello con Davigo) e non (come fanno altri) con mozzarelle che nel difendere il Sì portano solo acqua al mulino del No. Ben fatto e complimenti.
Al direttore - Frequento i tribunali da circa mezzo secolo… il pm che raccoglie prove a favore dell’indagato non l’ho ancora incontrato. La cultura della giurisdizione è una bufala pazzesca… il livello è quello della Trattativa stato-mafia, dell’agenda di Borsellino che spiegherebbe tutto e non spiega niente, della famosa Honda di via Fani mai esistita… bufale.
Frank Cimini
Non è sempre così per fortuna, caro Frank, ma certamente non si può non leggere un filo – eufemismo – di ipocrisia nelle parole di chi sostiene che in caso di carriere separate e in caso di doppio Csm il pubblico ministero diventerà un superpoliziotto e smetterà di occuparsi anche di smontare le indagini che sta conducendo. Primo, perché la riforma Nordio non cambia l’articolo 358 del codice di procedura penale: “Il pubblico ministero compie ogni attività necessaria ai fini indicati nell’articolo 326 e svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini”. Secondo, perché la differenza tra lo stato presente e l’eventuale stato futuro è che nel futuro vi potrà essere un giudice più forte di oggi nel controbilanciare eventualmente le indagini imprecise fatte da un pubblico ministero. Uno scandalo, vero?
Al direttore - Le lamentele sull’inconsistenza dell’Onu, che consente – se addirittura non rende necessari – interventi formalmente contrari al diritto internazionale, non devono soltanto essere indirizzate al prevalere, nell’Assemblea, degli interessi di troppi membri, legati al potere degli stati canaglia o comunque ad altri padroni. C’è un errore, commesso per viltà, per leggerezza o piuttosto per malafede, alla base dell’istituzione: essa doveva trasformare il mondo in uno stato di diritto. Ebbene, cos’è lo stato di diritto, senza divisione dei poteri? Una magistratura terza – sarà una chimera, ma… – decide in base alle regole vigenti e ciò che decide si fa, punto. L’Onu – 10 dicembre 1948, adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani – si è dotato del relativo Alto commissario (Ohchr) per l’applicazione degli stessi, ma costui non ha poteri di coercizione diretta e, beffa sul danno, è nominato dal segretario generale e approvato dall’Assemblea. Il segretario generale (il potere amministrativo) è nominato dall’Assemblea su raccomandazione del Consiglio di sicurezza. Un perfetto cortocircuito che sembra la “democrazia” della Venezia dei Dogi, proprietà privata dell’aristocrazia. Banalità lapalissiane? Certo. Irriformabile? Probabilmente, ma allora smettiamola con le ipocrisie.
Harry Salamon
Al direttore - In Iran negli ultimi cinquant’anni si è consumato uno dei regimi più violenti, sanguinari e deplorevoli che la nostra storia abbia mai visto. Da esecuzioni sommarie contro “gli infedeli”, a persecuzioni nei confronti di tutti coloro che non volevano adeguarsi a delle folli regole di comportamento. Che volevano la libertà. In questi giorni, quella Libertà la stanno toccando con mano. Possono vedere la luce in fondo al tunnel. Ma non è ancora finita. Serve l’ultimo sforzo, unanime. Tutti uniti per liberare la grande Persia dal giogo degli ayatollah. Quindi, per rispondere alla domanda della redazione, il regime change è un sogno, realizzabile. Solo se, come ho scritto poc’anzi, i paesi occidentali agiscono come un coro. Oltre l’azione esterna, per cambiare la vecchia guardia, questa dev’essere coadiuvata da un’interna. Azione interna, che può essere interpretata, come una rivoluzione popolare. Il chiodo fisso che tutti abbiamo in testa, nel caso di rivoluzioni che, come questa, mirano alla libertà: è quello giacobino. Attenzione, quindi, a non cadere nell’anarchia. Quando si parla di cambi di regime: riaffiorano alla memoria Libia, Iraq e, poi recentemente, Venezuela e la loro tragica fumata nera. Naturalmente mi sono limitato a citare i casi più noti, ma la lista potrebbe proseguire. In quei casi sono mancate due istanze fondamentali, per il completamento del cambiamento: la spinta interna, menzionata in precedenza, così come l’accompagnamento del processo di regime change verso l’instaurazione di una democrazia. Oggi la storia può cambiare. Anzi, è già diversa. Nei mesi passati la popolazione iraniana è scesa in piazza costantemente, con proteste e manifestazioni, contro il regime sciita. Portando alla morte di oltre 40.000 persone. Questa è la prima differenza: la forte presenza di, come la definirebbe Rousseau, una “volontà generale”. Il secondo aspetto, che mette in risalto la possibilità di concretizzare – per la prima volta efficacemente – un regime change: la continuità, l’osservanza, del processo democratico da parte del neocostituito Board of Peace. Regime change, quindi, utopistico ma realizzabile.
Gabriele Barbone, Università Cattolica del Sacro Cuore